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Perché il minore non delinqua più, di Rosanna Biffi

creato da webmaster ultima modifica 15/09/2015 09:21
Primo studio sulla recidiva nei minorenni autori di reato basato sulle storie di un campione rappresentato da 1.100 ragazzi. Chi ha seguito un progetto rieducativo fuori dal carcere delinque meno. Ma gli assistenti sociali sono troppo pochi. Eppure aumentarli non costerebbe di più.

 

Dei 20 mila minorenni entrati nel sistema della giustizia minorile per aver commesso un reato, meno di 400 sono detenuti nelle carceri minorili, quasi 800 si trovano in comunità e circa 19 mila sono a piede libero, affidati al servizio sociale.
"La magistratura minorile non crede più al carcere, vi manda poco i ragazzi", osserva Isabella Mastropasqua, responsabile dell'Ufficio studi e ricerche del Dipartimento per la giustizia minorile. In collaborazione con Concetto Zanghi, ha curato la prima ricerca longitudinale su "La recidiva nei percorsi penali dei minori adulti di reato": hanno cioè analizzato il percorso successivo al primo reato di un campione nazionale di 1.100 ragazzi, tutti nati nel 1987 e seguiti fino al 2010.

In estrema sintesi, i dati della ricerca mostrano che il 69% del campione di ragazzi non ha più commesso altri reati, mentre il 31% è risultato recidivo, e precisamente: il 12% solo da minorenne, il 9% sia da minorenne sia da adulto, il 10% solo da adulto. Ma le percentuali variano moltissimo a seconda dei fattori: per esempio, tra gli italiani recidiva il 29% dei maschi e il 18% delle femmine; tra gli stranieri, il 45% dei maschi e il 55% delle femmine. "Spesso gli stranieri sono minori non accompagnati, hanno meno fattori di protezione rispetto a una ricaduta nella devianza", spiega Isabella Mastropasqua.
La percentuale di recidiva è alta anche in chi non ha completato la scuola dell'obbligo, per chi non studia o non ha un lavoro stabile, per quanti non svolgono attività organizzate nel tempo libero o non hanno un gruppo di riferimento di coetanei. Anche le famiglie disgregate rappresentano un forte fattore di rischio.

Nei casi in cui i minorenni hanno usufruito della misura della messa alla prova con successiva estinzione del reato, la recidiva si abbassa al 22%. "E' un'opportunità positiva per il ragazzo", fa notare Mastropasqua, "che può contare su un progetto educativo personalizzato e viene seguito dall'assistente sociale in questo percorso che coinvolge scuola o tirocinio di lavoro, famiglia, volontariato e un eventuale supporto psicologico, più una serie di impegni per il risarcimento del danno sociale inflitto alle vittime.
Rappresenta la possibilità di costruirsi un progetto di vita".

La messa alla prova risulta dunque per i minorenni, come dimostra in modo scientifico la ricerca, un buon fattore di protezione dalla ricaduta nei reati.
C'è però un grosso "ma": assistenti sociali ed educatori sono troppo pochi. "Gli assistenti sociali sono 350 per prendere in carico tutti i ragazzi che entrano nel circuito penale. Ne servirebbero il doppio", fa notare Silvana Mordeglia, presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine degli assistenti sociali. "Con questo organico, è difficile occuparsi di tutti in modi e tempi adeguati. Le scelte a un dato momento diventano politiche. Penso ai ragazzi del circuito penale, ma anche ai tanti giovani che vivono in povertà. Tra dieci anni avremo una generazione cresciuta nella sofferenza, e non potranno fare a meno di portarla avanti. Il servizio sociale taglia le gambe alla recidiva e investire su di esso significa risparmiare in costi reali".

"Anche ora, in tempi di taglio della spesa, sarebbe possibile un rafforzamento del servizio sociale per i minori che hanno commesso reati e non sono in carcere", conferma Isabella Mastropasqua. "Basterebbe razionalizzare la spesa. Noi abbiamo strutture molto onerose che andrebbero riconvertite o chiuse. L'assistente sociale costa molto meno del collocamento in comunità o del fare un istituto penale.
La giustizia minorile è veramente piena di buone pratiche: si tratta di fare il salto dall'opera dei bravi operatori a un progetto orientato in sede centrale verso la funzione educativa, pedagogica. La repressione e la rigidità non aiutano a crescere se non c'è un accompagnamento educativo. Oggi questi ragazzi sono fragili e bisognosi di direzione e quest'opera il servizio sociale e l'accompagnamento educativo riescono a svolgerla".

La foto di copertina è di Eugenio Sarno/Ansa

Fonte: "Famiglia Cristiana" del 27 maggio 2014

 

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