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Piattaformisti a tutti i costi, di Sergio Visconti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 21/06/2021 09:01
Il “piattaformismo” rischia di diventare uno stile organizzativo che cessa di essere strumento di servizio per divenire strumento di controllo, strumento di annichilimento delle strutture democratiche ai vari livelli di responsabilità…

Supportati dagli algoritmi, che qualche tempo fa hanno fatto loro da cassa di risonanza (quanto interessata?), i “terrapiattisti” hanno vissuto una certo momento di gloria, fatti oggetto, così come è avvenuto, delle attenzioni del popolo del web, diviso tra sostenitori e denigratori. I primi, legati a quel vago e sottile sentire carico della “cultura del sospetto e della negazione a tutti i costi” che così tanta presa ha presso larghe fasce sociali: quelle, così appare evidente, meno attrezzate culturalmente, etero dirette da “manipolatori” delle coscienze che così ampio spazio d’azione trovano sul web. I secondi, evidentemente e fortunatamente più numerosi dei primi, espressione di un portato culturale più robusto, in qualche modo impegnati a difendere la ragionevolezza della scienza e l’evidenza dei fatti.

Questo modello nel tempo della pandemia ha assunto anche i toni della drammaticità: quando negazionisti e “no vax” e “no mask” hanno messo in dubbio il dire della scienza, hanno delegittimato scienziati e tecnici, hanno innescato processi di rifiuto delle indicazioni che il Governo era chiamato a fornire con l’unico scopo del perseguimento del bene comune, la salute di tutti. Il massimo della crisi lo abbiamo visto e percepito nel tempo di vigilia dell’insediamento alla Casa Bianca del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. L’assalto a Capitol Hill rappresenta forse il punto più alto raggiunto fin’ora dalla cultura negazionista, che così tante assonanze ha con l’attuale declinazione della cultura nazionalista. 

Cosa resta di questa esperienza dai multiformi volti? Forse la tentazione di organizzare la società, anche quella “consapevole”, attraverso forme di coinvolgimento sociale che siano in qualche modo gestite dal web. Certo, forse si pensa ad un coinvolgimento positivo, orientato, almeno in questa fase di costruzione, al bene. Tuttavia, l’orizzonte orweliano, sembra farsi sempre più vicino ovvero sembra più facilmente riconoscibile. Mi sembra che la corsa a riassumere in “piattaformeweb molto della dimensione che ordinariamente viviamo sia una sorta di dato assodato. Abbiamo già fatto esperienza di “piattaforme” che, in qualche modo, hanno gestito la vita di movimenti politici presentando però evidenti carenze sul versante della democrazia interna. 

Abbiamo fatto esperienza di “piattaforme” che nel tempo della pandemia hanno reso meno duro il confinamento e la chiusura a casa; di “piattaforme” che, proprio nel tempo della chiusura, hanno permesso a realtà aggregate di svolgere assemblee elettorali per il rinnovo degli organi direttivi sia nella esperienza civile che in quella ecclesiale: pensiamo, ad esempio, alla elezione del Presidente della Confndustria o del Segretario del PD. I risultati sembrano essere confortanti perché la riservatezza del voto e la tutela della partecipazione pare siano veramente assicurate. 

Piattaforme web per ogni cosa, per ogni realtà, per ogni riunione da organizzare: uno dei retaggi, ormai entrati nell’ordinarietà della nostra vita, del tempo difficile della pandemia. E però emerge anche, possibile frutto dell’ineluttabilità del ricorso al web, la tensione all’utilizzo delle piattaforme per organizzare il rapporto interno alle aggregazioni, anche quelle ecclesiali, tra soci, aderenti, iscritti, militanti e organi direttivi. Anzi, sembra emergere, in nome della semplificazione dei “passaggi” che la diffusa forma della democrazia “indiretta” comporta, la volontà di organizzare legami diretti tra leader e soci. 

Il “piattaformismo”, in questo senso, rischia di diventare uno stile organizzativo che cessa di essere strumento di servizio per divenire strumento di controllo, strumento di annichilimento delle strutture democratiche che ai vari livelli di responsabilità – locale o parrocchiale, provinciale o diocesano, regionale e nazionale – esprimono quella necessaria forma di mediazione che, sulla scorta della democrazia indiretta, permette un coinvolgimento di tutti i soci o gli aderenti attraverso forme di partecipazione che sono molto meno suscettibili d’essere orientate. 

Un “piattaformismo” orientato in senso verticale nel rapporto tra soci e leader o strutture leaderistiche. Rischia di finire nel dimenticatoio la dimensione orizzontale del rapporto tra gli aderenti, tra i soci. Sembra non essere servita a molto l’esperienza del sindacato, smembrato e annichilito nella sua dimensione orizzontale a tutto vantaggio di quella verticale che lega direttamente il datore di lavoro al lavoratore, ma rendendo quest’ultimo meno protetto e capace di difendere i propri diritti. Allora, “piattaformismo” a tutti i costi? Quale orizzonte gestionale si vuole fare scaturire dal rapporto diretto “leader-soci”? 

La forza del “piattaformismo” rispetto al “terrapiattismo” è quella della ragionevolezza, della rapidità, della efficacia dello strumento tecnico, frutto di ricerca scientifica. Come obiettare qualcosa di fronte a questa ragionevolezza tecnologica, a questo approccio scientifico al passo con i tempi che richiede, in forma celata, il superamento della democrazia indiretta? Attendiamo con trepidazione e preoccupazione quanto sembra ineluttabilità di scelte che sono inevitabilmente elitarie. Attendiamo con  apprensione il futuro che sarà, il futuro presente.

[docente scuola superiore, laico impegnato, Giardini Naxos, Messina]  

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