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Nel Venezuela che soffre, la speranza dei cattolici: “Il Paese risorga”, di Francesco Paloni *

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/04/2019 09:21
I continui blackout elettrici e la mancanza di acqua potabile peggiorano la situazione che, secondo la Caritas locale, rischia di andare fuori controllo. Padre Jaime Villamizar, parroco a Caracas: «La Chiesa prega per un cambiamento politico»...

La situazione in Venezuela peggiora di giorno in giorno. Il blackout elettrico ed idrico cominciato a marzo, è l’ennesima prova per il popolo venezuelano. Le immagini di venezuelani disperati in cerca di acqua potabile, in parte prelevata da fiumi inquinati, recentemente hanno fatto il giro del mondo. All’inizio di aprile il leader venezuelano Nicolás Maduro ha annunciato un razionamento di trenta giorni dell’energia elettrica, ma secondo le ultime notizie la situazione non è migliorata da allora. Sebbene il presidente sostenga che l’energia elettrica è ampiamente sotto controllo, ci sono zone che sono senza energia elettrica da quattro settimane. 

Un’ennesima prova per il Venezuela che da anni ha a che fare con gravi problemi. Nonostante l’enorme ricchezza petrolifera, il Paese soffre di un generale malessere economico, sociale e politico. Oltre ad una mancanza cronica di medicine, la nazione sudamericana registra la più alta inflazione del mondo. Secondo le Nazioni Unite, più di 3 milioni di venezuelani hanno lasciato la propria terra per via della crisi. Gia durante il regime del presidente Hugo Chavez il peggioramento aveva causato manifestazioni di protesta. Ma nel 2017 sono scoppiate feroci proteste contro il suo successore, Maduro, che negli ultimi anni ha acquisito maggiore potere. La sua politica dittatoriale sta conducendo il Paese verso l’abisso, e la fine non è ancora in vista.

Secondo la Caritas, la situazione rischia infatti di sfuggire di mano. I dati più recenti della associazione affermano che i cittadini venezuelani hanno perso in media dieci chili di peso a causa della crisi. Inoltre la politica dei governi degli ultimi anni ha fatto sí che il Paese non sia più in grado di soddisfare la domanda di cibo della popolazione. La Caritas parla addirittura di «normalizzazione della povertà», che colpisce in particolare le fasce più deboli della popolazione. Secondo l’organismo, il 41% dei venezuelani a volte trascorre un giorno senza poter mangiare; il 62% a volte esce per strada o in altri luoghi inadatti alla ricerca di cibo; il 78% dei venezuelani mangia meno. 

Spiega Janeth Marquez, direttrice della Caritas in Venezuela: «Per via di questa tragedia che stiamo vivendo ormai da tre anni, la società sta collassando. La crisi colpisce in particolare colpisce i deboli: i bambini, i malati, gli anziani», racconta. «Ogni giorno c’è un nuovo problema che rende la vita dei venezuelani ancora più complicata». Marquez spiega che gli uffici Caritas sono inondati da persone in cerca di medicine e acqua: «Forniamo informazioni sull’igiene e distribuiamo compresse per la purificazione dell'acqua. Le case con bambini malnutriti hanno la priorità. Temiamo uno scoppio di diarrea e disidratazione, perché la gente pensa di poter bere l’acqua che trova da qualche parte».

«Stiamo attraversando uno dei momenti più difficili e più duri della storia venezuelana. La situazione è drammatica», conferma padre Jaime Villamizar, parroco nella capitale Caracas. Con tutti i mezzi disponibili il sacerdote cerca di aiutare i parrocchiani e gli abitanti del quartiere, spiritualmente e materialmente. Il suo sforzo è simbolo della Chiesa venezuelana, che offre un importante sostegno alla popolazione. 

Le parole del parroco descrivono quindi nel dettaglio l’impatto di tutta la crisi sulla vita quotidiana dei venezuelani. «La mancanza di acqua porta a problemi di igiene. Ci sono persone che hanno preso la scabbia. Nel nostro vicinato molte famiglie vivono in condizioni miserabili, hanno parassiti e insetti in casa. Questo porta a sua volta ad infezioni. Ci sono anziani e bambini che soffrono di disturbi allo stomaco e all’intestino, in parte a causa della mancanza di acqua pulita».

«Al momento siamo indubbiamente sotto un dominio dittatoriale», afferma inoltre padre Villamizar. «Ci sta conducendo ad una rovina totale. Preghiamo molto e organizziamo molte attività per sostenere la gente». La sua parrocchia ha intrapreso un programma della Caritas in cui vengono preparate mense per le persone affamate. Con le cosidetteollas comunitarias” (pentole comunitarie) il sacerdote riesce a sfamare fino a 400 persone ogni due settimane. Villamizar: «Abbiamo sentito che molti vanno al centro della città in cerca di cibo nei cassonetti dell’immondizia. In un Paese che ha molte risorse, è triste e deplorevole».

«Come pastore – aggiunge Villamizar -, cerco di nutrire le persone con la speranza. Possiamo legare la sofferenza del nostro popolo alla sofferenza della passione di Cristo. In questo modo diamo un significato cristiano alla sofferenza che stiamo vivendo». Nonostante tutte le avversità, il sacerdote vede aumentare la fede delle persone: «C’è molta partecipazione alle celebrazioni e alle attività della chiesa. Nonostante tutto, la gente ha ancora speranza che la situazione possa cambiare. La speranza è la parola chiave». Ma il parroco descrive anche la gratitudine dei parrocchiani e degli abitanti del quartiere verso la Chiesa. «Nonostante la mancanza di cibo, la gente cerca sempre di offrirmi qualcosa, anche se è solo un caffè o un pezzo di pane. Da parte mia, come sacerdote, soffro insieme a loro».

Nel mezzo della crisi venezuelana la Chiesa rappresenta quindi un importante pilastro materiale e spirituale per la popolazione locale. Si pensi alle frequenti dichiarazioni dei vescovi venezuelani, che condannano la violenza e la mancanza di democrazia. Gli stessi vescovi si pronunciarono a favore di un trasferimento pacifico del potere, che dovrebbe portare ad un governo di transizione, in cui la Chiesa rappresenti un attore importante per una soluzione della crisi.

«La Chiesa opta per un cambiamento politico in Venezuela e prega per questa transizione che molti sperano», afferma padre Villamizar. Che, dopo aver celebrato la Pasqua, in mezzo a tante difficoltà, afferma: «Il popolo di Dio viene nutrito con la speranza della resurrezione. Proprio in questo momento possiamo legarlo alla nostra situazione. La risurrezione rappresenta la luce, la speranza e una nuova vita. Speriamo che il Venezuela risorga politicamente, socialmente, economicamente e culturalmente».

* Giornalista del settimanale olandese Katholiek Nieuwsblad

https://www.lastampa.it/2019/04/26/vaticaninsider/nel-venezula-che-soffre-la-speranza-dei-cattolici-il-paese-risorga-TKUdNmWUpXOjChIQUA26iI/pagina.html

 

Prima l’Iran del Venezuela. Perché Trump sta scaricando Guaidó, di Fabio Carminati

Chissà se qualcuno ha tentato di chiedere a Donald J. Trump se abbia mai sentito parlare dell’Equilibrio di Nash. E senza sentirsi rispondere che forse è quello che sul palco di Woodstock cinquant’anni fa Graham Nash trovò suonando con Crosby, Stills e Young. L’Equilibrio teorizzato dal premio Nobel nel 1994, reso famoso dal film “ A beautiful mind”, si raggiunge invece quando, in una situazione con più attori in gioco, nessuno riesce a migliorare in maniera autonoma la propria condizione. E per cambiare, occorre agire insieme.

Una prova la si ha analizzando più di un biennio di politica estera del miliardario catapultato alla Casa Bianca. Per oltre un anno, il presidente Trump ha distrutto tutto ciò che ha potuto del lavoro del suo predecessore Barack Obama. Poi ha cominciato ad agire in una maniera che ancora pochi riescono a capire. Agendo e smentendo se stesso e chi lo circonda nel giro anche di poche ore. L’ultima azione, solo in ordine di tempo, è quella che mette fine alle esenzioni concesse ad alcuni Paesi – tra cui l’Italia – all’embargo delle importazioni di greggio dall’Iran.

L’effetto, questo scientemente calcolato e non affidato alla “teoria dei giochi”, è stato e sarà dirompente. Il prezzo del petrolio è tornato a galoppare. Come non succedeva da tempo. Imbarazzante l’assicurazione che le tariffe non sarebbero cresciute grazie all’aumento di produzione da parte di alcuni Paesi: uno fra tutti, l’amica Arabia Saudita. Lo scopo manifesto era ed è strozzare l’economia di Teheran. Che è il nemico numero uno di Riad e che i sauditi combattono, per procura, nello Yemen. Ma ormai da tempo la realtà ci ha abituato a riformulare parecchie teorie, prima fra tutte quella della domanda e dell’offerta. Il prezzo del barile non lo altera più la guerra, ma una geopolitica diversa dal passato. Il prezzo è calato al culmine della guerra in Siria e nello Yemen. In questi giorni non è cresciuto con i fuochi (fatui) libici.

L’azione sull’Iran ha riportato, invece, il prezzo sopra i 70 dollari. E quel livello di remunerazione dei produttori è destinato a crescere. Insomma, si è realizzato ciò che riunioni dell’Opec e insolite alleanze, che vedevano coinvolta anche la Russia, non erano riuscite a fare. A questo punto, però, una riflessione va concentrata sugli effetti collaterali della destabilizzazione, le cui conseguenze si sentiranno a lungo. Partendo dalla questione nucleare iraniana che tornerà ad aprirsi, passando per il grande piano per la pace in Medio Oriente che Trump continua a rinviare e che coinvolge l’altro arcinemico iraniano, cioè Israele. Il primo risultato, dopo quello dell’impennata dei prezzi, per essere spiegato ha bisogno che sia introdotta un’altra complicazione. Che potremmo chiamare il “dilemma della torre”.

Chi salvare, a malincuore, fra due nemici, se soltanto uno può essere gettato di sotto? Trump questo deve esserselo chiesto. Perché penalizzando l’Iran fa crescere il prezzo del petrolio e, quindi, puntella colui che in America Latina, cioè nel «cortile di casa » sembrava il suo “satana” numero uno da debellare: Nicolás Maduro. 

Il Venezuela è sprofondato progressivamente nella crisi con la discesa dei prezzi del greggio. Oggi Maduro, invece, festeggia. Così, dopo aver lasciato con il cerino in mano il presidente autoproclamato Guaidó – Trump lo ha riconosciuto per primo come presidente legittimo, quindi ha posto sul tavolo “ogni opzione” per affermare la sua autorità, e ora lo sta di fatto abbandonando – adesso sviluppa un gioco che fa totalmente il gioco del presidente-dittatore erede di Chávez. Il Dilemma della torre, insomma, in qualche modo Trump lo ha risolto. Ma ancora una volta a prezzo di un’incoerenza che tiene ferma l’identità dei “nemici” ma lascia gli alleati della “sua” America senza punti di riferimento.

 

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/nel-gioco-duro-di-trump-prima-liran-del-venezuela

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