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Non solo QAnon: alle radici del delirio complottista dietro l’assalto a Washington, di Sandro Modeo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 09/01/2021 10:41
Quanto avvenuto il 6 gennaio al Congresso non è che l’ultima tappa di un cammino iniziato molto tempo fa. E che, dall’eclissi della rappresentanza, porta fino al più vasto movimento complottista globale, passando attraverso il nuovo Ku Klux Klan, alt-right, figure come Steve Bannon — e Trump,,,

Come ha scritto giustamente Erin Vanderhoof su Vanity Fair, le immagini di Capitol Hill sono «deeply unsetting» («profondamente inquietanti»), ma «not entirely surprising», non davvero sorprendenti. E questo non solo perché Capitol Hill è stata in due secoli teatro di tensioni e scontri di ogni ordine e grado; anche se, per vedere sequenze di portata simile, bisogna risalire all’estate 1814, quando, nel corso della «guerra civile» anglo-americana, le truppe inglesi bruciano l’edificio governativo di Washington D.C., trasformato — solo dopo l’incendio e la successiva ritinteggiatura — in Casa Bianca. 

La relativa mancanza di sorpresa è dovuta soprattutto al fatto che le immagini di Capitol Hill sono la foce o il delta inevitabile di un corso dal flusso ben preciso; di una concatenazione (o almeno correlazione) di sequenze fattuali e ideologiche riconducibile a sorgenti piuttosto remote. Sono quelle sequenze a portare a QAnon, il movimento complottista filo-trumpiano alla base dei fatti del Congresso, e alle sue caratteristiche-base: l’allarme su un movimento «satanico» trans-nazionale antiamericano, di lontane ascendenze giudaico-massoniche (le stesse che, in QAnon, caratterizzano l’establishment anti-trumpiano, da Obama a Hillary Clinton); la necessità di un «Grande Risveglio» evangelico che apra gli occhi alle masse; un set ideologico che mescola all’anticomunismo e al nazionalismo ferito vari gradi di razzismo, suprematismo bianco e antisemitismo.

Semplificando, potremmo dividere quel corso — quel fiume — in cinque tratti (foce o delta compresi):

1. L’antefatto: l’eclissi della rappresentanza
2. La rabbia degli anni Novanta
3. Dall’offline all’online: Bannon e gli altri influencer
4. Ritratto di QAnon: cos’è, e come è nato il movimento
5. L’assalto al Congresso e la non-fine del «trumpismo»
 

1.L’antefatto: Richard Hofstadter e l’eclissi della rappresentanza

Si potrebbe, addirittura, risalire ai ghiacciai che alimentano la fonte del fiume. Su tutti, il legame delle classi dirigenti americane col nazismo (esempi arcinoti: Henry Ford o la General Motors): legame non solo economico-commerciale, ma di empatia ideologico-politica, se una parte consistente di quell’establishment (ma anche del «popolo» americano) riteneva di combattere la guerra contro il «nemico sbagliato». E non si tratterebbe, sia chiaro, di una venatura laterale, dato che l’ombra lunga di un Quarto Reich millenaristico inteso come «dimensione parallela» ha permeato tutto l’immaginario americano del dopoguerra, dai fumetti Marvel ai capolavori della science-fiction (su tutti The Man in High Castle di Philip K. Dick, in italiano La svastica sul sole, in cui i nazisti hanno vinto la guerra e invaso gli States, poi ripreso dal Philip Roth di Plot Against America) su su fino alla recente fiction-Netflix The Hunters, con Al Pacino. Forse, però, il punto migliore da cui partire non è il cripto-filonazismo di una parte — più o meno consistente — della società americana, ma il suo rovescio simmetrico, l’anticomunismo, ingrediente essenziale di una visione post-bellica fondata solo in parte sul bipolarismo della Guerra Fredda e concentrata, com’è noto, nel periodo e nella «visione» maccartista (dal nome del senatore Mc Carthy, protagonista di un’accanita «caccia alle streghe» contro gli infiltrati «rossi» non solo nell’esercito o nelle istituzioni, ma anche in ambienti culturali come il cinema hollywoodiano). 

Quindi il miglior punto da cui partire è forse un saggetto di Richard Hofstadter del 1964, The Paranoid Style in American Politics, di appena due anni successivo al capolavoro letterario di Dick. Dalla vita beve ma intensa (Buffalo 1916- New York 1970), Hofstadter è un classico immigrato «borghese e istruito»: genitori di origine tedesca (padre ebreo, madre «luterana»), segue una rigorosa formazione storica e filosofico-sociologica prima di spartire la carriera tra versante accademico (cattedra di Storia americana alla Columbia) e giornalistico-letterario, quest’ultimo culminato in un doppio Pulitzer, nel ’56 per The Age of Reform e sempre nel ’64 per il celeberrimo Anti-Intellectualism in American Life. Iscritto da giovane proprio al Partito Comunista, Hofstadter diventa via via un liberal indipendente e insofferente a ogni deformazione ideologica, vicino al disincanto radicale di un Isaiah Berlin. 

Il pretesto del saggetto sul «paranoid style» è la candidatura in quell’anno — la prima volta a livelli presidenziali — di un estremista di destra come Barry Goldwater (Arizona); ma lo sviluppo di tesi e implicazioni va molto oltre. Sulla scorza, infatti, il pamphlet psicosociale di Hofstadter cerca di registrare esempi di «paranoia» traendoli da serbatoi della realtà circostante, come quelli «dell’armamentario della John Birch Society»: l’opposizione al contenimento del commercio delle armi in nome del contrasto al «governo mondiale comunista» o quella all’aggiunta di fluoro all’acqua potabile per non ratificare «un progresso del socialismo sotto le mentite spoglie della salute pubblica». 

Nella polpa, però, Hofstadter ricollega queste stimmate del maccartismo a una visione complottista ben più estesa e stratificata, tale da contenere tutti, ma proprio tutti i tratti che ritroveremo in QAnon. 

Come ricorda Fabrizio Tonello— uno degli studiosi italiani più acuti della storia e dell’antropologia americane —, il libretto di Hofstadter presenta almeno altri due pregi. Il primo è quello di capire come la tentazione millenarista-cospirazionista non sia un’esclusiva delle destre, ma coinvolga certe frange liberal e molta sinistra: vedi la lettura macchiettistica dello stesso Quarto Reich su suolo yankee. Il secondo (il più importante in assoluto e il più carico di premonizione) consiste nella capacità di capire prima di giudicare: di focalizzare come lo schema «noi contro loro» rappresenti, specie nelle fasi di crisi economico-sociale, l’extrema ratio abbracciata da vaste masse di «esclusi»; da quelle aree di popolazione «tagliate fuori dalla contrattazione politica» e dalla «formazione di decisioni». Questa «eclissi della rappresentanza» per il «popolo» (non solo americano) è l’origine e la chiave di tutto; processo oggettivo, ma con un carico fatale di ambiguità e distorsioni.

2. L’innesco offline: la «rabbia» degli anni ‘90

Esce nel 1998 in America — in Italia verrà tradotto solo 4 anni dopo, all’indomani dell’11 settembre — un libro straordinario dello scrittore Joel Dyer, Harvest of Rage (Raccolti di rabbia), il cui asse portante consiste proprio nel dimostrare come le tante «teorie del complotto» alla base delle rivendicazioni avanzate in quel decennio dalla cosiddetta «destra rurale» rappresentino risposte devianti agli effetti obiettivamente devastanti della transizione politico-economica in corso. 

Il libro di Dyer si concentra soprattutto sugli Stati del Sud, ma abbraccia anche vaste aree del Midwest (specie il cosiddetto «Corn Belt», l’area di coltivazione del mais), tutte zone colpite in cui il progressivo oligopolio delle corporation agroalimentari (in 4 detengono l’80% del mercato) portano in 20 anni — dall’inizio degli ’80 alla fine dei ’90 — alla chiusura di quasi un milione di aziende familiari medie e piccole.

L’esito è un impoverimento di massa che vede accompagnarsi al collasso economico quello socioassistenziale, coi drastici tagli sanitari che lasciano immense estensioni prive di ospedali in mezza America; e la crisi di reddito vira presto in crisi psicosociale e identitaria, con vaste fasce di popolazione che precipitano in quell’ampio range di reazioni «disadattative» costitutive di ogni alienazione: alcolismo, depressione, aumento delle violenze domestiche, suicidio. 

Fino a quando, dopo una lenta rielaborazione, lo «schema» descritto da Hofstadter trova nuova linfa. E qui— al fondersi del disagio socioeconomico con un quadro di deriva sottoculturale quando non di neoanalfabetismo funzionale e affettivo — si compie la tempesta perfetta. 

Le ingiustizie oggettive a livello di gestione politico-economica (in cui i liberal non sono meno colpevoli dei Repubblicani, anzi) non vengono ricondotte alle disfunzioni che le originano (per esempio a una legge Antitrust perennemente inapplicata): o meglio, quelle disfunzioni vengono ricondotte a loro volta proprio alle categorie archetipiche individuate da Hofstadter, cioè a un «Satana» federale e internazionale composito, in cui confluiscono «giudei, negri, omosessuali e Illuminati». Per contrastare l’«Armageddon incombente», nascono così movimenti cristiano-evangelici come i Patriots (nome che anticipa gli epiteti di queste ore) o sette «separatiste» che fondono KKK (Ku Klux Klan) e neonazismo, creandosi propri microeserciti e propri tribunali, il cui compito è quello di punire giudici e poliziotti «ingiusti» o «complici» del Sistema. 

Sbaglierebbe però chi limitasse quel movimentismo complottista alla sola dimensione rurale, come mostra un altro libro-chiave di quegli anni, il denso In Bad Company del criminologo Mark Hamm, che analizza la risorgenza neonazi nei contesti urbani. In particolare, Hamm dedica una lunga zoomata all’ARA, l’Esercito della Repubblica Ariana (quartier generale a Columbus, Ohio) decrittandone ogni aspetto: l’eterogeneità della milizia (che recluta reduci del Vietnam come skinheads); l’intricato mix tra high e low tipico di molte culture di destra (Rudolph Hess, Jung, Jim Morrison); e la complessa psicopatologia dei suoi leader, come il fondatore (e figlio di un funzionario Cia) Peter Langan (transgender passato per una durissima esperienza carceraria) o come Mark Thomas, un paranoico sosia di Hitler. 

E soprattutto, dopo aver ricordato le 22 rapine bancarie della setta, ne dimostra il coinvolgimento nella strage di Oklahoma City (19 aprile ’95, 168 morti), dato che tra le sue file milita l’esecutore materiale Timothy Mc Veigh, ex veterano della prima guerra del Golfo. Per una sintesi e un’interpretazione complessiva del complottismo di destra nell’America degli anni ’90, si può ricorrere di nuovo a Tonello, in particolare a un testo (Da Saigon a Oklahoma City, Limina) che completa bene il quadro dei deficit politico-istituzionali. 

Perché se i Democratici — con la loro miopia e sordità — hanno contribuito a incubare il «mostro», quelli Repubblicani ne hanno sempre fatto un uso strumentale a livello «centrale» e locale, in una sorta di quadratura del cerchio tra destra affaristica e plebea: vedi Reagan che cerca consenso con un cocktail di spiritualismo, antiabortismo e millenarismo; l’ex Gran Maestro del KKK David Duke che sfiora il soglio di governatore della Louisiana; e lo speaker della Camera Newt Gingrich che condanna pubblicamente le violenze di militanti cui lui stesso ha indicato i bersagli. 

Trump porterà questo schema al diapason: ma prima ci vorrà un altro passaggio decisivo. 

3. Dall’offline all’online: Steve Bannon e gli altri influencer

Il substrato «ideologico-culturale» del trumpismo, com’è noto, è stato alimentato da figure a lungo macchiettizzate (e sottovalutate) sia dalle classi intellettuali che dall’opinione pubblica: vedi i casi di Alex (Emerick) Jones, conduttore radiofonico che fonda nel ‘99 il sito InfoWars, volano di ogni teoria complottista, dalle più triviali (il mai avvenuto allunaggio; il nesso tra vaccini e autismo) alle più fantasmagoriche e pericolose (la strage di Sandy Hook del 2012 «inscenata» da Obama per ledere la lobby delle armi); di Milo Yannopoulos, il bad boy inglese (di origine greco-irlandese) ex-redattore capo di Breitbart News e campione del «politicamente scorretto» a 360 gradi, che plana negli Usa nel 2016 per sostenere la campagna di «The Donald»; e, naturalmente, Stephen K. (Steve) Bannon. 

Posto a Trump come l’intellettuale russo Alexandr Dugin, un po’ abusivamente, a Putin, in una simmetria o specularità quasi inquietante (fondata, alla base, su una comune visione apocalittico-palingenetica, tra minaccia di fine del mondo e Resurrezione dell’Occidente purificato o della Stella Nera eurasiatica), Bannon ha un pensiero filosofico più contorto che complesso, come succede sempre nei cortocircuiti che cercano di ammantare di dignità intellettuale il vuoto dell’anti-intellettualismo. 

Quel pensiero, come quello di Dugin, è infatti in realtà liofilizzabile in poche categorie logore, ben note agli studiosi della «cultura di destra», a cominciare dal rimpianto Furio Jesi: il richiamo a concetti e lessico mitico-simbolici da impiegarsi — siano sacri o pagani — rigorosamente con la maiuscola (Tradizione, Radici, Razza, Patria, Sacrificio, Mistero); il mix (o insalata russa) di residui ideologici e teorici estremisti serviti in salsa post-ideologica, anche in forma chimerica (il fascio-socialismo o il nazi-leninismo) da opporsi alla «zona grigia» dell’establishment; l’ambivalenza-ambiguità tra realtà e fiction e tra cultura alta e bassa, con Bannon che declina il suo «Darkness is Good» citando Dick Cheney (lo spietato vicepresidente di Bush II), il Dart Fener di Star Wars e Satana stesso. 

Questo pacchetto, servito proprio dalla piattaforma web di Breitbart News (fondata nel 2005 da un giornalista «conservative» scomparso nel 2012 ad appena 43 anni) diventa presto «la» voce dell’Alt(ernative) o della Far Right; di una destra che altro non è, per certi versi, che la sintesi e l’evoluzione delle destre americane degli ultimi 60 anni, dal maccartismo ai Patriots cristiani degli anni’90. 

Da lì, il maggior influencer politico degli ultimi anni si rivela uno dei vettori decisivi nell’ascesa di Trump e (soprattutto) del trumpismo; nel convincere l’«America profonda» — delusa comunque da Obama — a scuotersi dall’inerzia qualunquista e dall’assenteismo elettorale dell’antipolitica; a delegare a «The Donald», se non la speranza, almeno l’illusione di vedere finalmente rappresentate le proprie ragioni. Ma «The Donald», dopo essersene servito, se ne sbarazza in tempi brevi: prima lo rimuove dal CSN (a poco più di 2 mesi dall’inserimento), quindi, (il 18 agosto del 2017) gli toglie anche l’incarico di «capo stratega» della Casa Bianca, restituendolo a Breitbart News. Il sostegno ideologico deve mutare: come in una staffetta, l’exit di Bannon lascia spazio a un nuovo attore, anzi auna mente-alveare, a una Rete più partecipativa e proattiva. Il disagio di quell’America deve potersi dilatare e trasfigurare in delirio. 

4. QAnon

QAnon esordisce ufficialmente nell’ ottobre 2017, quando — sotto quella lettera — una «talpa» anonima comincia a rivelare sulla piattaforma 4chan i tratti di un «piano segreto» con cui una sorta di «Deep State» parallelo starebbe tentando di rovesciare la presidenza Trump. 

Mai c’è stata continuità-contiguità più profonda rispetto al paesaggio descritto da Hofstadter. Abbiamo già visto all’inizio come questa cyber-versione della paranoia politica degli anni ’50 e ’60 ne riprendesse molti tratti; e a cornice di tutto, non si può non vedere nell’oggetto della paura di quell’America («l’esistenza di una vasta e insidiosa rete internazionale, di efficacia sovrannaturale, forgiata con lo scopo di perpetrare le azioni più diaboliche») la miglior descrizione possibile del «Deep State». 

Diversi sono gli enigmi destinati a restare tali in QAnon. 

La stessa lettera-sigla, che si riferisce alla Q-clearance (il presunto livello massimo di autorizzazione all’accesso di fonti top-secret nel governo americano, in realtà in uso solo al dipartimento dell’energia) e che qualcuno (gli stessi scrittori) riconduce all’ambiguo personaggio-ombra della narrazione post-postmoderna del «collettivo» bolognese Luther Blissett, poderoso racconto storico e plurimetaforico che ricostruendo le guerre di religione cinquecentesche condensa nella Controriforma l’archetipo di ogni repressione anti-utopista. O, va da sé, l’identità della talpa (delle talpe), collegata a decine di entità individuali e collettive, dai boss della piattaforma 8Chan, succeduta a 4 Chan (il proprietario Jim Watkins e l’amministratore, il figlio Ron) a un ufficiale dell’intelligence militare, da un insider dell’Amministrazione Trump a Trump stesso. 

In fondo, poco importa. 

Conta solo che la Q — legata all’Anon di Anonymous — sia diventata in breve la sigla del più vasto movimento complottista globale. 

Speziandosi, va da sé, di varianti locali: il QAnon italiano, dopo aver appoggiato il presunto filo-trumpismo di Conte, vira in fretta su Salvini. La continuità-continuità con lo schema di Hofstadter non può dissolvere però le specificità di QAnon, consistenti non tanto nelle venature del delirio (il «Deep State» sarebbe pervaso e guidato da una rete di pedofili, ovviamente satanisti), quanto nei tratti cyber. 

Permeato da codici, memi e hastagh degli «affiliati» e nutrito da un imaginario metaforico-metafisico insieme classico e contemporaneo (dal bianconiglio di Alice alla «pillola rossa» di Matrix, simbolo della rivelazione di una sotto-realtà criptata ai «dormienti»), QAnon somiglia a un infinito videogame, in cui «indizi e cornici» contino più delle certezze e la narrazione-confabulazione in sé, anche in senso psichiatrico, più di una conclusione sempre prorogabile. 

Non a caso, si nutre di profezie vaghe, alla Nostradamus: e siccome non si avverano (quasi) mai (vedi l’ondata mondiale di arresti — The Storm — con cui Trump avrebbe dovuto preparare l’insediarsi del revenant John Kennedy jr.) vengono rimpiazzate con altre. 

5. La convergenza tra online e offline: anche QAnon scende in campo

A pochi mesi dalla sua occupazione della Rete, QAnon comincia a trasferirsi nella dimensione offline: alcuni suoi affiliati a far coincidere il proprio avatar col proprio corpo, punteggiando con la loro presenza, qua e là, «la società americana». Più o meno dal giugno 2018 (e per tutto il 2019), si susseguono episodi a macchia. 

A veri o sedicenti aderenti a QAnon vengono ricondotti nell’ordine: l’incidente della diga di Hoover, Nevada, con un certo Phillips che la blocca per un’ora con un blindato perché incaricato da QAnon «di costringere il Dipartimento di Giustizia a pubblicare il rapporto dell’FBI sulle mail di Hillary Clinton quand’era segretaria di Stato»; le minacce al legale Michael Avenatti, difensore dell’attrice Stormy Daniels in una causa contro Trump; le minacce alla cronista CNN Jim Acosta, circondata da un gruppo di QAnonisti a Tampa, Florida. 

E altri dello stesso tenore si registrano nel 2020, fino a poco prima del confronto elettorale. Tra i tanti: la bandiera col simbolo di QAnon impiantata da John Mappin (affiliato anche all’associazione filo-trumpiana Turning Point) fuori dall’Hotel Camelot Castle vicino al castello di Tintagel in Inghilterra; l’arresto di Jessica Prim, armata fino ai denti e intenzionata «a eliminare Joe Biden»; quello di Cecelia Celeste Fulbright a Waco, Texas (luogo evocativo: lì nell’aprile ’93 c’è il massacro della setta dei davidiani da parte dell’FBI), colta in stato di ebbrezza dopo aver speronato un’auto il cui autista era a suo dire «un pedofilo che aveva rapito una ragazza per traffico di esseri umani». 

Nel mezzo (marzo 2019), l’episodio più eccentrico: l’omicidio di Frank Cali, legato alla famiglia criminale Gambino da parte di Anthony Comelio (Staten Island), fanatico di QAnon convinto di agire guidato e protetto da Trump e che Cali fosse membro del «Deep State». 

Intanto, il movimento inizia una simultanea penetrazione nelle istituzioni: diversi candidati repubblicani al Congresso esprimono «interesse» e «simpatia» per QAnon (sono almeno 15 all’agosto 2020); in quello stesso mese, il Partito Repubblicano del Texas sceglie un nuovo slogan QAnonista («We are the storm»), cercando poi di venderlo puerilmente per citazione biblica; e nel settembre successivo il democratico Tom Malinowski riceve da QAnon minacce di morte per aver presentato al Congresso una risoluzione bipartisan (col repubblicano Denver Riggleman) di condanna del movimento. 

Il resto è cronaca di questi mesi e giorni, tesa a fissarsi subito in Storia. 

In un primo momento, l’appoggio incondizionato di QAnon ai lamenti trumpiani sul carattere «fraudolento» del voto (con decine di teorie deliranti, come quella sulle macchine della Dominion Voting Systems alterate ad arte per sottrarre milioni di voti al Messia); poi, l’epifania di Capitol Hill, dove — va da sé — QAnon è solo la venatura principale di un «Dark Carnival» che viene da lontano, lungo tutto il percorso che abbiamo seguito. 

Quella folla chiazzata di bandiere sudiste e effigi di Batman, suprematisti bianchi anziani e adolescenti (come quelli delle milizie dei Boogaloo e dei Proud Boys) è la convergenza spaziotemporale di tutte le folle di «esclusi» e «complottisti» di questi decenni: e non sembra un caso che Trump definisca gli stessi Proud Boys «Patriots», proprio come il vasto movimento cristiano-evangelico delle «campagne rabbiose» degli anni ’90. 

È una convergenza che invita a un paio di considerazioni urgenti, quasi brutali. 

La prima è sulle ragioni e sui limiti dell’«America profonda».

È vero, quell’America continua a restare poco ascoltata nelle sue richieste economiche e sociali. A leggere, per esempio, la potente narrativa di Chris Offutt (su un Kentucky che nell’ultimo trentennio sembra congelato nel suo mix di «alcol e fucili, rabbia e rassegnazione») è impossibile non sintonizzarsi con quell’umanità disperata e abbandonata, e si potrebbe essere tentati di giustificarne il ricorso a Trump — in senso fideistico o pragmatico — come all’unico salvagente nella tempesta. Ma è solo il primo strato di una valutazione «realistica». Intanto, Trump stesso ha mantenuto solo in parte le sue promesse massimaliste: se da un lato ha elargito all’agroalimentare 25 miliardi di sussidi (più 3 per acquistare le merci invendute causa COVID-19) tutto questo non ha minimamente compensato — come hanno denunciato tanti agricoltori — il crollo dei prezzi dovuto alle contro-sanzioni nella «guerra dei dazi» con la Cina. E poi lo sguardo va allargato, collocando la crisi dell’America rurale nel contesto della transizione economico-produttiva generale. 

Non c’è dubbio — lo denunciava già Dyer 20 anni fa, come s’è visto— che la politica avrebbe dovuto e dovrebbe intervenire in modo più incisivo (vedi un antitrust effettivo), ma molto del crash occupazionale dipende all’introduzione di un bio-tech (ogm in testa) che ha determinato drastici miglioramenti nella produttività e nella tutela ambientale. 

La seconda considerazione è ancora più pressante, e anche in questo caso viene in aiuto uno scritto di Hofstadter, il già citato Anti-Intellectualism in American Life. La spaccatura — più sfumata, ma ancora marcata — tra «America profonda» e establishment — in estrema sintesi: il sud e il Midwest rurale e gli operai senza rappresentanza contro la borghesia urbana e i college delle coste — somiglia, più che a una guerra «tra» culture (lo stesso QAnon, nonostante i suoi pochi riferimenti letterari o pop, è un monumento all’antiintellettualismo) a una guerra «alla» cultura, mossa da una parte del Paese a un’altra. 

E in quanto tale, riattualizza prepotentemente una domanda posta già da uno dei Padri Fondatori del Paese, Thomas Jefferson, quando si chiedeva — riferendosi alla democrazia — se «il popolo nel nome del quale nasceva quell’esperimento politico» sarebbe stato all’altezza «nel gestirne le conquiste». 

Lo snodo, come si vede facilmente, non è solo americano, ma globale, se quella spaccatura — quella «guerra alla cultura», spesso combattuta indossando le maschere del nazionalismo-sovranismo — è estesa ormai a molti Paesi. 

In questo senso, la fine (?) di Trump non può coincidere con quella del trumpismo, qualunque forma o nome dovesse assumere il mix di interessi e valori cui l’ismo si riferisce; e in questo senso, Capitol Hill non è una foce o un delta, ma solo il segno di un altro tratto, di un’ansa, lungo un fiume destinato a scorrere ancora a lungo. 

La bibliografia
Per approfondire

Sull’«America rurale» degli Anni ’90: Joel Dyer, Raccolti di rabbia, Fazi, 2002

Sulla destra americana dello stesso periodo: Fabrizio Tonello, Da Saigon a Oklahoma City, Limina, 1996

Sulla destra americana di questi anni: David Neiwert, Alt-America, minimum fax, 2019 e Gary Lachman, La stella nera, Tlon, 2019. I romanzi e le raccolte di racconti di Chris Offutt sono tradotti da minimum fax (a partire dal fondamentale Nelle terre di nessuno, 2017).

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fonte: https://www.corriere.it/esteri/21_gennaio_08/non-solo-qanon-radici-delirio-complottista-dietro-l-assalto-washington-65380b9e-50ee-11eb-a017-fd5e98d313bc.shtml 

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