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Nel buio della ragione collettiva furono tanti i Giusti a dire «no», di Gerolamo Fazzini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/04/2019 09:43
Gli eroi per caso: il console onorario Pierantonio Costa, il celebre direttore d’albergo Paul Rusesabagina che è stato immortalato dal cinema, i tre rogazionisti italiani: Vito Misuracca, Eros Borile e Vito Giorgio

Paul Rusesabagina, oggi è esule in Europa, immortalato nel film «Hotel Ruanda»: hanno tentato strumentalmente di infangarne la memoria per ragioni politiche, ma è passato alla storia come lo «Schindler d’Africa», per essersi messo in gioco durante il genocidio – lui, hutu – in difesa di centinaia e centinaia di tutsi, accolti e salvati clandestinamente nell’albergo dove prestava servizio come assistente del direttore generale. Pierantonio Costa, console onorario in Ruanda dal 1988 al 2003, paragonato a Giorgio Perlasca (che si adoperò per sottrarre alla Shoa ben 5.000 ebrei) per aver salvato, a sua volta, duemila persone.

Nascosti in parrocchia

E poi padre Mario Falconi, barnabita bergamasco che, durante il genocidio, ha portato in salvo più di tremila tutsi, aprendo loro le porte della sua parrocchia a Muhura, come ha ricordato di recente Avvenire. Sono solo tre dei nomi più noti. Ma è ben più lunga la schiera dei coraggiosi che, lungo i cento terribili giorni del massacro, mentre gli estremisti hutu squartavano i nemici a colpi di machete, si sono adoperati per nascondere chi era in pericolo e salvare vite. Ricordate Romeo Dallaire? Il generale canadese salì alla ribalta per aver denunciato il massacro in corso con il famoso «genocide fax», inviato all’Onu ma purtroppo rimasto lettera morta. Molto meno noto, ma degna di essere ricordato, un altro militare, il senegalese Mbaye Diagne, in forza alla Minuar. Nascondendoli nel suo fuoristrada con le insegne dell’Onu, il coraggioso ufficiale riuscì a sottrarre a morte certa ben 600 tutsi. Il governo ruandese lo ha riconosciuto tra i Giusti.

I tanti religiosi

Insigniti dello stesso titolo sono stati anche tre religiosi rogazionisti italiani, i padri Vito Misuracca, Eros Borile e Vito Giorgio, cui si deve il salvataggio di centinaia di bambini dell’orfanotrofio di Nyanza dalla furia dei miliziani. Molto meno noto, da noi, il nome di un altro missionario, membro della Chiesa avventista del settimo giorno, lo statunitense Carl Wilkens, in Ruanda come direttore di un organismo di cooperazione: grazie alla sua azione coraggiosa molte vite umane sono state risparmiate. 

Anche padre André Sibomana - mentre la famigerata Radio Télévision Libre des Mille Collines incitava gli hutu a uccidere gli «scarafaggi» tutsi – si è distinto per il suo coraggio. Redattore capo del giornale Kinyamateka, storica testata cattolica, si impose come una delle poche voci indipendenti e controcorrente; rientrò al giornale dopo la fine della guerra, continuando a operare per la riconciliazione, fino alla morte. 

Due anni prima dello scoppio del genocidio, nel marzo 1992, Antonia Locatelli, missionaria laica in Ruanda dal 1972, aveva pagato con la vita la sua denuncia. Mentre era testimone di uno dei massacri preparatori del genocidio, nell’intento di salvare 300 tutsi, aveva chiamato l’ambasciata del Belgio e la Bbc, lanciando l’allarme. Il giorno dopo fu uccisa da un gruppo di miliziani. Jacqueline Mukansonera ha intitolato la sua autobiografia

Uccisa perché ospito i fuggiaschi

«La morte non mi ha voluta»: se è sopravvissuta al genocidio, è grazie al coraggio di Jacqueline Mukansonera, di etnia hutu, che nel 1994, correndo enormi rischi, per 11 giorni nascose Yolande nella sua cucina. Anche Zura Karuhimbi è hutu: permettendo loro di rifugiarsi nella sua casa di Gitarama, ha dato un futuro a oltre 100 tutsi che altrimenti sarebbe stati massacrati. Commovente pure la storia di Félicité Niyitegeka, uccisa il 21 aprile 1994 per aver dato ospitalità ai tutsi in fuga. Accanto a tanti cristiani e cristiane morti come martiri per aver condiviso fino all’ultimo la sorte dei loro amici di etnia diversa, anche alcuni hutu musulmani - come ha scritto Françoise Kankindi, presidente di Bene Rwanda, sul sito di Gariwo – «si rifiutarono di collaborare dicendo di dare più importanza alla loro religione che alla loro etnia. Non salvarono soltanto la vita dei tutsi musulmani, ma anche quella di migliaia di tutsi cristiani».

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/nel-buio-della-ragione-collettiva-furono-tanti-i-giusti-a-dire-no

 

Rwanda 1994, di Fortunato Siciliano

Famiglia cristiana” fa memoria del genocidio del Rwanda nel 25° anniversario di quel tragico evento e presenta il libro di Padre Giorgio Vito “Diario di un genocidio”….

Sul settimanale Famiglia Cristiana del 7 aprile 2019 un articolo per ricordare 25 anni dal genocidio in Rwanda, il paese delle mille colline, riportando l’esperienza del rogazionista Padre Vito Giorgio che racconta questi drammatici giorni in un libro da lui pubblicato (Ruanda 1994. Diario di un genocidio, edizioni Il pozzo di Giacobbe), avendo egli vissuto quei giorni quale testimone e protagonista assieme a Padre Eros Borile

Durante quei giorni all’Orfanotrofio Antoniano di Nyanza, gestito dai Padri Rogazionisti, vennero accolti e salvati centinaia di bambini che non avevano altra via per scampare alla morte.

Tanti tra loro, oggi ormai adulti, esprimono la loro gratitudine ai sacerdoti che li hanno protetti in quei giorni; lettere riportate nel Diario di padre Giorgio Vito.

Il Comune di Padova, con il Patrocinio della Regione Veneto, il 2 ottobre del 2011, ha voluto assegnare a Padre Vito Giorgio e Padre Eros Borile, il titolo di "Giusti del Mondo" nel corso di una cerimonia pubblica nel Giardino dei Giusti.

Nel corso del genocidio perpetrato in Rwanda nel 1994, il Centre Social "St. Antoine" per minori di Nyanza (Rwanda) divenne infatti punto di riferimento e di ricovero per i minori in pericolo di entrambe le etnie (tutsi e hutu). "In un momento di reale pericolo per le loro vite – racconta Alberto Mabilia, presidente AdP – hanno scelto di rimanere con i perseguitati che si affollavano nel Centro (raggiungendo il numero di circa un migliaio) facendo fronte alle incursioni delle fazioni in guerra e affrontando la situazione con coraggio, prudenza e saggezza, riuscendo ad assicurare non solo l’incolumità ma anche il sostentamento a tutti i rifugiati". 

https://www.rcj.org/it/news/rwanda-1994 

Stralcio dal diario di Padre Vito 

Nello spazio di tre mesi, nella Regione dei Grandi Laghi, si è consumata una carneficina di più di 800 mila vittime. Padre Vito Giorgio ha compiuto in quei giorni quello che ogni uomo dovrebbe fare davanti a tanta disumanità: proteggere la vita di altri uomini, dei suoi piccoli orfani in particolare... 

Questo gesto ha permesso a centinaia di bambini e giovani del “Centre Social St. Antoine di Nyanza” di poter trovare riparo dalla furia omicida di chi, nel “cuore dell’Africa”, aveva deciso una guerra fratricida tra opposte etnie. I missionari rogazionisti di Sant’Annibale Di Francia, presenti in Rwanda fin dagli anni ’70 hanno diffuso il Vangelo ed hanno promosso le condizioni di vita tra la gente con strutture sanitarie, centri di alfabetizzazione e scuole primarie, corsi di formazione per i giovani meno garantiti.
"Di notte, nei giorni più tristi della mattanza, si comunicava con l’Italia grazie ad una radio-trasmittente che si doveva poi nascondere per evitare sospetti di collaborazione con qualcuna delle parti in guerra. Quando ormai l’esercito Hutu è in fuga verso il Congo e gli altri sono alle porte, si rischia il peggio per il mio Centro da parte di militari sbandati in cerca di denaro”.

Mi strattonano, mi riportano nella mia camera, mettono mani e cercano denaro nel materasso, nella soffitta, minacciano di uccidere qualcuno. Il capitano seduto sulla sponda del mio letto con il fucile tra le mani minaccia: apri questo armadio! Non ricordavo dov’era la chiave; dico allora, sfondiamo l’armadio! Non ci siamo riusciti e lui ha lasciato me e si è diretto verso il dottor Luigi che aveva del denaro nel suo borsello. Vogliono le auto ma non hanno un autista, arraffano quel che possono portare, tranne un sacchetto gettato in un angolo; lì avevo un resto del denaro, di dollari, e neanche me ne ricordavo. Il denaro li ha convinti ad andarsene ma ci siamo ritrovati tutti vivi il giorno dopo!

Colette Braekman, una giornalista belga al seguito dell’esercito Tutsi ha scritto: “I padri del Centro St. Antoine non si sono fermati solo a pregare. Quando i miliziani sono giunti per prendere i fanciulli essi hanno pagato. Hanno pagato i gendarmi per la protezione del villaggio. Hanno pagato i miliziani perché proseguissero il cammino e non si affacciassero per stanare dai magazzini sotto la cucina le centinaia di bimbi che si sono stretti per settimane: Verso la fine della guerra gli effettivi dell’Orfanotrofio si sono gonfiati: la gente prima di fuggire verso la frontiera, veniva a portare nelle braccia dei Padri i piccoli che avevano sottratto alla morte e che avevano trovato nelle case distrutte, staccati dal seno delle loro mamme assassinate. C’erano 800 piccoli: altrove si sarebbero sentite delle grida, delle risate. Vi sarebbe del movimento, giochi, animazione. Non qui. Non a Nyanza, non in Rwanda. 

Qui, dove una bandiera italiana li protegge provvisoriamente, i piccoli sono seduti sulla scala della chiesa o sotto gli alberi del parco. Sembra che il sole scivoli su di loro senza illuminarli. Non si sente alcun grido, alcun rumore. … Sembra siano diventati autisti, dice una infermiera. Non vogliono più comunicare, essi rivivono senza interruzione le scene di orrore delle quali sono stati testimoni. … Nel Rwanda di questo fine secolo, l’odio era tale che i miliziani hanno particolarmente preso di mira i bambini”. (cf. “Rwanda, histoire d’un gènocide”).
Dopo il disastro umanitaria i Padri si sono adoperati per il reinserimento e la pacificazione delle parti, con una decisa azione di formazione per contrastare nei giovani ruandesi la cultura dell’antagonismo etnico e dar valore alla verità storica.

La soddisfazione più grande, per P. Giorgio, oggi? Le numerose lettere di gratitudine per essere in vita e le testimonianze di ragazze e ragazzi che ora sono sparsi in tutte le province ed inseriti in attività varie. Molti hanno studiato e si sono diplomati o laureati, altri tutt’ora studiano, altri hanno qualche lavoro garantito, molti altri sono in attività precarie, o in una vaga e penosa attesa di impiego; il Rwanda offre ai giovani, oggi ancora, nonostante la tragica vicenda del genocidio, delle rare occasioni per una occupazione e per un salario. 

https://www.cassanolive.it/news/attualita/160369/genocidio-del-rwanda-padre-vito-giorgio-premiato-a-padova

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