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Perché disuguaglianze e crisi della classe media spaccano la società, di Sergio Fabbrini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/12/2019 10:01
Per gli economisti, la polarizzazione sociale è dovuta alla diffusione delle diseguaglianze sociali indotte dai processi di globalizzazione; per i sociologi, la polarizzazione sociale deriva dal restringimento delle classi medie in quasi tutti i Paesi occidentali…

Se ci guardiamo intorno, si vede polarizzazione ovunque. Le società occidentali sono spaccate sul piano esistenziale, oltre che economico. Una polarizzazione che, a sua volta, alimenta la radicalizzazione dello scontro politico al loro interno. Consideriamo gli Stati Uniti e la Francia. Negli Stati Uniti, la radicalizzazione ha condotto ad una rivolta istituzionale, con l'avvio dell'impeachment del presidente Donald Trump, il cui esito (qualunque sarà) porterà ad un'ulteriore radicalizzazione.

I sostenitori di Trump continueranno a sostenerlo nonostante le evidenze sulle sue responsabilità nel cosiddetto Ukraine's affair. I suoi oppositori (rappresentati da Nancy Pelosi) continueranno a denigrarlo, nonostante i suoi rilevanti successi economici.

In Francia, la radicalizzazione ha condotto ad una rivolta sociale, con la mobilitazione di strada contro le iniziative del presidente Emmanuel Macron. I suoi oppositori (rappresentati da Marine Le Pen) scendono oggi in piazza per contrastare la riforma del sistema pensionistico (finalizzata a ridurne gli aspetti corporativi e a renderlo più sostenibile), ieri erano scesi per contrastare l'incremento delle tasse sul gas (0,029 centesimi per litro) e sul diesel (0,065 centesimi per litro). Questa parte della società francese continuerà ad essere contro Macron nonostante le sue politiche abbiano portato il Paese a crescere (nel 2019) più della media dei Paesi dell'Eurozona e più del doppio della stessa Germania.

Tale radicalizzazione politica (in quei Paesi, ma anche negli altri) non è emersa per caso. Essa è stata promossa da imprenditori politici (come Trump e Le Pen) che hanno visto, nella polarizzazione sociale, un mercato politico da conquistare. Vediamo meglio quali siano le ragioni della polarizzazione e, quindi, perché essa ha portato all’affermazione di quegli imprenditori politici.

Da tempo vi è una discussione sulle cause della polarizzazione sociale. Per gli economisti, essa è dovuta alla diffusione delle diseguaglianze sociali indotte dai processi di globalizzazione. Questi ultimi hanno portato fuori dalla povertà vaste aree del mondo (in particolare in Cina e altri Paesi asiatici), ma ciò è avvenuto a spese dei Paesi avanzati (sotto forma di de-industrializzazione e impoverimento di gruppi e territori).

Per i sociologi, la polarizzazione sociale deriva dal restringimento delle classi medie in quasi tutti i Paesi occidentali (a cominciare dagli Stati Uniti), restringimento che ha condotto (da una parte) alla formazione di una vasta area di gruppi che lavorano ma che sono a rischio di marginalità e (dall’altra parte) di una ristretta area di individui che hanno registrato una crescita spettacolare dei loro redditi da lavoro e da capitale.

Per gli psicologi cognitivi, la polarizzazione deriva dalla percezione individuale della diseguaglianza. È stata l’insicurezza individuale (sul proprio futuro o su quello della propria famiglia) che ha creato un senso diffuso di deprivazione, accentuato dai flussi crescenti di immigrati giunti nelle nostre società.

Per gli studiosi di comunicazione, la polarizzazione è il risultato della diffusione di media sociali che hanno dato vita a vere e proprie tribù, con opinioni reciprocamente incomunicabili. Da angolature diverse, questi studi ci dicono che la polarizzazione deriva da diseguaglianze materiali ma anche da insicurezze identitarie. I partiti mainstream hanno sottovalutato le prime e non hanno neppure capito l’importanza delle seconde.

La polarizzazione sociale ha favorito i leader populisti perché essi avevano una soluzione al problema della diseguaglianza e insicurezza, cioè un rinnovato nazionalismo (economico e politico). Vino nuovo in botte vecchia. Si tratta, infatti, di un nazionalismo sovranista che parla ai perdenti (nella realtà o nella percezione) della globalizzazione e dell’integrazione.

Nel passato, quei perdenti si erano rivolti ai partiti socialdemocratici o cristianodemocratici, richiedendo un loro impegno redistributivo. Ora, si sono rivolti ai partiti nazionalisti, richiedendo un loro impegno a difenderne le identità (oltre che le condizioni sociali) minacciate. Quel nazionalismo è nuovo perché ha promesso di scardinare gli intralci decisionali che (si ritiene) abbiano impedito, allo stato nazionale, di difendere i propri cittadini. Di qui il conflitto con il sistema multilaterale di cooperazione internazionale (che Trump, appunto, cerca di smantellare), oltre che con il sistema multilaterale di integrazione europea (che i populisti come Le Pen, appunto, cercano di svuotare).

Per garantire le sue promesse, tale nazionalismo deve rafforzare anche il suo potere interno, oltre a ridurre i vincoli esterni. Di qui la rinascita dell’ideologia statalista, secondo la quale solamente lo stato nazionale può proteggere la società (disciplinandone i movimenti).

Tale nazionalismo difficilmente potrà avere successo negli Stati Uniti, che pure sono una grande potenza in grado di condizionare il comportamento degli altri attori internazionali. Le esigenze economiche transnazionali non si conciliano con il ritorno delle barriere nazionali. Ancora più difficilmente esso potrà avere successo nei singoli Paesi europei. Non basta il nazionalismo sovranista per rendere sostenibile la spesa pensionistica dei francesi o i livelli occupazionali degli italiani. Fatto si è, però, che il nazionalismo è giunto fin qui per rimanerci.

Insomma, per le democrazie di mercato, c’è poco da stare allegri. Società polarizzate non sono disponibili ai compromessi tra interessi e idee su cui esse si basano. Per di più, le istituzioni del dialogo (come le università o i grandi media) si sono indebolite, in quanto a loro volta polarizzate. Il nazionalismo radicalizza lo scontro politico, ritenendo che la radicalizzazione sia una risposta alla insicurezza dei suoi sostenitori. Per contrastarlo, però, non si deve né imitarlo (proponendo uno statalismo ancora più radicale), né disconoscerne le ragioni che lo alimentano (proponendo una democrazia senza frontiere).

La difesa delle democrazie di mercato richiede politiche pubbliche innovative, capaci di ridurre le diseguaglianze e l’insicurezza con politiche di crescita e di protezione, nel contesto di economie e società che debbono rimanere interdipendenti.

https://www.ilsole24ore.com/art/perche-disuguaglianze-e-crisi-classe-media-spaccano-societa-AC6kQu7

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