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Nove tesi per un’uscita alternativa dal debito, di Francesco Gesualdi

creato da pigre71@alice.it — ultima modifica 21/07/2016 17:28
Modi differenti di concepire il debito pubblico
Nove tesi per un’uscita alternativa dal debito, di Francesco Gesualdi

debito pubblico

1. Non è vero che ci siamo indebitati perché siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità. Inrealtà il nostro debito è 100% interessi come mostrano i numeri. Nel 1980, il debitopubblico italiano ammontava a 114 miliardi di euro pari al 56% del Pil. Quindici anni dopolo troviamo cresciuto di 10 volte, più esattamente a 1150 miliardi di euro. Effetto dei nostrisprechi? In parte sì perché questo è un periodo in cui le spese per servizi e investimentipubblici sono state superiori alle entrate fiscali. Ma solo per 140 miliardi. Se il nostro eccesso di spese fosse stata la causa di tutti i mali, il debito pubblico avrebbe dovuto raddoppiare, non decuplicare. E allora cosa ha contributo alla crescita incontrollata del debito? Risposta: gli interessi che in quel periodo oscillavano fra il 12 e il 20%. Bisognò attendere il 1996 per vederli scendere al di sotto del 9%. In parte l'Italia pagava per le scelte di Reagan che aveva bisogno di soldi per finanziare lo scudo spaziale. Non volendo alzare le tasse, si finanziava richiamando capitali dal resto del mondo con alti tassi di interesse. Gli altri paesi assetati di prestiti non avevano altra scelta che offrire di più.La politica di spese per servizi superiori alle entrate durò fino al 1991 e in ogni caso procurò un disavanzo primario complessivo pari al 2,5% del Pil totale 1980-1991. Poi, con l'eccezione del 2009-2010, la spesa per servizi è rimasta sempre al di sotto delle entrate, permettendo un risparmio complessivo di 633 miliardi di euro. Una cifra sufficiente ad assorbire non solo i disavanzi precedenti, ma anche il debito di partenza e continuare ad avere un avanzo di 370 miliardi. Ma nonostante la politica da formichine, il nostro debito è cresciuto all'astronomica cifra di 2000 miliardi. Solo per colpa degli interessi che nel trentennio ci hanno procurato un esborso pari a 2141 miliardi di euro.

2. Le cause che ci hanno fatto perdere la corsa con gli interessi sono da ricercare sia sul lato delle spese che delle entrate. Sul lato delle spese possiamo citare gli alti tassi di interesse imposti dal mercato, la corruzione che vede coinvolte le alte sfere statali, gli sprechi per sostenere ogni tipo di casta, opere e commesse inutili per garantire denaro alle imprese amiche e mafiose, inefficienze dell’apparato pubblico per incuria della classe politica, elargizioni a clientele di ogni genere per motivi elettorali. Sul lato delle entrate possiamo citare l’evasione fiscale dovuta non solo alla disonestà dei cittadini, ma anche all’accondiscendenza dello stato che avalla il ricorso ai paradisi fiscali, la riduzione delle aliquote fiscali sui redditi alti(dal 1974 al 2011 le aliquote sui redditi oltre 250mila euro sono passate dal 70 al 43%), politiche di favore per i grandi patrimoni. Di sicuro la colpa non è dei bassi redditi che difficilmente sfuggono al fisco e che rappresentano lo zoccolo duro delle entrate fiscali.

3. Il debito genera impoverimento e ineguaglianze. Nel 2011 la spesa per interessi è stata pari a 78 miliardi, una cifra corrispondente al 10% del gettito fiscale e al 5% del Pil. Per effetto dell’innalzamento dello spread, nel 2012 la spesa per interessi è attesa a 85 miliardi. Nel 2015 addirittura a 100 miliardi. Ogni euro pagato per interessi è denaro tolto ai cittadini che invece di finanziare servizi collettivi finisce nelle tasche dei più ricchi. In altre parole il debito è un meccanismo di redistribuzione alla rovescia: prende ai più per dare a pochi. E gli effetti si vedono. Secondo i dati Istat, nel 2011 la povertà relativa ha colpito l’11,1% delle famiglie, quella assoluta il 5,2%. Nel 2009 le famiglie in povertà relativa erano al 10,8%, quelle in povertà assoluta al 4,7%. Ed anche le disuguaglianze si sono aggravate. Nel 1985 il divario fra. il 10% più ricco e il 10% più povero era 8 a 1. Nel 2008 è passato a 10 a 1.

4. Il pagamento del debito contribuisce ad aggravare la crisi perché comprime la domanda. Prima di tutto perché l’aumento delle tasse toglie soldi di tasca ai cittadini. In effetti la strategia dei governi liberisti per pagare il debito si basa su due capisaldi: l’inasprimento fiscale e il taglio delle spese. Se il maggiore prelievo fiscale venisse utilizzato per maggiori spese pubbliche, l’effetto sulla domanda complessiva rimarrebbe invariata, cambierebbe solo sul piano qualitativo. Ma poiché viene sequestrato e dirottato nelle tasche dei più ricchi, che non utilizzano i loro proventi per investimenti produttivi, ma per operazioni finanziarie di tipo speculativo, l’effetto depressivo sulla domanda è doppio. In un articolo apparso sul Financial Times del 30 aprile 2012, Lawrence Summers, già Ministro del Tesoro e consigliere economico della Casa bianca. ricorda che il taglio della spesa pubblica ha un effetto demolitivo sul Pil pari a una volta e mezzo. Come dire che a ogni euro in meno di spesa pubblica corrisponde un euro e mezzo di contrazione del Pil.

5. Quando uno stato è in difficoltà non devono pagare solo i cittadini, ma anche i creditori perché prima dell'arricchimento personale devono essere tutelati i diritti fondamentali delle persone: scuola, sanità, servizi sociali, pensioni. Per questo bisogna smettere di puntare a fare sempre più soldi spremendo i cittadini. Al contrario bisogna puntare ad alleggerire il debito, riducendo, prima di tutto, il peso degli interessi. Il che si ottiene in due modi. Il primo combattendo la speculazione affinché i mercati non abbiano più il potere di fare aumentare gli spread e quindi i tassi di interesse. Il secondo congelando il pagamento degli interessi, salvaguardando i piccoli risparmiatori che però detengono solo il 15% dei titoli del debito pubblico italiano. Se lo stato italiano saltasse il pagamento degli interessi anche solo un anno, risparmierebbe immediatamente 80 miliardi che potrebbe utilizzare, ad esempio, per creare un paio di milioni di posti di lavoro. Se proprio non si volesse arrivare a un congelamento totale degli interessi si potrebbe quantomeno praticare l’autoriduzione all’1% che corrisponde al tasso di interesse applicato dalla BCE sui prestiti che concede alle banche. Non si capisce perché le banche debbano avere un trattamento di miglior favore rispetto alla collettività.

6. Il debito pubblico italiano sfiora i 2000 miliardi di euro, pari al 126% del Pil. Dobbiamo accettare che ha assunto una dimensione troppo grande per essere ripagato. Per questo bisogna smettere di pensare che sia una vergogna rinegoziarlo. In passato molti altri stati hanno ristrutturato il loro debito traendone solo vantaggio perché il debito è una scimmia che ti tiene a terra e ti scortica vivo. Serve un’alleanza fra i paesi più indebitati d’Europa (Italia, Portogallo, Grecia, Spagna, Irlanda) per affrontare i grandi creditori comuni e negoziare congiuntamente la riduzione dei rispettivi debiti. L’alternativa è la svendita di tutto il patrimonio collettivo e la privatizzazione di ogni servizio pubblico, che sul piano della civiltà ci riporterebbe al medioevo.

7. Dobbiamo avere il coraggio di dire che il popolo ha l’obbligo di pagare solo quella parte di debito che è stato utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse equi. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, può essere dichiarato illegittimo e in quanto tale da ripudiare, come ci insegnano i popoli del Sud del mondo. Per questo bisogna procedere ad una grande indagine popolare (audit pubblico) per valutare quattro aspetti: la congruità dei tassi di interesse pagati, la responsabilità di una politica fiscale che ha favorito le classi più ricche, la responsabilità di una cattiva gestione della spesa pubblica dovuta a privilegi, latrocini, corruzione, la responsabilità delle truffe messe in atto dalle banche. Giova ricordare che più di 600 enti locali si sono fatti abbindolare da promotori finanziari, cascando nella trappola dei derivati che ha procurato perdite enormi alle proprie casse. Perfino il Ministero del Tesoro nel marzo 2012 ha pagato a Morgan Stanley 3,4 miliardi di dollari per uscire da contratti derivati che continuavano a procurare perdite alle casse pubbliche.

8. Dobbiamo batterci per una soluzione europea del problema del debito, adottando criteri comuni di politica fiscale e di lotta alla speculazione, gestendo il bilancio europeo per il superamento degli squilibri territoriali, condividendo le politiche di gestione del debito, recuperando sovranità monetaria. La BCE va riformata in modo da tornare a gestire la moneta europea non più nell’ottica esclusiva del contenimento dell’inflazione, ma del perseguimento della piena occupazione e del progresso sociale. Alcuni propongo il ritorno alla lira come strada per recuperare sovranità monetaria, ma considerati i risvolti economici, politici e sociali, una simile scelta andrebbe valutata con estrema attenzione. Se l’Europa dei 17 dovesse essere sorda ad un cambio di rotta, in via subordinata potrebbe essere tentata la strada della moneta comune mediterranea.

9. Il diritto di non farci strangolare dalla speculazione e di liberarci da un debito troppo pesante non ci esime dall'obbligo di rimettere a posto i conti pubblici per liberarci più velocemente dal debito e non cadere mai più nella sua trappola. Per risanare i conti pubblici bisogna agire sia sul piano delle entrate che delle uscite. Sul piano delle entrate, prima di tutto bisogna lottare seriamente contro l'evasione fiscale e l'economia in nero che procura ogni anno un mancato incasso di oltre 120 miliardi di euro. Inoltre bisogna ripristinare una seria politica fiscale di tipo progressivo come prescrive la Costituzione. Ossia applicare aliquote crescenti al crescere degli scaglioni di reddito. Contemporaneamente bisogna reintrodurre una seria patrimoniale che colpisca la ricchezza accumulata oltre misura, sotto forma di beni mobili e immobili, depositi e titoli. In questa prospettiva possono anche essere assunte iniziative di debito forzoso a carico dei più ricchi in modo da riportare il debito pubblico in mani italiane. Sul piano delle uscite si impongono due grandi riforme: l'eliminazione degli sprechi e una diversa ripartizione delle spese. Per quanto riguarda gli sprechi i due grandi imputati sono la corruzione e i privilegi a vantaggio di politici, alti funzionari e dirigenti di imprese pubbliche. Messi assieme ci procurano una perdita di oltre 50 miliardi all'anno. Per quanto riguarda le spese dobbiamo disfarci di quelle inutili e dannose e potenziare quelle ad alta utilità sociale e ambientale. Fra quelle da ridurre ci sono le spese per missioni militari, l'acquisto di armi a scopo offensivo, le opere faraoniche tipo TAV e ponte sullo stretto di Messina. Fra quelle da aumentare le spese per sanità, istruzione, previdenza, risanamento dei territori, potenziamento delle infrastrutture e delle economie locali, riconversione della produzione in un'ottica di sostenibilità.

- 24 novembre 2012

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