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Nato per l’amicizia, di Maurizio Schoepflin

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 28/03/2019 09:52
Thomas More, il santo che pregava per il buon umore…

In una lettera datata 23 luglio 1519, diretta a Hurlich von Hutten, il celebre umanista tedesco sostenitore della riforma protestante, Erasmo da Rotterdam, figura centrale della cultura europea fra XV e XVI secolo, fa un vivace ritratto del grande Thomas More (1478-1535), scrivendo, tra l’altro: «Sembra nato e creato per l’amicizia di cui è il cultore più sincero e di gran lunga il più tenace. (...) Per lui non c’è persona con cui non sia pronto a stringere un legame d’amicizia. Per nulla esigente nella scelta delle amicizie, le alimenta con straordinaria generosità e le custodisce con immutabile fedeltà (...) 

Quando è in compagnia, la sua squisita gentilezza e la sua capacità di piacere agli altri sono tali da rasserenare chiunque, anche chi per temperamento sia incline alla malinconia, non essendovi situazione penosa di cui egli non riesca ad allontanare il disagio. Fin da ragazzo traeva un grande piacere da battute e motti di spirito che sembrava fatto apposta per quel tipo di divertimento, pur senza mai scadere nella buffoneria scurrile e nel sarcasmo».

In varie altre occasioni Erasmo, che di sir Thomas fu ospite, ebbe modo di elogiare il clima profondamente sereno e sobriamente gioioso che contraddistingueva la vita familiare di More. Ripetutamente egli decanta i pregi della personalità di sir Thomas, che possedette una cultura assai vasta, rivestì elevatissime cariche politiche e seppe persino affrontare la morte pur di non venir meno alla fede in Cristo e nella Chiesa, che lo canonizzò nel 1935 e che, dal 2000, per volontà di Giovanni Paolo II, lo venera quale patrono dei governanti e dei politici.

La testimonianza di Erasmo può risultare preziosa per comprendere un elemento alquanto originale della biografia moreana, quello costituito dalla stretta vicinanza che egli ebbe con Henry Patenson, una persona con evidenti carenze intellettive, al quale di recente ha dedicato un interessante volume Giuseppe Gangale (Henry Patenson, Il buffone di sir Thomas More, Roma, Studium).

Nell’introduzione, dopo aver ricordato che Patenson condivise una parte non secondaria della sua vita con More, l’autore pone subito una domanda cruciale: «Come mai un uomo apparentemente così integro e severo volle per sé e per la sua famiglia un servo di così evidente insanità mentale che risiedesse stabilmente nella sua casa e che lo accompagnasse in viaggi ufficiali di rilevanza strategica per il regno d’Inghilterra?».

Per tentare di offrire una risposta a tale interrogativo è opportuno tenere presenti due aspetti ugualmente significativi della questione. Sicuramente, lo spirito ludico di More giocò un ruolo decisivo: vivere accanto a un uomo come Patenson rispondeva a qualcosa di ben diverso dalla banale esigenza di disporre di un semplice trastullo: significava piuttosto — sostiene Gangale — soddisfare una forte inclinazione a rendere grazie per qualunque cosa. A questo punto, entra in gioco il secondo aspetto del rapporto che legò sir Thomas a Henry: More volle e seppe valorizzare la disabilità di Patenson perché comprese quale originale valore essa recasse con sé.

Gangale avverte il lettore che il materiale documentario sulla figura del buffone è veramente esiguo: ciò non toglie che fosse molto importante portare alla luce anche quel poco che c’è, dal momento che si è compreso che Henry Patenson non poteva e non doveva rimanere nell’ombra: sarebbe stato ingiusto confinarlo nell’oblio e non avrebbe permesso di gettare ulteriore luce sulla personalità del grande santo inglese.

Alcuni ricorderanno che Thomas More compose un’originalissima preghiera per invocare da Dio una buona digestione e soprattutto il buon umore, preghiera che termina con la seguente implorazione: «Signore, dammi il senso del ridicolo e concedimi la grazia di comprendere gli scherzi, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne partecipi anche gli altri».

Come non pensare che Henry Patenson possa rappresentare almeno una delle fonti di ispirazione di tali parole? E come non pensare che esse riecheggino quanto si legge nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Ciò che è stoltezza di Dio è più forte degli uomini ... quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti ... quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla tutte le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio».

http://www.osservatoreromano.va/it/news/nato-lamicizia

Un’elementare dialettica degli opposti. Stanlio e Ollio, una risata lunga novant’anni, di Gabriele Nicolò

Il difficile, nel cinema, è far ridere. Far piangere è molto più semplice: basta un’inquadratura con un violino da cui scaturisce una musica suadente e un ragazzo povero vestito di stracci per muovere a commozione lo spettatore, soleva dire Totò. E ancor più difficile è far ridere senza ricorrere alla volgarità, agli ambigui doppi sensi, nonché al sarcasmo che fustiga, senza eleganza, le debolezze altrui. Interpreti eccelsi di una comicità vera, raffinata, spensierata ma non per questo meno incisiva e graffiante, sono stati Stanlio e Ollio, il cui linguaggio è stato sempre «pacato e mai sopra le righe».

È con questa puntualizzazione che si apre il libro di Enzo Pio Pignatello, Una risata lunga 90 anni. Laurel e Hardy amici per la vita, il quale, archivista ed esperto di cinema comico retrò, non esita a definire Stan Laurel e Oliver Hardy «la più geniale coppia della storia del cinema». Nell’introduzione al libro — impreziosito da un ricco apparato iconografico, con fotografie che ritraggono i due sia durante le scene dei film che dietro le quinte — Ignazio Gori evidenzia che Stanlio e Ollio rappresentano solo loro stessi (mentre per esempio Franco e Ciccio rappresentano il popolo), isolati nella loro purezza, innocenza, «nella loro matura e intoccabile infanzia: un’infanzia dilatata che ha lo stesso valore dell’amicizia eterna».

Nel realizzare una ricognizione del mondo comico plasmato da Stanlio e Ollio spicca un tratto inconfondibile: i «cretini» — scrive Gori — non sono loro, ma tutto il resto del mondo, il quale a stento si adegua, dal pulpito della brutalità umana, a una filosofia leggera ma benigna, riconducibile nelle intenzioni di Stan Laurel a uno spirito anarchico e libertario. La scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano diceva che non è possibile essere solo libertari o solo pacifisti, bisogna essere le due cose insieme: ed è sulla scia di questo “dogma” che Laurel e Hardy non solo sono stati un inimitabile esempio di esportazione di pace e gioia, ma hanno saputo intonare la loro intesa al di là delle separazioni sociali e politiche, «senza alcun cenno a oltraggiose militanze».

Sentenziava Oliver Hardy: «Il mondo è pieno di persone come Stanlio e Ollio. Basta guardarsi attorno: c’è sempre uno stupido al quale non accade mai niente, e un furbo che, in realtà, è il più scemo di tutti. Solo che non lo sa». Un’affermazione che, se ponderata, risulta essere molto più profonda di quanto non appaia in superficie. Le maschere di Stanlio e Olio — avrebbe affermato Pirandello — sono molto più sincere e schiette dei volti che ognuno esibisce al mondo esterno. Di conseguenza la finzione non rappresenta un modo marginale e, dunque, inefficace di analizzare la realtà: al contrario, è la maschera e non il volto a possedere la capacità di penetrare nei recessi più remoti dell’animo umano, squarciando la superficie con la determinazione e l’inclemenza di un bisturi perfettamente affilato.

Da notare poi — sottolinea Enzo Pio Pignatiello — che a differenza di altre coppie comiche celebri, Stanlio e Ollio non hanno avuto bisogno di trucco o di travestimenti. I fratelli Marx, anche loro semplicemente geniali, ricorrevano ai cosiddetti costumi di scena: basti pensare ai baffoni finti di Groucho e all’impermeabile, alla parrucca e al cilindro di Harpo. A Stanlio e a Ollio, invece, bastava l’effetto naturale dato dal gioco del contrasto fisico: uno magro e l’altro grasso. Un’elementare dialettica degli opposti innervata di un’eccezionale forza di comunicazione tra i due: ecco pronta allora la ricetta perfetta per confezionare una comicità capace di sfidare le ingiurie del tempo e di surclassare le mode passeggere.

Con dovizia di particolari e annotazioni illuminanti, l’autore ripercorre i principali film che vedono la coppia in balia di disavventure, di vicissitudini e di tiri mancini della sorte: il comune denominatore di queste pellicole è la riflessione loro sottesa. Una riflessione che mette in luce gli aspetti dolci-amari di una vita nella quale ciascuno si può riconoscere. Non ci sono intenti moraleggianti ed elementi stancamente didascalici: c’è la vita nelle sue multiformi espressioni. Vale a dire che laddove c’è una lacrima, trova spazio anche il sorriso. E laddove si apre un sorriso, quasi sempre sgorga anche una lacrima. Da Below Zero a Our Wife, da I figli del deserto a Ecco mia moglie, da Perché le ragazze amano i marinai a Noi siamo le colonne, si dipana una sorta di unico lungometraggio (fatte salve ovviamente le peculiari caratteristiche di ciascuna pellicola) in cui svolgono un ruolo nevralgico i fondamentali valori umani: primo fra tutti, il valore dell’amicizia, forgiata al fuoco di una girandola di imprevisti che acquistano una precisa valenza edificante e ammonitrice, sebbene inseriti in un contesto goliardico. «Castigat ridendo mores», avrebbe dichiarato il poeta latino Orazio.

Il libro dedica poi una particolare attenzione ad Alberto Sordi, «la voce di Ollio in carne e ossa». «Non vorrei apparire un sacrilego — disse una volta il grande attore —. Ma Oliver Hardy, il grassone di Hollywood, è stato per me quello che San Gennaro è per un napoletano: un protettore». Sordi aveva conosciuto Hardy nella penombra dei cinema periferici, che, giovanissimo, aveva preso l’abitudine di frequentare in maniera quasi ossessiva e dove consumava avidamente, scrive l’autore, le proprie esperienza di avido spettatore. E la contemplazione di Hardy finì per infondere nell’aspirante attore un irrefrenabile desiderio di emulazione. E Albertone, che doppiò Oliver Hardy per più di dieci anni, ebbe modo di conoscerlo personalmente quando questi venne a Roma con Stan Lauren nel 1950 per promuovere il film Atollo K.. Era il 25 giugno: la capitale riservò alla coppia di comici un’accoglienza trionfale. C’era perfino la banda a salutarli, mentre la polizia faceva fatica a trattenere la folla davanti alla stazione Termini. Si racconta che durante il soggiorno a Roma, in un solo pranzo Ollio mangiò cinque piatti di spaghetti alla carbonara, un pollo intero, bevve mezzo fiasco di Frascati. E per dolce, divorò quaranta paste. Non esistono, invece, dettagli sul menù di Stanlio: non è difficile pensare che il suo fu un pasto meno elaborato.

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