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Mons. Tomasi: Onu protegga cristiani da genocidio in atto

creato da webmaster ultima modifica 18/09/2015 22:36
Migliaia di cristiani ogni anno continuano a morire, perseguitati in decine di Paesi soprattutto del Medio Oriente, discriminati per la loro fede, soggetti a violenze e abusi: oltre quattromila le vittime nel 2014.
Migliaia di cristiani ogni anno continuano a morire, perseguitati in decine di Paesi soprattutto del Medio Oriente, discriminati per la loro fede, soggetti a violenze e abusi: oltre quattromila le vittime nel 2014. Un dramma che aspetta dalla comunità internazionale risposte concrete per proteggere tante vittime innocenti, attraverso la via del dialogo o, solo in "extrema ratio", l’uso della forza, come spiega al microfono di Roberta Gisotti mons. Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede preso le Nazioni Unite a Ginevra, in questi giorni impegnato nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu, riunito nella città elvetica:

D. – Perché la comunità internazionale continua a sottovalutare e a ritardare la ricerca di soluzioni a questo dramma?

R. – La comunità internazionale si è data delle strutture per le emergenze che accadono nel cammino della storia e queste strutture sono le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza e gli organismi collegati ad essi. Certo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando è stata formata l’organizzazione delle Nazioni Unite, si pensava che mai più gli orrori, le tragedie, le atrocità commesse durante quel conflitto si sarebbero ripetute. Ma purtroppo vediamo che nel cosiddetto Stato islamico e in altre parti del Medio Oriente e del mondo continua una violenza spietata contro persone innocenti. Allora, la questione da porsi è: cosa può fare nelle circostanze attuali la comunità internazionale? Oltre a cercare di dare un aiuto umanitario per alleviare le sofferenze, ci sono altri tentativi possibili. Uno certamente è quello di continuare lo sforzo del dialogo tra autorità e potenze politiche, per vedere di arrivare a un cessate-il-fuoco e a far smettere questa violenza sistematica, che sta distruggendo migliaia di persone, intere culture e comunità. Però, non sempre c’è la volontà politica di rispondere in maniera costruttiva o di impegnarsi per dei compromessi che possono portare la pace. Siamo di fronte, mi pare, in qualche modo a un genocidio, perché quello che si sta verificando in Medio Oriente è la distruzione sistematica di un gruppo di persone identificate per la loro credenza religiosa o perché sono in disaccordo con le autorità che comandano il territorio.

D. – Come proteggere queste persone?

R. – Davanti a questa sorta di genocidio scatta l’obbligo morale, il dovere – che è previsto nei regolamenti e nella giurisprudenza internazionale – di proteggere questa gente. Decidere le modalità per la protezione di queste persone, i cui diritti fondamentali sono violati, tocca alla comunità internazionale.

D. – A questo proposito quale ruolo possono giocare gli stessi Paesi mediorientali?

R. – Anzitutto, i Paesi della regione, dove queste atrocità vengono commesse, devono impegnarsi in maniera diretta a proteggere i loro cittadini. La solidarietà della comunità internazionale è necessaria, però non senza la presenza, la partecipazione attiva di questi Paesi che sono direttamente coinvolti. E per arrivare a questo accordo è necessario che ci sia una coalizione di vasto respiro e che abbia un obiettivo chiaro, che è quello semplicemente di portare la pace e di rimettere nelle loro case e nelle loro proprietà le persone che sono state costrette a fuggire e che si trovano ora nei campi profughi dei vari Paesi della regione del Medio Oriente. Il cammino ideale è certamente quello di negoziare e di arrivare senza violenza ad una soluzione. La violenza porta sempre a dei risultati che non sono costruttivi e poi, a lungo andare, richiama altra violenza. Quello che si dovrebbe fare è che i grandi Paesi, che hanno un interesse nella regione, che sono direttamente coinvolti, assieme possano trovare una soluzione. L’uso della forza, anche se purtroppo alle volte è necessario, è una "extrema ratio", è una soluzione veramente limite, quando tutte le altre vie sono state tentate per salvaguardare i diritti fondamentali delle persone, che vengono in questo momento uccise, torturate e veramente distrutte in maniera orribile.

D. – Questa persecuzione dei cristiani, una sorta di genocidio, che non si può veramente più sottacere, potrà essere – volendo avere uno sguardo di speranza – la molla morale, perché i soggetti politici finalmente reagiscano e costruiscano un futuro di stabilità per tutta la regione mediorientale?

R. – Speriamo sia davvero così, che il prezzo alto pagato dalle comunità cristiane che hanno avuto tanti martiri, tante persone scarificate, possa essere l’elemento che porti a una riconciliazione. E’ un cammino molto difficile, perché se guardiamo alla storia degli ultimi 100-150 anni vediamo che c’è stato un dissanguamento sistematico, progressivo e continuo della presenza cristiana in questi Paesi, dovuto al fatto che c’è una posizione strutturale di queste comunità religiose che porta alla discriminazione. La strada per una soluzione duratura ed efficace è che i cittadini di questi Paesi siano riconosciuti tutti come cittadini, con diritti e doveri uguali davanti allo Stato, e quindi anche che vengano protetti e abbiano accesso a tutti i servizi, al lavoro, all’impiego, al servizio pubblico come ogni altro cittadino. Questo è il punto fondamentale che può preparare un cambio efficace e duraturo nella regione.

http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/17/mons_tomasi_onu_protegga_cristiani_da_genocidio_in_atto/1130076#
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