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Pd: l'enigma del segretario fra Schumpeter e Barca, di Emilio Carnevali

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 18:54
In vista del Congresso, nel Pd si discute sulla possibilità di separare la figura del segretario da quella del candidato premier. Offuscata dalle polemiche di piccolo cabotaggio e dalle eterne lotte fra correnti, la questione rimanda ad alcuni fra i più spinosi interrogativi della teoria politica contemporanea...

Che cosa fa di un politico un “buon politico”? Prescindiamo un momento dal merito delle sue idee, dei suoi valori, della sua visione del mondo: che cosa lo rende meritevole da un punto di vista squisitamente “tecnico”?

Doti personali di onestà, buona fede, passione? Capacità amministrativa e di governo? Conoscenza delle procedure, delle tattiche e finanche dei segreti che presiedono alle complesse dinamiche delle assemblee rappresentative e degli organi istituzionali nei quali lui e la sua “parte” si trovano ad operare? Solide basi culturali multidisciplinari, che attingano a diversi background (di tipo umanistico, scientifico, giuridico-economico)? Esperienza nel mondo del lavoro e sensibilità ai suoi problemi, alle sue condizioni di vita “reale”?

È difficile rispondere in modo chiaro e sintetico ad un interrogativo dai confini così labili e sfuggenti, non essendo – fa l'altro – preliminarmente definito il ruolo esatto che questa figura di “politico ideale” dovrebbe rivestire, né il contesto in cui dovrebbe essere calata.
È meno difficile registrare come “di fatto”, implicitamente, sembra rispondere la gran parte dei cittadini-elettori. Lo possiamo osservare al momento del voto, ma anche attraverso quegli strumenti di “voto simulato” che sono i sondaggi d'opinione.

Nelle società contemporanee la dote che appare sopravanzare tutte le altre è la capacità comunicativa. I politici popolari sono quelli che riescono ad associare al proprio volto un gradimento fondato in primo luogo (anche se non in modo esclusivo) su un qualche “collegamento emotivo” con i propri elettori, il proprio “pubblico”. Sono i politici che riescono a emozionare, commuovere, indignare, suscitare speranza o paura, ma anche – a seconda del profilo politico del soggetto, della situazione storica, della volontà di veicolare attraverso uno stile anche un determinato contenuto – a rassicurare, tranquillizzare, trasmettere un senso di ordine, controllo, continuità.

La cosa non deve sorprendere, né scandalizzare. I regimi democratici sono fondati sul consenso. È dal consenso che traggono la loro primaria fonte di legittimità. La “mobilitazione emotiva” non è certo estranea ai regimi autoritari, ma questi ultimi non sarebbero tali se non si affiancassero ad essa anche gli “argomenti della forza”. E del resto il consenso non passa solo attraverso la pura condivisone di elementi perfettamente razionali.

A sinistra, per lungo tempo, è stata diffusa una comprensibile diffidenza verso la dote comunicativa. La si è spesso guardata come un'abilità da imbonitori o da ciarlatani, se non addirittura da aspiranti autocrati. A chi si pretendeva erede della cultura illuminista l'utilizzo di metodi “extra-razionali” appariva un sotterfugio tinto di immoralità. L'abusatissima citazione di Gramsci sulla necessità di una «connessione sentimentale» con il proprio popolo è spesso servita a far balenare l'esistenza di un problema al riparo dell'autorità di un “venerato maestro”. Senza che però il problema venisse mai davvero affrontato.

Ora questa diffidenza sembra essersi considerevolmente attenuata ad ogni latitudine del variegato campo del progressismo italiano (e talvolta il terreno perduto è stato recuperato con uno zelo addirittura eccessivo, se pensiamo che perfino l'ala più “dura e pura” della sinistra – quella che alle ultime elezioni si è radunata intorno alla figura di Antonio Ingroia – non si è sottratta alle pure logiche dello “star system” mediatico nella selezione della propria leadership).

La “democrazia reale” è molto distante da un'immaginaria repubblica delle lettere dove lo scontro politico si svolge fra moltitudini di angeli tutti dotati di premio Nobel e tutti scevri di interessi materiali. La giusta consapevolezza di questa distanza non deve però sollevare i protagonisti della vita pubblica – politici, cittadini attivi e consapevoli, operatori dell'informazione, ecc. – dalla responsabilità di predisporre adeguate contromisure al pericolo di una “dittatura del marketing”.

Qualche acutissima osservazione su questi temi la possiamo trarre dalle riflessioni di un grande economista del secolo scorso, Joseph Schumpeter. Nella sua opera del 1942 “Capitalismo, socialismo, democrazia” (Etas), Schumpeter delinea una teoria “ultra-realista” del metodo democratico, concepito come «lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare».

Tralasciamo per brevità il carattere eccessivamente riduttivo della definizione. Qualcuno ha addirittura evocato la categoria del “cinismo”. Eppure l'intento di Schumpeter era semplicemente quello di mettere in evidenza alcune grandi aporie nella visione edulcorata propria della teoria classica della democrazia, di matrice illuministico-utilitarista.

Ciò su cui è interessante soffermarsi è una diretta conseguenza della teoria schumpeteriana della leadership concorrenziale. «Le qualità intellettuali e morali che fanno un buon candidato non sono necessariamente quelle che fanno un buon amministratore, e la selezione mediante il successo elettorale può risolversi a svantaggio di chi potrebbe riuscire nella direzione suprema degli affari pubblici». Possiamo fare un esempio molto concreto tratto dai giorni nostri, senza che da parte del lettore sia necessario condividere gli specifici giudizi di valore in esso contenuti: Silvio Berlusconi può essere allo stesso tempo uno strepitoso “candidato alle elezioni” e un pessimo presidente del Consiglio. Mentre il suo antagonista nelle consultazioni di febbraio, Pierluigi Bersani, potrebbe essere, al contrario, un ottimo ministro dello Sviluppo economico (e un potenziale ottimo primo ministro) e un cattivo “performer” da campagna elettorale.

Fortunatamente lo stesso Schumpeter individua una serie di elementi che rendono quantomeno più complessa la questione. «La capacità di raggiungere un posto dominante nelle vita pubblica», scrive fra l'altro l'economista austriaco, «si allea a un certo grado di energia personale e di altre attitudini che si dimostreranno preziose nel “laboratorio” del primo ministro. Non sono pochi, nel fiume che porta al governo gli uomini politici, gli scogli che tagliano la strada agli incapaci e ai fanfaroni».

Ciò non toglie che non solo può non esserci una totale sincronia fra le doti del candidato e quelle dell'amministratore, ma anche fra quelle di un leader di governo e quelle di un capo di partito, e fra i tanti altri diversi ruoli pubblici necessari ad un buon funzionamento del regime democratico.

Un aspirante leader di governo deve per necessità, opportunità e vocazione parlare “a tutti”. Deve ambire a guidare l'intera nazione verso obiettivi pratici immediati, che talvolta lo costringeranno al compromesso. Chi invece è chiamato ad organizzate “una parte” – il capo di partito, appunto – dovrebbe potersi permettere una maggiore libertà d'azione e di pensiero. Dovrebbe promuovere una cultura e una visione di lungo periodo, fuori dalle ristrettezze imposte dalla situazione contingente. Dovrebbe crescere una nuova classe dirigente, preparando dunque il “materiale umano” dell'avvenire insieme ai vagheggiamenti teorici. Almeno se vogliamo tenere ferma una concezione del partito non come mero comitato elettorale, ma come incubatrice di idee, palestra di cittadinanza democratica. Dal rilancio di queste agenzie di formazione civica e partecipazione consapevole forse possiamo trarre uno dei possibili antidoti alla dittatura del marketing che rischia di dominare la politica moderna.

A ciò si aggiunge l'elemento estremamente pratico della limitatezza del lavoro quotidiano di cui può disporre ogni persona. Come può un uomo o una donna pienamente assorbito nelle funzioni di governo dedicarsi anche alla guida di un'organizzazione complessa come un partito, se non delegando ad altri le reali funzioni direttive?

È per questi motivi che appaiono ispirati da assoluto buon senso i “sei impegni” richiesti pubblicamente da Fabrizio Barca al “futuro segretario del Pd” in vista del Congresso del partito: «Dirigere il partito richiede cura, diligenza, impegno e tempo», scrive l'ex ministro della Coesione territoriale. «Naturalmente questo vale in modo rafforzato per il Segretario nazionale del partito, per la responsabilità dell’incarico e per la sua carica simbolica. Il Segretario può svolgere la funzione di leader credibile e ascoltato, ancor più in questa fase grave della vita del paese, se interpreta nello stile personale e nella visibile separazione da ogni funzione esecutiva nello Stato l’autonomia della libera associazione “partito”, il suo essere strumento della società». Per essere ancor più chiaro Barca non si esime dal fare un esplicito riferimento allo Statuto del partito (art. 3), attualmente al centro di un vivace dibattito: «Il nuovo Segretario dovrebbe dunque impegnarsi a introdurre l’incompatibilità fra l’incarico di Segretario e quello di Presidente del Consiglio dei Ministri (o di Ministro). E sarà necessario escludere l’automatica candidatura del primo alla posizione del secondo».

Nel centro-sinistra sono tutti consapevoli che per vincere le prossime elezioni politiche non si potrà fare a meno della popolarità di Matteo Renzi, della sua capacità di attrarre consenso fuori dal tradizionale bacino di consensi del Pci-Ds-Pd, della carica di “rinnovamento” e “novità” che la figura del sindaco di Firenze porta con sé. Ma Matteo Renzi è il primo a sapere di non essere un “uomo di partito”, se con questa espressione si richiama la propensione a fare sintesi fra sensibilità diverse, a lavorare lontano dai riflettori mediatici, a occuparsi delle tante questioni pratiche che devono caratterizzare la vita di ogni organizzazione diffusa capillarmente su un ampio territorio come è il Partito Democratico (sempre che quest'ultimo voglia tornare ad essere uno “strumento utile” alla democrazia italiana). Renzi è un grande “valorizzatore di idee”, non un ideologo. Le sue intuizioni sono esaltate dai tempi brevi della tattica, non da quelli lunghi della strategia.

Una divisione dei compiti sul modello indicato da Barca sarebbe la soluzione più opportuna e più proficua. Non basterebbe certo a risolvere d'incanto i problemi di un partito strutturalmente in “crisi di identità”. Ma sarebbe un primo passo.

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/ , 26 luglio 2013

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