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Perché "NO" alla guerra in Libia

creato da webmaster ultima modifica 11/03/2016 17:45
11/03/2016 Movimenti, associazioni e gruppi del mondo della pace e della nonviolenza spiegano perché sono contro la possibilità che il nostro Governo, attraverso un voto del Parlamento, assuma un ruolo guida nell’intervento militare in Libia a fianco di altre potenze occidentali. E indicano che cosa si dovrebbe impegnare a fare con urgenza il nostro Paese.


(Nella foto: un raid americano in Libia contro l'Isis ha preso di mira Noureddine Chouchane, la presunta mente delle stragi dello scorso anno in Tunisia, al museo Bardo e sulla spiaggia di Sousse. Il bilancio del raid Usa è di almeno 41 morti e 6 feriti, secondo fonti mediche - Ansa)


 

Noi rappresentanti di movimenti, associazioni e gruppi del mondo della pace e della nonviolenza siamo preoccupati delle pressioni esercitate sul nostro governo perché assuma un ruolo guida nell’intervento militare in Libia a fianco di altre potenze occidentali. Il Presidente del Consiglio ha detto che “non è in programma una missione militare italiana in Libia”. Ne prendiamo atto. Ma i problemi restano: - il contrasto all’espansione del terrorismo del sedicente Stato islamico; - una minaccia alla sicurezza del nostro paese; - la stabilizzazione della nazione nordafricana. La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo né tantomeno per portare stabilità alla Libia. Basterebbe guardare alla storia di questi ultimi anni per capire che gli interventi militari non hanno risolto i problemi, li hanno invece aggravati.

A partire dalla dissennata guerra lanciata dalla Nato nel 2011 contro il regime di Gheddafi che avrebbe dovuto inaugurare un’era nuova di pace e democrazia. Invece la Libia è precipitata nel caos e nella guerra intestina. Non solo. Quella guerra ha posto le basi per altri conflitti. È ormai risaputo e documentato che il saccheggio di vasti arsenali di armi del colonnello durante l’operazione della Nato ha alimentato la guerra civile in Siria, rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai e destabilizzato il Mali. Di fatto nessuno dei conflitti iniziati dal 1991 ad oggi – Iraq, Somalia, Balcani, Afghanistan, Siria – ha risolto i problemi sul campo, anzi sono tragicamente aggravati. Il fallimento di tali operazioni è sotto gli occhi di tutti: milioni di profughi abbandonati al loro destino che fuggono a causa delle nefaste conseguenze delle recenti guerre.

Oggi poi, un eventuale secondo intervento armato in Libia avrebbe gravi ripercussioni anche sulla vicina Tunisia che teme il debordare della crisi libica oltre i suoi confini, mettendo a repentaglio il suo fragile equilibrio politico e il faticoso cammino verso la democrazia avviato in questi ultimi anni.

Inutile e ovvio dire che saranno i civili a pagare il prezzo più alto di imprese militari, anche nel caso di attacchi effettuati dai droni. Per quanto si voglia far credere che la precisione di tale velivoli a pilotaggio remoto non causerà vittime tra la popolazione, i fatti dimostrano l’esatto contrario. Indagini condotte su una lunga serie di attacchi hanno messo in evidenza che per un terrorista colpito i droni uccidono altre trenta persone circa, tra cui donne e bambini. Se un intervento armato di polizia internazionale in Libia ci dovrà essere, sarà da considerarsi come estrema ratio, fatta nell’ambito delle Nazioni Unite e in seguito alla esplicita richiesta del governo unitario libico. Senza la quale – ammoniscono le autorità del governo di Tripoli – “qualsiasi tipo di operazione militare si trasformerebbe da legittima battaglia contro il terrorismo a palese violazione della nostra sovranità nazionale”.

Va aggiunto che la lotta al terrorismo dello Stato Islamico non potrà mai essere vinta con un dispiegamento di forze militari. Anche la macchina bellica più potente è inefficace di fronte al fanatismo e alla capacità di mimetizzarsi dei terroristi in grado di colpire ovunque nel mondo cittadini inermi con attentati sanguinari. La nostra penisola è in una posizione particolarmente vulnerabile perché è la più esposta per la sua vicinanza geografica alle coste libiche. Per i motivi esplicitati qui sopra, ci rivolgiamo al governo italiano perché assuma un ruolo guida per indicare alla comunità internazionale la ricerca paziente e perseverante di una soluzione politica alla grave crisi libica.

A tale scopo proponiamo con urgenza che l’Italia si impegni:

  1. a ricostruire l’assetto statuale della Libia, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le controparti e la formazione di un governo unitario tra i governi di Tobruk e di Tripoli;
  2. a coinvolgere gli stati membri della Lega araba e dell’Unione africana anche al fine di bloccare i finanziamenti ai movimenti terroristici islamici che provengono da Arabia saudita e Qatar, dal commercio di petrolio e di droga;
  3. a valorizzare la partecipazione della società civile della Libia nel processo di ricostruzione della loro nazione;
  4. a garantire da parte dell’Europa l’apertura delle frontiere per accogliere e assistere i profughi, mettendo in campo un’operazione di salvataggio in mare.

 

Sulla base della nostra Carta costituzionale che sancisce che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» chiediamo al governo di adoperarsi con determinazione e concretamente al fine di promuovere e restituire pace e giustizia al popolo della Libia. Lavoro al quale partecipano da tempo schiere di cittadini che a vario titolo e in diverse organizzazione operano per la promozione della pace e della giustizia tramite l’educazione nelle scuole, con corsi di formazione alla nonviolenza attiva, con la disseminazione di informazione, con la ricerca, il monitoraggio e la denuncia di vendita illegale di armi e con una variegata gamma di iniziative e progetti.

Infine desideriamo rivolgere un appello a papa Francesco che negli anni del suo pontificato non si è stancato di dichiarare la propria ferma opposizione alla guerra. Che anche in questo caso levi la sua voce profetica per denunciare l’assurdità e l’immoralità di un intervento armato in Libia, sollecitando la comunità internazionale a cercare soluzioni pacifiche e giuste.

 

I FIRMATARI DELL'APPELLO CONTRO LA GUERRA IN LIBIA

 

Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia

Mao Valpiana, direttore di Azione nonviolenta

Alex Zanotelli, direttore di Mosaico di Pace

Mario Menin, direttore di Missione Oggi

Filippo Rota Martir, direttore di Cem Mondialità

Marco Fratoddi, direttore di La nuova ecologia

Riccardo Bonacina, direttore di Vita

Pietro Raitano, direttore di Altreconomia

Claudio Paravati, direttore di Confronti

Michele Boato, direttore di Gaia

Pier Maria Mazzola e Marco Trovato direttori di Africa

Silvia Pochettino direttrice di Volontari per lo sviluppo

Redazione di Mondo e Missione

Antonio Vermigli, direttore di In dialogo

Luca Kocci, direttore di Adista

Luigi Anataloni, direttore di Missioni Consolata e segretario della Federazione Stampa Missionaria Italiana

 

Fonte: http://www.famigliacristiana.it/articolo/perche-no-alla-guerra-in-libia.aspx

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Paolo Iacovelli
Paolo Iacovelli :
12/03/2016 11:44
Come avevo scritto nelle conclusioni della mia ricerca sul terrorismo pubblicato lo scorso anno da cercasiunfine, "una guerra al terrorismo e, non saprei, se uno sforzo bellico possa realmente e definitivamente risultare l'unica soluzione al problema; rimbalzerei tale esercizio a strateghi militari e/o esperti nell'arte della guerra. Da cristiano, invece, ritengo che l'utilizzo della sapienza (gnosis) e della lingua (intesa come dialogo tra popolazioni e culture diverse, o avverse tra loro) sia la giusta modalità per non farsi terrorizzare dalla violenza. ", ribadisco lo stesso concetto . Tuttavia resta la minaccia posta dall'Isis che , per la sua natura ibrida, quindi non solo terroristica, ma di guerriglia fluida sul territorio, richiederà uno sforzo sul campo da parte di reparti militari speciali, a mio avviso avviso già presenti sul posto, ma a tutt'oggi non italiani, data la mancanza di una richiesta specifica di un governo libico unificato che non c'è . Sono, invece , preoccupato per la confinante e vicina Tunisia , altro stato che sembra determinato a lottare contro il fenomeno .
direttore
direttore :
23/03/2016 09:29
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