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Per capire il crimine ambientale basta conoscere pochi principi, di Renato Nitti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 26/07/2019 14:19
Le statistiche sulla criminalità ambientale Italiana fanno il giro del mondo. Ogni tanto, quando nell’UE occorre fare un approfondimento sui dati statistici relativi al crimine ambientale, mi capita di trovare specifici richiami alla realtà italiana...

Il problema dell’ambiente, avrete letto, è l’ecomafia. Avrete letto che, ovunque e comunque, se una minaccia c’è per l’ambiente, è una mafia - una cosca, una ndrina, la camorra, un clan… - a volerla. E, siccome siamo tutti lontani dalla mafia, dalla cosca, da qualsiasi ndrina, dalla camorra, da ogni clan, il problema non ci riguarda.

La partita è soltanto per noi magistrati e per le forze dell’ordine.

E se uno sversamento di rifiuti, magari pericolosi, è fatto, un criminale, del tutto lontano dal nostro mondo, lo ha commesso.

A confermarlo ci sono anche gli studi: una importante associazione di protezione ambientale ha svolto un accurato studio con una efficace tabella:

nella prima colonna ha censito tutte le regioni di Italia in cui sono stati accertati  più reati ambientali; 

nella secondo colonna ha riportato tutte le regioni di Italia a maggiore accertata presenza mafiosa.

Bingo: i reati ambientali sono prevalentemente commessi nelle regioni a prevalente ed accertata presenza mafiosa. Quindi è la mafia commette i reati ambientali. Una ricercatrice italiana ha scritto in lingua straniera (dettaglio rilevante) uno dei pochi articoli sulla criminalità ambientale in Italia: poiché era in inglese l’articolo è rimbalzato in diversi siti e, infine, è stato portato a fondamento scientifico della tesi secondo cui “crimine ambientale = reato commesso dalla mafia: ecomafia”.

Nella relazione ad una recente legge in materia ambientale varata in Albania è stato richiamata questo assimilazione. Ora, dunque, molti possono stare tranquilli. Il problema c’è ma è più grande di noi, e comunque è lontano da noi.   

Il problema è soltanto dell’Italia e di pochi altri Stati

Le statistiche sulla criminalità ambientale Italiana fanno il giro del mondo. Ogni tanto, quando nell’UE occorre fare un approfondimento sui dati statistici relativi al crimine ambientale, mi capita di trovare specifici richiami alla realtà italiana. E’ davvero così preoccupante dunque la nostra situazione da giustificare il fatto che essa sia emblematicamente richiamata da altri?

Appare che noi, sì, abbiamo seri traffici di rifiuti, certamente non il Belgio, l’Olanda, la Francia, anni luce davanti a noi.

1+2: abbiamo problemi ambientali perchè da noi c’è la Mafia

Facendo 1+2 la conclusione è facile da raggiungere: abbiamo problemi ambientali perchè da noi c’è la Mafia. Gli altri non ne hanno perchè non hanno la Mafia. Se siete giunti a questa conclusione, aggiungete pure pizza, spaghetti e mandolino, per completare il valzer dei luoghi comuni.

Il problema dell’ambiente non è l’ecomafia

I dati statistici giudiziari, cioè i processi che effettivamente vengono celebrati, raccontano, invece,  tutt’altra storia. Le indagini in corso descrivono una realtà diversa.

Prendiamo un esempio a tutti noto e che allarma tanti: gli incendi dei capannoni contenenti materiale plastico. Oppure di centinaia di balle di plastica accumulate su un suolo, in un’area recintata.

Chi non ha visto una colonna di fumo nero elevarsi lontana all’orizzonte? Incombere sulla periferia di una città? Chi non ha sentito il puzzo acre della plastica che brucia? In molti casi è la plastica della nostra raccolta differenziata. L’impresa guadagna effettuando la raccolta. Guadagna anche con il contributo del consorzio che gestisce la filiera. Potrebbe guadagnare anche dal successivo recupero a condizione che la qualità complessiva sia elevata.

Alta la qualità elevato il rendimento del recupero. Bassa la qualità, minori i guadagni e maggiori i costi. Ma la qualità in concreto è bassa: si fa molta raccolta differenziata ma di qualità scadente. Con i nostri standard  difficile farci qualcosa. Costerebbe meno distruggere quella plastica differenziata scadente. E questo non è possibile in Italia: è un reato. 

Potrebbe allora accadere accidentalmente. Meglio se dovesse accadere a qualcun altro: si potrebbe cedere a lui quella brutta plastica, a lui che può permettersi di correre il rischio.

Ci sarebbe anche un'altra alternativa

Mandarla lontano, in un altro Stato, in un altro continente, dove gli standard sono così bassi o persino inesistenti che si può usare davvero di tutto per simulare un recupero. Tanto dopo ... chi lo deve sapere che quell’oggetto di plastica riciclata (un piatto, un bicchiere, un ciucciotto, un giocattolo) viene proprio da quel pessimo rifiuto plastico, il rifiuto del rifiuto? 

Oppure si potrebbe mandarla lontano, dove bruciarlo comporta meno rischi, dove addirittura si può acquistare un bel suolo per due soldi e accumularci tutto il possibile. Ma anche ciò che qui sarebbe davvero impossibile. Tanto... mica è il mio giardino? 

E se a loro va bene di ridursi così , io perchè devo farmene un problema? Anzi, porto pure ricchezza....

Questa strada è stata percorsa a lungo : portava p.es. in Cina, dove abbiamo mandato veramente di tutto. Poi la Cina ha aperto gli occhi. Ha chiuso le frontiere a questi flussi. Ha inasprito le pene per i trafficanti di rifiuti. Ha bloccato in modo sistematico siti e imprese che ricevevano illecitamente rifiuti, inquinando. E improvvisamente quel flusso che pareva inarrestabile e portava dai nostri porti verso la Cina si è fermato. La Cina ha cominciato a respingere i container che arrivavano dai nostri porti. Intanto la produzione di rifiuti urbani plastici proseguiva, ovviamente: nessuno potrebbe fermarla, ora. Senza uno sbocco è stato necessario trovare siti in cui stoccare quanto raccolto.

Spuntavano come funghi.  Spuntano come funghi.  E quando l’accumulo diventa insostenibile.... la temperatura esterna ed il sole (che, si sa, picchia in certe ore anche a febbraio) provocano imprevedibili incendi ..... 

Se non fosse una disgraziata coincidenza, parrebbe fatto apposta. Ma siamo perspicui: perchè tutto questo avvenga c’è la manina di un delinquente che ha acceso un fiammifero. Al massimo di quell’altro che ha accumulato sapendo o dovendo ben capire che qualcosa non andava.

Magari anche quell’imprenditore che ha fatto la raccolta si sarà pure accorto che la qualità era pessima, ma così pessima da far sorgere il dubbio: ma davvero neanche per errore c’è una frazione di differenziata di qualità? Non sarà il rifiuto del rifiuto? Se ci fosse un nastro che man mano recapita la differenziata lasciando prima quella di serie A, poi quella di serie B e via via la qualità subito inferiore, potremmo chiamarlo il “fine nastro”.

E a ben vedere perchè tutto questo accada occorre anche un ulteriore responsabile, quello da cui muove tutta questa filiera, un protagonista per alcuni aspetti indefettibile: il comune cittadino

Se il suo conferimento è sbagliato, se lui conferisce materiali diversi da quelli previsti per quella specifica filiera, comincia una strada in salita, in cui un imprenditore, un proprietario di un capannone, un bravo “appicciafuoco” potranno trovare scorciatoie o occasioni di lavoro illecito.

In tutto questo, la Mafia ancora non c’entra

C’entra in primo luogo l’impegno di ciascuno in quella che dai più è considerato un pedante adempimento ma che è soltanto attenzione all’ambiente. Non che il singolo cittadino poco attento accenda il fiammifero, o lo porga e causi l’incendio.

Non che il quisque de populo sia il colpevole dell’inadempimento o della frode nell’adempimento del servizio di raccolta di rifiuti. Ma non può tirarsene fuori facilmente. E allora cade il primo principio. Il problema del reato ambientale ci interpella in prima persona.

Il problema dell’ambiente non è l’ecomafia italiana

Veniamo al secondo principio: l’Italia peggio di altri.  Alcune analisi criminali sembrerebbero confermarlo. Poi, però, ci accorgiamo che risultiamo commettere più reati ambientali anche perchè ne scopriamo di più e ciò che scopriamo è analizzato, evidenziato, pubblicato di più.

Abbiamo due -apparentemente tristi- posizioni di primato. Si consideri l’esempio delle spedizioni transfrontaliere di rifiuti.

La normativa europea le considera illecite anche se destinate ad impianti dall’altra parte del mondo che tuttavia non siano in grado di correttamente gestire in modo rispettoso dell’ambiente questi rifiuti. Una applicazione rigorosa della disciplina comporterebbe il sequestro, il blocco della spedizione, l’estensione dell’accertamento sino a comprendere a monte ed a valle l’intero ciclo e sino a sincerarsi se si  tratti di un traffico illecito. Se un imprenditore ricorre ad una spedizione illecita una volta ed essa è correlata alla sua attività, è del tutto ragionevole ipotizzare che l’esigenza di liberarsi di quei rifiuti sia strutturale nella sua organizzazione aziendale (il che è fisiologico) e che egli ricorra a questa strada illecita in modo sistematico (il che, se confermato, è patologico).

Ma la scelta di uno Stato, degli organi di controllo, della Politica (se gli organi di controllo dipendono dalla Politica) può essere di non cercare oltre il singolo episodio, di non andare a monte e men che meno a valle, di non correlare altri episodi a quello accertato, di lasciare che l’episodio resti tale e come tale gestirlo, sino a domandarsi perchè mai sequestrare quei rifiuti se essi possono anche effettivamente giungere dall’altra parte del mondo, dove non sarebbero correttamente gestiti nel rispetto dell’ambiente: non è il nostro giardino (not in my backyard, per dirla diversamente), non è il nostro ambiente, insomma non è affar nostro.

Se invece gli organi di controllo vanno fino in fondo e la Politica non può orientarne la azione la scelta potrà essere del tutto diversa. Avviene negli Stati in cui gli organi di controllo dipendono (funzionalmente, si dice) da una Autorità Giurisdizionale indipendente, come ad esempio (non casuale) il Pubblico Ministero o devono ad essa dar conto.

Il risultato potrà essere in un caso nessuno o un piccolo procedimento penale agevolmente definibile senza sequestro e nel secondo caso un complesso procedimento penale relativo ad un reato molto complesso con più sequestri e in ipotesi anche misure cautelari personali, il che vuol  dire, in sostanza, arresti.

La statistica del primo paese riporterebbe un minor numero di illeciti ambientali e la statistica del secondo una netta  impennata. A questo punto entrano in azione, la seconda ragione di primato: le associazioni di protezione ambientale. Esse posso fungere da cassa di risonanza riportando, analizzando e amplificando gli esiti dei procedimenti penali.

Ipotizziamo dunque da una parte uno Stato che si trova nella prima condizione sopra indicata quanto a controlli in materia ambientale (Stato A) e dall’alta parte due Stati che si trovano nella seconda condizione in tema di controlli (Stato B e C), entrambi con una statistica giudiziaria positiva in termini di numero di procedimenti penali per reati ambientali. Tuttavia uno soltanto di essi (C) ha una efficace, proattiva, meticolosa azione delle associazioni di protezione ambientale. Ecco: in questo caso lo Stato C risulterebbe anche nella elaborazione scientifica (che spesso non si fonda soltanto sulla statistica giudiziaria) interessato dal crimine ambientale molto più dello Stato A e dello Stato B

Ora senza neppure entrare nel merito dei numeri e dunque senza cimentarsi in una graduatoria, il dato di fatto oggettivo è che l’Italia si trova nella situazione dello Stato C:

1. applicazione rigorosa (non ovunque ma tendenzialmente più che in altri Stati dell’UE)

2. p.m. indipendente,

3. efficace azione delle azioni di protezione ambientale, 

4. il più incisivo, costante, meticoloso rapporto delle associazioni di protezione ambientale esistente forse non soltanto in Europa (cd rapporto Ecomafia di Legambiente).

 

Il risultato di tutto questo è che sembra che il problema dell’ambiente siano le Ecomafie e, in modo particolare, le Ecomafie Italiane

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