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Paolo Dall’Oglio: «Vado a farmi arabo», di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 14/08/2021 09:55
Il 29 luglio 2013 veniva sequestrato in Siria il padre gesuita Paolo Dall’Oglio. Da allora se ne è perduta ogni traccia. A distanza di otto anni non si affievolisce – anzi si approfondisce – l’eco della sua voce profetica. Qui la testimonianza personale dell’autore, giornalista, vaticanista, profondo conoscitore delle figure e della storia del Medio Oriente contemporaneo e, in particolare, della Siria. Riccardo Cristiano è curatore del volume Paolo Dall’Oglio. La profezia messa a tacere…

Vittime ancora oggi di odiose discriminazioni, i cristiani che vivono nel Medio Oriente hanno il problema dell’accettazione della logica della protezione. Mi spiego: poiché da secoli la prassi islamica, non coranica, mostra che le comunità degli appartenenti agli altri monoteismi debbano essere minoranze protette – sistema che un tempo è stato preferibile a quello occidentale ma che oggi è inaccettabile –, molti cristiani hanno finito per adeguarsi a tale logica.

Nella rassegnata accettazione della protezione si sono inseriti gli interessi delle gerarchie: Cevdet pascià, citato da Bernard Lewis nella sua importantissima storia del Medio Oriente, ai tempi della tentata riforma ottomana, annotava che un vescovo ortodosso ben gradiva quella protezione che poneva, sì, i cristiani dopo i musulmani, ma comunque prima degli ebrei. Di mezzo c’era certamente l’esercizio del potere ecclesiastico sulle comunità, ma pure l’idea che i musulmani non potessero cambiare mai nel loro atteggiamento.

Tutti possiamo cambiare

Ma chi pensa che gli altri non possano cambiare difficilmente è disponibile al cambiamento: forse per questa ragione molti cristiani di quelle terre sono rimasti sostanzialmente preconciliari.

Tutti possiamo cambiare? Padre Paolo Dall’Oglio ne era convinto

Per rendere possibile il cambiamento portava avanti la teologia del buon vicinato, dicendo che «i monasteri cristiani in terra d’Islam sono la riprova che non c’è miglior protezione del buon vicinato», appunto: era un’affermazione rivoluzionaria per costruire la comune cittadinanza in Siria, premessa indispensabile all’acquisizione dello sguardo cosmico della fratellanza. Tale rivoluzione avrebbe liberato i musulmani dal pregiudizio che vuole i cristiani quinte colonne dell’Occidente e liberato i cristiani dal cosiddetto pregiudizio dell’albergo, secondo il quale i Paesi del Medio Oriente sono per loro come alberghi: se non ci si trova bene, si va via, perché è impossibile trasformarli.

La teologia del Mediterraneo – condivisa e invocata da papa Francesco – nasce dunque dalla necessità continua di innovare che, per padre Paolo, è «il modo migliore per conservare» le tradizioni.

Siccome non sono teologo – né sono stato uno degli amici che hanno accompagnato padre Paolo in tutto il suo lungo cammino –, vorrei qui semplicemente raccontare come lui sia riuscito a cambiare me.

Paolo non è riuscito a cambiare il Medio Oriente perché la grande politica internazionale non ha voluto e non vuole che il Medio Oriente cambi: i sit-in di massa organizzati dai Fratelli Musulmani ad Hama e Homs per il monaco cristiano – padre Paolo Dall’Oglio – espulso dal regime siriano di Bashar Al-Assad nel 2012, sebbene oscurati da molti, hanno insegnato che il cambiamento è invece possibile. Ad esempio, il cambiamento che sa riscoprire semplici tradizioni, quale l’uso da parte delle donne cristiane e, allo stesso modo delle musulmane di Siria, di un velo leggero e aperto, piuttosto della vestizione dei jeans, piuttosto che veli neri e serrati: stereotipi e modelli imposti dalle tv satellitari, ma non dalla realtà popolare.

«Devo conoscere Samir»

Era il 2011 e avevo appena finito di scrivere un libro intervista con Samir Frangieh, l’ideologo dell’intifada libanese del 2005, quella che costrinse al ritiro l’esercito d’occupazione siriano.

Mandai il dattiloscritto al monastero di padre Paolo nel deserto siriano, a Mar Musa, chiedendogli se gli interessasse scriverne un’introduzione. Mi rispose: «Tu vuoi accelerare i tempi della mia espulsione! Ma quando avrai il libro, dovrai presentarmi Samir, devo conoscerlo!».

Per presentare Samir Frangieh, ex comunista ed ex studente presso i gesuiti – poi definito da molti il «consigliere del patriarca», il gesuita Butros Sfeir –, penso basti citare quanto mi disse una sera mentre attraversavamo Beirut: «Tutto quello in cui abbiamo creduto nel secolo scorso oggi si dice in poche parole: imparare a vivere insieme». Per questo Samir era pronto a parlare con tutti: dai militanti dell’islam politico ai nostalgici intransigenti del marxismo-leninismo, ai falangisti. Vedeva solo un muro, invalicabile: Bashar Al-Assad.

Ai tempi della guerra civile, Samir era contro i falangisti che accusava di odiare Beirut per la sua urbanistica promiscua: un po’ Oriente e un po’ Occidente. Ma, quando si fu a un passo dal precipizio, andò da Gemayel che in seguito ebbe modo di dire: «Oggi ho conosciuto un giovane di idee diverse dalle mie. Se ci fossimo incontrati prima forse la storia sarebbe stata diversa».

Quando padre Paolo fu espulso – scortato a Beirut dal nunzio Zenari in persona –, mi chiamò e mi disse: «Sono a Beirut, mi aiuti a incontrare Samir?». Aveva evidentemente deciso di fare irruzione nella mia vita come un uragano. Questo è stato per me padre Paolo.

Non ho poi potuto presenziare al suo incontro con Frangieh. Me ne parlò in seguito una volta in Italia, nel monastero di Cori. Quella volta rimanemmo tutto il giorno insieme: per lui quel giorno ha cambiato poco, per me molto.

Mi sorprese chiedendomi, quasi a bruciapelo: «Chi è Samir Frangieh per te?». Con questa domanda, tra tutti i pensieri che aveva per la testa, era riuscito a capire presto tutto di me! Aveva capito che, in Samir, io avevo trovato la strada che collegava quel che ero stato nel secolo scorso con quel che sono nel secolo presente. Senza, infatti, la parola intifada – che significa “sollevarsi” – non riuscirei a capire ora molte cose di me stesso.

Il leader introverso e gentile dell’intifada libanese – Samir – mi disse che «avrebbe voluto essere un monaco tibetano». Mentre il vero monaco – gesuita – estroverso che gli eventi hanno costretto a diventare il vero leader dell’intifada siriana – padre Paolo – mi ha parlato del particolare delle tende di casa Frangieh, mosse da una brezza leggera che faceva intravvedere squarci del cielo. C’era della poesia sempre nelle sue parole, mentre parlava d’altro. Samir e Paolo erano uomini molto simili sia pure nella loro assoluta diversità caratteriale. A loro io devo molto.

Samir mi disse: «Ho detto a padre Paolo Dall’Oglio che non deve farlo, ma lo farà. Ma quando vorrà farlo, sconsiglialo: per quel poco che varrà, farà bene a te». Infatti, padre Paolo rientrò in Siria. Voleva raccogliersi in preghiera sulle fosse comuni disseminate lungo la Valle dell’Oronte. Poi rientrò nuovamente e il 29 luglio 2013 è stato sequestrato. Ed è sparito.

Samir ha incontrato padre Paolo solo quella volta di cui sto scrivendo. Ricordo come abbia vissuto con trepidazione l’attesa di quell’incontro. Quando Paolo mi scrisse che era arrivato a Beirut, informai subito Samir: erano le sette di mattina. Non avevo familiarità per chiamare a quell’ora, così mandai un messaggio. Rispose in pochi secondi. Scrisse: «Ero in ansia da giorni per questo incontro.»

Senza Samir e senza Paolo avrei continuato a seguire dunque i miei schemi. Se Frangieh mi aveva aperto la strada, solo padre Paolo mi ha condotto per mano al di là dei miei confini. Samir era parte del mio mondo, nativo della mia stessa laicità: insomma, con lui mi sentivo a casa. Paolo mi ha invece obbligato ad andare oltre, raccontandomi che, anche con Samir, imbastì il discorso partendo dal fatto, biblico, per lui scontato, che Ismaele – il figlio di Abramo cacciato nel deserto dal padre e definito il capostipite degli arabi – indica che l’elezione di Dio riguarda anche gli esclusi: Ismaele, il figlio escluso, scacciato, non ci dice forse che anche gli esclusi sono eletti di Dio?

I mondi dei credenti e dei non credenti si sono così ricomposti per me in un solo mondo di persone che stanno cercando il vero: persone diverse tra loro, ma soprattutto diverse da quelle che non hanno più nulla da cercare e da trovare.

Il modello era Matteo Ricci

Il racconto dell’incontro con Samir mi ha fatto capire perché Paolo abbia detto, a suo tempo, ai suoi familiari: «Io non vado a studiare arabo, vado a farmi arabo». Il suo modello era Matteo Ricci. Se i suoi cinesi erano gli arabi, io mi sono sentito “cinese” davanti ad un uomo che mi aveva capito, forse il primo che ha riconosciuto in me una spiritualità diversa da quelle già “codificate”.

Sono sicuro che anche per molti musulmani incontrati da padre Paolo l’esperienza sia stata simile. Con lui ho potuto parlarne e dire: «Sai, Paolo, temo che in diversi ambienti ci sia chi si assiepa dietro ad Assad anche per l’eco antica dell’antisemitismo». Lui mi disse: «Già! Devo scriverne. Ma può sorprendere che un negazionismo ne produca un altro?».

Alcuni gruppi anti-conciliari avrebbero molto da riflettere su queste parole: la visione del Concilio riguarda l’Altro, perché l’apertura all’altro sempre apre, non chiude. Ci ho ripensato seguendo l’incredibile evento della firma del documento di Abu Dhabi.

A quel tempo, quel documento non c’era ancora, né si pensava possibile. Solo avvertendo la certezza della sua condizione di possibilità, sono uscito dallo schema infantile di quel gusto occidentale – antioccidentale – per effetto del quale il mondo arabo sarebbe stato il grande proletario mossosi ad antagonista planetario del mostro a stelle e strisce.

Tale narrativa serve a credere a qualcosa in chi la racconta stando qui, ma là – in Medio Oriente – serve a congiungere gli opposti: è pari all’ideologia del vecchio partito Baath, costruito su un antagonismo panarabista che specula su quella frustrazione rabbiosa molto simile all’ideologia cieca che ispira gli odierni qaedisti. Si gioca con la rabbia dei poveri e degli incompresi per fargli odiare il mondo cattivo, corrotto. Questa malattia ha trasformato parte dell’islam in un’ideologia contro il mondo. Ma l’islam popolare non è contro il mondo, se ne è sempre sentito parte.

Così padre Paolo – raccontandomi del suo incontro con Samir – mi ha fatto capire pure il peso dell’identitarismo cristiano, dicendo: noi cristiani «abbiamo e avremo l’altro che abbiamo ingenerato».

Non esiste affatto una grande marcia proletaria contro il mondo. Non è mai esistita. Esistono élites corrotte che sfruttano dolori e strumentalizzano fedi per arrivare e restare al potere.

Ricordo che Frangieh aveva detto a Paolo di volergli far conoscere il verduraio della bottega accanto al suo portone – lo sciita Alì – che costituiva il vero motivo per cui Samir non aveva mai accettato di lasciare il cosiddetto “versante islamico” della sua città e senza del quale non avrebbe potuto cominciare le sue giornate.

Verso un pluralismo nella comunione

Commentando a distanza quel colloquio, entrambi mi hanno detto che la sapienza sta nel «vedere e trovare Dio in tutte le cose».

Paolo era felice quando gli dissi che Samir mi aveva raccontato di essere andato una volta a tenere una conferenza a Tiro, nel giorno del suo compleanno, tra ospitanti sciiti: la sera gli sciiti lo portarono al ristorante estraendo da una busta una bottiglia di arrak, il liquore di anice che loro non bevono, ma che erano lieti di offrire quale omaggio per la festa.

Padre Paolo ha reso evidente anche a me che il “mistero teologico” dell’islam non può essere affrontato secondo il principio di non contraddizione, bensì secondo la pura logica dell’amore. Ho quindi capito che il mistero di tutte le fedi sta in miliardi di miei simili, esseri umani: «Noi non andiamo verso assimilazioni reciproche, né equivoche misture, ma verso un orizzonte condiviso, in cui si proiettano sintesi capaci di pluralismo nella comunione».

Ho percepito queste parole di Paolo come una scoperta – contagiosa – che riguardava anche me. Mi ha appassionato la sua idea che «l’armonia dell’opera di Dio, in ogni tradizione, verrà alla luce del sole dell’ultimo giorno». Da uomo di chiesa vedeva, in tal senso, il fallimento del cristianesimo: il fallimento dell’occidentalizzazione di ogni credente in Gesù Cristo. Vedeva invece, all’orizzonte, lo splendore di una Chiesa globale, presente in ogni cultura, anche ancestrale.

Un orizzonte ben presente nel mezzo apologo – caro a Samir – in cui si narra di un amico libanese trasferitosi a Parigi con la famiglia. Samir, andandolo a trovare, capì che c’era un problema: uscì fuori che la figlia si stava per sposare con un francese. «Beh, ottimo no?». «Sì, è una gran bella persona, ma sai, Samir, passare tutto il resto della nostra vita andando a cena con quella fettina di carne servita nel piatto…». L’amico pensava alla cucina libanese che – sulle tavole dei cristiani come dei musulmani – prevede diversi piatti di portata lasciati sul tavolo: ognuno prende ciò che più gli aggrada.

Forse anche la cucina spiega perché in arabo il vocabolo “individuo”, di per sé, non esiste: la traduzione letterale del termine più ricorrente è “uno di una coppia”. Si vive insieme, si mangia insieme, uniti nelle diversità. Questo accoglie.

Non penso che ne abbiano parlato, ma so che a Paolo questo apologo sarebbe piaciuto.

http://www.settimananews.it/reportage-interviste/paolo-dalloglio-vado-farmi-arabo/#respond

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