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Non sarà il capitalismo a salvarci dal covid, Mariana Mazzucato

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/04/2021 10:10
I fondi pubblici spesi per la ricerca e lo sviluppo hanno spesso una natura imprenditoriale, nel senso che i governi investono nelle prime e più rischiose fasi dell’innovazione sanitaria, prima che esista un mercato…

Boris Johnson ha attribuito il successo della campagna vaccinale del Regno Unito “al capitalismo” e “all’avidità”. Si tratta di commenti di pancia, ma se le parole del primo ministro offrono una qualche indicazione sulla sua idea di come il Regno Unito potrà riprendersi dalla pandemia, le implicazioni per le scelte politiche del paese in patria e all’estero sono preoccupanti. Non è la prima volta che Johnson trae le lezioni economiche sbagliate dalla crisi del covid-19. Pochi mesi fa con lo stesso spirito si era rivolto alle “persone di sinistra, convinte che tutto possa essere finanziato dai soldi dei contribuenti”, dicendo che “arriva il momento in cui lo stato deve fare un passo indietro e lasciare che sia il settore privato a entrare in gioco”.

Johnson non è la prima persona a considerare i vaccini un successo del settore privato. Ma vale la pena di ricordare che il vaccino AstraZeneca è stato creato dagli scienziati dell’università di Oxford, e in seguito sviluppato e distribuito dal gigante farmaceutico anglosvedese. Eppure a essere celebrati pubblicamente sono stati solo i privati.

La verità è che nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione dei vaccini è stata riversata una quantità senza precedenti di fondi pubblici. Si stima che i sei candidati principali abbiano ricevuto 12 miliardi di dollari (circa dieci miliardi di euro) di denaro pubblico e dei contribuenti, di cui 1,7 miliardi di dollari (circa 1,4 miliardi di euro) per il vaccino Oxford-AstraZeneca e 2,5 miliardi di dollari (circa 2,1 miliardi di euro) per quello di Pfizer-Biontech. Questo livello d’investimenti rappresenta un enorme rischio, ma non è l’unico che il settore pubblico ha corso. I governi hanno usato degli “impegni anticipati di mercato” per garantire alle aziende private che sono riuscite a produrre un vaccino contro il covid-19 di essere ampiamente ricompensate con cospicui ordini.

I fondi pubblici spesi per la ricerca e lo sviluppo hanno spesso una natura imprenditoriale, nel senso che i governi investono nelle prime e più rischiose fasi dell’innovazione sanitaria, prima che esista un mercato. Questo è uno dei motivi per cui le aziende sono riuscite a sviluppare un vaccino per il covid-19 in tempi record. Come ha chiarito un recente rapporto dell’Industrial strategy council (Consiglio per la strategia industriale) britannico, la svolta nelle vaccinazioni contro il covid-19 sarebbe stata impensabile senza il coinvolgimento dello stato. Un efficace e “mirato” coordinamento governativo – fatto di politiche industriali d’investimento scientifico, appalti pubblici strategici e collaborazione tra pubblico e privato – è stato fondamentale per il successo della campagna di vaccinazione contro il coronavirus.

Il senno di poi
C’è però da fare un’importante precisazione. Nonostante il governo conosca la forza del Regno Unito nel settore delle scienze biologiche, e voglia sostenerlo con due nuovi accordi di settore, la capacità del paese di produrre dosi sufficienti non è scontata. La storica incapacità britannica di sostenere la sua base produttiva nazionale è evidente nei recenti litigi tra Bruxelles e Londra sulla fornitura del vaccino Oxford-AstraZeneca. Prima della crisi, il Regno Unito non era interessato a investire in una base industriale locale per la produzione di massa di vaccini e altri prodotti scientifici. Se il governo avesse proposto un piano d’investimento in fabbriche di questo genere prima della pandemia, probabilmente sarebbe stato accolto in maniera non proprio entusiastica.

Questo è chiaro con il senno di poi. Ma il senno di poi ci dice anche quanto sia vitale avere una strategia industriale a lungo termine, che investa nella produttività e nella crescita economica, e al tempo stesso abbia obiettivi più ambiziosi, come affrontare la crisi climatica e le future pandemie. Invece di considerare il presente come il momento migliore in cui delineare un simile piano, Johnson sta rinunciando a una strategia industriale sensata. La soppressione, da poco annunciata, dell’Industrial strategy council, un organismo indipendente di consulenza che dà consigli al governo sulla strategia industriale da seguire, fa pensare che non si farà tesoro del prezioso lavoro di questa istituzione. Il governo si è impegnato a raddoppiare la spesa pubblica per la ricerca e lo sviluppo del Regno Unito, portandola a 22 miliardi di sterline all’anno entro il 2024 o il 2025, ma propone anche di tagliare il bilancio dello Uk research and innovation, un dipartimento pubblico che finanzia la ricerca, dimezzando i fondi per i progetti internazionali di sviluppo.

Nel Regno Unito i tagli alla ricerca durante una pandemia lanciano un messaggio preoccupante

Se questo indebolirà l’infrastruttura fondamentale per il successo dei vaccini nel Regno Unito, come sembra probabile, allora l’Agenzia per l’invenzione e la ricerca avanzata (Aria), da poco creata dal governo, rischia di essere una costosa distrazione. Negli Stati Uniti il modello dell’Agenzia per i progetti di ricerca avanzati (Arpa), a cui s’ispira l’Aria, è stato un grande successo perché si muove all’interno di un’infrastruttura vitale e decentralizzata, sostenuta da investimenti pubblici nella scienza, che l’amministrazione Biden prevede di rafforzare ulteriormente.

Il fatto che i tagli alla ricerca britannica avvengano durante una pandemia globale lancia un messaggio preoccupante sulle priorità del primo ministro. Quando ha parlato di avidità, Johnson in realtà ha identificato il problema del sistema, non qualcosa che merita un elogio. Da solo un vaccino non può bastare per ingabbiare il covid-19, e il Regno Unito non sarà al sicuro dal virus finché la maggioranza della popolazione mondiale non sarà vaccinata. È molto difficile capire come l’avidità possa rendere il vaccino disponibile a tutti, in tutti i paesi, e gratuitamente.

Affrontare il monopolio delle case farmaceutiche sulla scienza, sulle competenze tecniche e sulla tecnologia, e condividere questa missione con più paesi possibili, sarà fondamentale per aumentare e decentralizzare la produzione di vaccini in tutto il mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha creato il programma Covid-19 technology access pool- (C-Tap), per permettere ai governi e alle aziende di fare proprio questo. Parallelamente il Sudafrica e l’India hanno inviato all’Oms la proposta, sostenuta da più di cento paesi, di rinunciare temporaneamente ad alcuni vincoli sulla proprietà intellettuale per le tecnologie legate al covid-19. Da un recente sondaggio nel Regno Unito è emerso che il 74 per cento degli intervistati è favorevole a queste posizioni. Per tutta risposta il governo ha ignorato il C-Tap e respinto la sospensione temporanea sulla proprietà intellettuale.

Quando un governo è guidato dalla filosofia dell’avidità, l’apartheid vaccinale è garantito. Il 56 per cento delle oltre 455 milioni di dosi del vaccino contro il covid-19 è già andato a persone in paesi ad alto reddito, e solo lo 0,1 per cento è stato distribuito nei 29 paesi più poveri. È improbabile che il programma Covax dell’Oms, il cui obiettivo è vaccinare fino al 27 per cento della popolazione in 92 tra i paesi più poveri, basti.

Avendo fatto bene con il suo programma vaccinale, il Regno Unito dovrebbe essere ora in buona posizione per contribuire a una campagna di vaccinazione globale. La promessa del governo britannico di donare il surplus di vaccini è un buon inizio, ma non basta. Serve una leadership forte e una speranza. Invece Boris Johnson sembra attaccato all’ idea anacronistica e controproducente che saranno il capitalismo e l’avidità a vaccinare il mondo e a contribuire alla ricostruzione dopo la pandemia.

https://www.internazionale.it/opinione/mariana-mazzucato/2021/04/10/capitalismo-covid-vaccini

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