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Per salvare il siriaco, di Silvana Pepe

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 17/01/2020 18:48
Un insegnante cristiano fra i monti della Turchia…

Se volontà irriducibile, costanza e certezza della fede sono condizioni indispensabili perché una minoranza religiosa resti in vita, un esempio  molto efficace è quello dei cristiani siriaci, determinati a non perdere identità, radici, cultura e la loro lingua, il “siriaco”, variante dell’aramaico, utilizzato non solo nella liturgia ma anche nella quotidianità. Parlare la lingua di Gesù è il loro orgoglio, ed è sempre stato così, nei secoli. Matay Can, 28 anni, laureato in matematica, siriaco nato in Germania dove vive, insegna aramaico a due giovanissimi studenti nel Monastero di Mor Yakub D’Karno, un incarico breve, di sole tre settimane, che Matay progettava da qualche anno. 

Siamo nel sud est della Turchia, nel Tur Abdin (in aramaico), il Monte dei Servitori di Dio, un altopiano tra i 900 e i 1400 metri d’altezza, così chiamato per l’alta concentrazione di monasteri, chiese  e asceti, eremiti e monaci che lì abitavano dai primi secoli della cristianità, e che in questo paesaggio di grande suggestione avevano individuato la residenza ideale per sentirsi più vicini a Dio.

Il monastero di Mor Yakub, del V secolo, si rivela in tutta la sua vertiginosa bellezza, dopo alcuni chilometri di strada sterrata, tra rocce, terra rossa, spianate a perdite d’occhio, vegetazione bassa e rada . 

Matay sta per rientrare in Germania (“è il mio Paese, di cui sono fiero – dice con convinzione - ma qui, in Turchia, ci sono le mie radici”) dopo tre settimane di preghiera, studio e letture sacre, in sintonia e condivisione con questa comunità monastica, ridotta a tre residenti stabili e a un solo monaco, l’Abuna Aho, che coraggiosamente, in solitudine, con enorme fatica e determinazione e grazie alla prodiga e volenterosa diaspora in Europa, ha ridato la vita al  monastero. 

Ma il caso di Mor Yacop non è unico in questo vasto panorama di chiese e monasteri consumati dal tempo e dall’abbandono e che da qualche anno vedono accendersi una flebile luce di esistenza, la  luce della  speranza. Monaci che non agiscono da eroi perché l’eroismo evoca spesso gesti muscolari, e qui su tutto domina il silenzio di uomini e di donne nella loro prepotente umiltà, così che i fatti scorrono senza clamori. 

Matay è orgoglioso dei suoi due studenti, e dei loro progressi. E come altrimenti preservarla la loro antichissima storia? Per Matay l’aramaico è la lingua appresa in famiglia, la lingua dei primi contatti con il mondo, a sei anni serviva già la messa, funzione solenne nella lingua del Signore. Il resto è stato applicarsi, con volontà e passione alla storia dei suoi avi, e ammette senza reticenza “devo perfezionarmi, continuare a esercitarmi”. In Turchia, poiché non ci sono scuole confessionali (non consentite per legge), l’impegno è affidato alle rare parrocchie attive e ai pochi monasteri abilitati, lavoro che richiede forze e volontà di genitori e bambini che si dividono tra la scuola pubblica del mattino e i  pomeridiani corsi di siriaco in questo Tur Abdin spopolato, tra villaggi svuotati di cristiani in fuga all’estero, a ondate intermittenti, vuoi per ragioni economiche, ma soprattutto in cerca di pace. 

Per questo motivo i genitori di Matay abbandonarono Alagöz, luogo di devozione per aver dato i natali a San Gabriele di Beth Gustan (versione aramaica di Alagöz), vescovo del Tur Abdin nella prima metà del VII secolo, molto venerato dalla Chiesa Ortodossa d’Oriente. Erano i primi  anni ’80 e si partiva per non restare schiacciati tra le rivendicazioni dell’estremismo curdo da una parte e il pugno di ferro dei Turchi dall’altra, e anche se giuravi sulla tua neutralità, non c’era scampo. Più che un’emigrazione fu un esodo, villaggi interi svuotati e molte chiese oltraggiate. 

La Germania oggi conta 100 mila cittadini di origine siriaca, seguita da Svezia, Svizzera e Belgio. “Siamo grati alla Germania che ci ha accolti e ci ha ridato dignità” dice Matai come parlando a nome di tutta la sua comunità. Il regalo più grande è stata l’introduzione, dieci anni fa, della lingua siriaca come opzione nelle scuole pubbliche. E in un Occidente senza Dio (o quasi), è emozionante la  fervida devozione che alberga nelle non poche chiese Siriaco Ortodosse in Germania, che siano a Berlino o nella Renania Westfalia, parrocchie che diventano palcoscenico domenicale di ritualità gioiose che sanno di passato, con famiglie, bambini, processioni, canti religiosi, e i pranzi con cibi mediterranei, e occasioni di raccolta di fondi per i loro fratelli in Siria e in Iraq. 

E se è vero che per molti giovani di questi famiglie poco conta l’identità originaria, al contrario, da adulti come fosse passaggio d’obbligo, riconoscono come familiari quei segni antichi e il loro valore. Natale è stato impegnativo per Matay, come ogni anno la sua presenza è richiesta dalla Svezia a Israele, per cantare con la sua voce possente inni in aramaico nei concerti per beneficienza e lui cerca di non mancare nessun appuntamento. 

 

http://www.osservatoreromano.va/it/news/salvare-il-siriaco

 

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