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Perché i cristiani dovrebbero restare in Siria? di Paolo Dall'Oglio

creato da D. — ultima modifica 29/09/2015 10:38
Questa è la traduzione di un breve testo in francese inviato da Paolo Dall'Oglio tra giugno e luglio, forse inedito anche in Francia. La redazione di Popoli.info ha pensato di pubblicarlo in questi giorni di tristezza e sgomento per la notizia del suo rapimento in Siria...

 

Mi si domanda: «Perché mai i cristiani dovrebbero restare in Siria?». A mio parere la domanda non è ben posta. Dovrebbe essere invece: «Ci saranno ancora cristiani in Siria?».
I cristiani sono autoctoni nel Paese, hanno partecipato alla creazione di una civiltà fertile e sorprendente, avendo saputo vivere, come altrove gli ebrei, all’interno di uno Stato musulmano, di cui sono stati collaboratori attivi ed entusiasti. Sullo sfondo abramitico di questa regione, il buon vicinato acquista una portata teologica: è impossibile immaginare il proprio vicino con cui si condividono pietà religiosa, lavoro, lingua, feste e sostegno reciproco, finire all’inferno con i propri figli… All’improvviso l’altro condivide con noi una dimensione spirituale!
Lentamente la cristianità siriana si è ristretta e impoverita. Ma la crisi attuale rischia di lasciarne solo poche tracce con un valore di reliquie. In generale i cristiani non hanno potuto lanciarsi in massa nella rivoluzione come i loro concittadini musulmani sunniti. Non hanno nemmeno voluto - grazie a Dio - allinearsi in modo compatto agli sventurati alauiti a fianco del regime e della sua orribile repressione. Avendo già parenti all’estero, la maggior parte di loro ha preso la via dell’esilio. I poveri, perlopiù, rimangono e affrontano gli stessi rischi degli altri siriani, costretti a sfollare all’interno del Paese a causa delle distruzioni. Inoltre, l’infiltrazione e la penetrazione dei gruppi radicali sunniti clandestini (gli stessi che il regime degli Assad aveva inviato in Iraq dopo il 2003) nei ranghi, o meglio, nello spazio della rivoluzione, ha provocato attentanti esplicitamente anticristiani, proprio come in Iraq, seminando un terrore che le buone dichiarazioni e i grandi principi della rivoluzione non posso contrastare efficacemente.
All’improvviso, la domanda sembra diventata: «In Siria i cristiani dove potranno restare?». Questo dipende direttamente dalla capacità che avrà la rivoluzione di garantire sicurezza in tempi brevi a tutti i cittadini. Forse i bombardamenti si possono sopportare, ma gli omicidi fanno paura. E così si parte.

Presso i curdi del Nord-Est, i pochi cristiani rimasti sono fuori pericolo e vanno a costituire un primo «reliquiario», come in Iraq. A Ovest, i cristiani della costa condivideranno lo stesso destino degli alauiti, in qualunque modo si mettano le cose, e si può pensare che ne resteranno. Ma se i massacri di sunniti continueranno in questo modo, i nostri cristiani rischiano di essere messi sullo stesso piano dei sostenitori del regime e, perciò, di essere vittime di vendette. Per quanto riguarda tutto il resto del Paese, si tratta di territori nella tormenta. Damasco e Aleppo attendono di cadere. L’angoscia si mischia alla speranza. Se gli Amici della Siria non tarderanno a intervenire e se i democratici - in maggioranza musulmani sunniti - riceveranno l’aiuto necessario, allora è possibile che qualche cristiano decida di restare per ricostruire la patria nella libertà condivisa. Al contrario, ogni ritardo e ogni mancanza di discernimento non può che condurre all’estinzione di una comunità cristiana fondata duemila anni fa dagli Apostoli di Gesù in persona.

fonte: http://www.popoli.info, 5 agosto 2013

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