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Nuovo statalismo, di Guido Sirianni

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 17/11/2020 08:12
Il difficile equilibrio tra scienza, tecnica e politica creatosi nel Risorgimento e conservatosi in vario modo di epoca in epoca si è incrinato gravemente, proprio nei nostri anni, senza riuscire a ricomporsi…

La stagione del neoliberismo, nella sua forma più veemente, ha iniziato la sua parabola discendente con la Crisi dei derivati del 2008, e senza mai riprendere quota, ha finito per precipitare nel 2020 sotto la spinta di un tossico incrocio di crisi economica, sociale, ambientale e, in fine, sanitaria. 

Parallelamente, i fantasmi neri e bianchi della sovranità, dello Stato, delle frontiere, dell’intervento pubblico, in tutte le sue varie forme, da quelle democratiche e solidali a quelle totalitarie o comunque autoritarie, sono rispuntati, dopo una lunga quarantena, ora nella forma nostalgica di vestiti demodè, ora in quella di veri e propri incubi novecenteschi. 

In sostanza, i fatti impongono di tornare all’intervento pubblico, per difendere redditi ed occupazione, per proteggere l’ambiente e per salvaguardare la coesione sociale e territoriale, visto che mercati e regolazioni da soli non bastano, ma questa istintiva consapevolezza, ormai universalmente condivisa, non si accompagna con una chiara idea degli obbiettivi, degli strumenti, dei soggetti che dovrebbero incarnare questa nuova politica. Si sconta, in questo disorientamento, il fatto che l’interventismo pubblico da decenni è stato posto in disarmo, sul piano tanto culturale quanto organizzativo. Il declino e poi lo schianto dei miti del neoliberismo ci hanno trovato, per così dire, impreparati, sia pure con le meritevoli eccezioni.

Le difficoltà ovviamente cambiano da Paese a Paese. Nel caso dell’Italia ci troviamo davanti ad un paradosso. L’interventismo pubblico ha infatti segnato profondamente la storia del nostro Paese, attraversandone tutti i cicli ed assumendo forme di grande originalità, svincolate da rigidità ideologiche, di teoria politica ed economica, tanto da divenire modelli apprezzati a livello internazionale. L’intreccio pubblico-privato è stato profondo nell’Italia liberale, in quella fascista, in quella Repubblicana. 

Ma proprio in un Paese che ha sviluppato una esperienza di interventismo così importante, di cui si dovrebbe essere, almeno in parte, orgogliosi,  la fiducia nelle capacità della mano pubblica di produrre risultati positivi in termini di redistribuzione della ricchezza, di innovazione  tecnologica e sociale, in una parola, di crescita democratica, è ai minimi termini, tanto da spingere classi dirigenti e opinione pubblica verso prospettive degradate nelle quali l’interventismo si risolve in una mera largizione a pioggia di denaro pubblico, finché ce ne è, destinato magari a giacere nei conti correnti bancari. 

Il paradosso ha, naturalmente le sue ragioni, di natura insieme storica e culturale. Come e perché gli strumenti dell’intervento pubblico sono stati così drasticamente smantellati, dal punto di vista organizzativo e culturale? Sullo Stato interventista, nella sua forma italiana, che era una vasta organizzazione politico amministrativa essenzialmente accentrata, dotata di apparati tecnici appositi, operanti a volte nell’ambito della struttura ministeriale (l’archetipo e’ il genio civile) a volte strutturati come aziende, istituti, enti pubblici, società a partecipazione pubblica (le così dette “amministrazioni parallele”), si è abbattuto il duplice ciclone del decentramento regionale e locale e delle dismissioni. 

Il decentramento regionale ha polverizzato molti corpi amministrativi tecnici, consolidatisi nel corso di decenni,  ponendoli per di più sotto un controllo politico più intenso di quello consentito in passato dalla gerarchia ministeriale. Gli apparati statali ministeriali residuati sono stati quindi svuotati di competenze e di capacità tecniche, per trasformarsi un uffici di coordinamento affollati di generalisti, mentre le regioni, dal canto loro, non hanno avuto né l’interesse ne’ la capacita di dar vita a nuove proprie amministrazioni tecniche dotate di caratteristiche adeguate. Tale smantellamento è avvenuto senza reazioni, ed anzi col consenso degli ex dipendenti statali, attratti dalle migliori retribuzioni, come del nuovo ceto politico regionale, che ha preferito avvalersi di reti di tecnici di fiducia condiscendenti piuttosto che di strutture professionali permanenti. 

Gli apparati dell’intervento pubblico dello Stato-imprenditore, paralleli a quelli ministeriali, operanti tanto nella produzione industriale, quanto nella erogazione di servizi pubblici (telecomunicazioni, trasporti, infrastrutture) sono stati dismessi all’indomani della crisi degli anni 90, nella forma dello “spezzatino”. Del grande Stato imprenditore sono rimasti avanzi, certamente importanti, ma non tali da produrre una compagine coordinato: un coacervo di imprese a vario titolo non privatizzabili, come le ferrovie, la RAI e la rete elettrica, le industrie belliche, e partecipazioni strategiche nell’energia. 

L’eclissi dello Stato imprenditore è avvenuta senza rimpianti, e talvolta con sollievo: il posto dello Stato-padrone avrebbe dovuto essere preso da un nuovo Stato-regolatore, operante attraverso le leve, lontane dalla politica, delle nuove amministrazioni indipendenti. Non si è però considerato però  che le dismissioni  avrebbero prodotto, come effetto secondario, quello di privare l’amministrazione pubblica, lo Stato, di un grande ed essenziale serbatoio di competenze tecniche, localizzate non tanto negli enti di gestione, quanto nella galassia delle società operative. 

Il patrimonio di tecnici di cui la Repubblica disponeva è andato così disperso, nella parabola di quasi mezzo secolo, con effetti intuibili sulla capacità di programmare, progettare, eseguire, controllare: una capacità di cui lo stesso Stato-regolatore non avrebbe potuto fare a meno, e ancor meno allorché esso debba tornare ad assumere importanti funzioni di intervento. In altri tempi, la digitalizzazione della pubblica amministrazione, l’acquisto dei banchi per le scuole post-covid, la  manutenzione e la ricostruzione di ponti non sarebbero divenuti imprese kafkiane, perché i governanti avrebbero facilmente sapere a chi rivolgersi, senza perdersi in dedali di commissari,  subommissari, procedure in deroga: un paradiso di semplificatori-complicatori, sul quale si proietta l’ombra dei TAR. 

Cosa ha prodotto la sparizione della tecnica dalla amministrazione pubblica italiana? Come mai alla grande fuga dei tecnici prodotta dalla regionalizzazione e dalle privatizzazioni non è seguita una politica finalizzata a chiudere questa falla? Le risposte possono essere molte o complesse. Ci limitiamo a indicarne due: la prima, è rappresentata dal mito neo-liberista di un sistema politico-amministrativo che, anziché dotarsi di proprie capacità tecniche, le compra quando occorre, in out-sourcing sul mercato: come un esercito il cui stato maggiore è composto da mercenari. La seconda risposta rimanda al fatto che la cultura tecnica e scientifica resta minoritaria, schiacciata dalle retoriche letterarie, dal legalismo deteriore e dal particolarismo, di cui è intrisa imperituramente la vita italiana, sebbene nello “state building” dell’Italia unita e le sue evoluzioni successive essa abbia ricevuto un importante riconoscimento, animando le grandi amministrazioni tecniche che ne hanno rappresentato l’armatura. 

Il difficile equilibrio tra scienza, tecnica e politica creatosi nel Risorgimento e conservatosi in vario modo di epoca in epoca si è incrinato gravemente, proprio nei nostri anni, senza riuscire a ricomporsi. Sarebbe davvero un segnale importante se almeno un rivolo dei 200 miliardi post-covid fosse destinato a riportare nelle amministrazioni pubbliche tecnici capaci di progettare, di appaltare, di controllare.

*Docente di Diritto Pubblico - Scienze Politiche - Università di Perugia

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