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Notte di crisi e nuove aurore, di Vittorio Cristelli

creato da webmaster ultima modifica 21/07/2016 17:25
... è notte anche in altri campi più estesi. Pensiamo ai giovani che vedono letteralmente buio nel loro futuro. E poi la notte delle famiglie, che vedono il buio in ogni fine mese. E la notte degli anziani, dei precari, degli esodati...


Non c'è immagine che maggiormente renda l'assenza di soluzioni, l'incertezza e l'ambiguità delle decisioni da prendere in questa crisi che ci attanaglia, di quella della notte. Basti pensare all'esempio diventato ormai emblematico oltre che tormentoso dell'Ilva di Taranto, dove due esigenze si impongono ma si scontrano anche fino a diventare contraddittorie: quella della salute degli operai, ma anche pubblica, e quella del lavoro. Continuare a lavorare in queste condizioni vuol dire
continuare a seminare tumori nella popolazione e tra gli operai. Sospendere tutto vuol dire far scendere lo spettro dell'indigenza su decine di migliaia di persone. Donde anche lo scontro tra istituzioni: la giustizia e la sanità da una parte, e i sindacati con lo stesso Parlamento, dall'altra. Più notte di così!

Ma è notte anche in altri campi più estesi. Pensiamo ai giovani che vedono letteralmente buio nel loro futuro. E poi la notte delle famiglie, che vedono il buio in ogni fine mese. E la notte degli anziani, dei precari, degli esodati. E' evidente che questa notte interpella e deve interpellare anche i credenti in Cristo e la Chiesa tutta.

Ho seguito con interesse l'itinerario della “Chiesa del disagio” che da Firenze è approdata a Napoli, poi a Roma e ultimamente a Brescia. I partecipanti rifiutano di considerarsi ed essere considerati contestatori. Preferiscono essere definiti con lo slogan che hanno scelto: “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. E nel Vangelo trovano l'annuncio del Regno di Dio da costruire però già su questa terra.
Dicono esplicitamente: “Meditare sul Regno vuol dire affidarsi alla sovranità di Cristo operante nella storia, aprirsi ad uno spazio-tempo nuovo, plasmare una convivenza fraterna”. E questo vuol dire “imparare a rinascere”, alimentare la fiducia di “nuove aurore”. Aurore che si identificano in una Chiesa povera e dei poveri come è prefigurata nel Concilio. Nuova aurora è la vita semplice, sapiente e sobria sognata dal card. Martini. E – udite, udite! - nuova aurora è quella di una politica
pulita e onesta, orientata al bene comune.

Ed è pure quella del “disarmo della finanza e di una radicale riforma tramite itinerari di giustizia sociale”. Uno di loro, il gesuita Felice Scalia, si chiede che altro vuol dire “centralità del mercato, del denaro e della finanza se non detronizzazione della centralità dell'amore, delle relazioni interpersonali e di Dio?”.
Par di sentire la domanda-invocazione biblica: “Sentinella, quanto manca al finire della notte?”. Ci fu anni fa, sempre a Firenze, un convegno delle associazioni giovanili cattoliche, che presero il nome di “sentinelle del mattino”.
Noi credenti siamo le sentinelle che nella notte devono annunciare l'arrivo del mattino, delle nuove aurore di liberazione agli oppressi, agli sfiduciati, ai disperati del nostro tempo. E non sono le aurore dell'aldilà, ma quelle che noi stessi facciamo sorgere nell'oggi della storia attraverso la  condivisione, la solidarietà e l'impegno programmatico e politico per un cambiamento del sistema notturno e antiumano.
Siamo in pieno Avvento, tempo dell'attesa, tempo della proiezione verso il Cristo che viene. E non verrà solo alla fine dei tempi.

Questa proiezione deve portare ad aver speranza oggi, altrimenti è alienante. Questo vuol dire costruire il Regno di Dio già su questa terra. Da qui l'impegno a costruire una società che dia speranza ai disperati e ai giovani intristiti per la paura del futuro. Fare avvento vuol dire sì prepararsi al Natale, ma nella concretezza dell'oggi. E se l'oggi è notte fonda, vuol dire adoperarsi per far sorgere una nuova aurora. Nella Chiesa, anzitutto, che si faccia povera con i poveri. E nella società, che non pensi solo a promuovere il mercato, ma soprattutto l'uomo.

Fonte: “vita trentina” del 9 dicembre 2012

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