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Mimmo Lucano condannato a 13 anni: santo o diavolo? Il reo confesso che divide l’Italia, di Goffredo Buccini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 01/10/2021 09:59
«Se la legge è questa, io non le obbedisco». «Tra legalità e giustizia preferisco la seconda». «Anche nei lager di Hitler c’era legalità». «Sono un fuorilegge!». Il problema, per tifosi e detrattori, è soprattutto che Lucano, tra interviste e intercettazioni, non ha mai cambiato registro…

Tredici anni e due mesi, gli sillaba il presidente del tribunale. In piedi, occhi lucidi, Mimmo Lucano deve ripensare per un attimo a Cosimo ‘U Zoppu, quel suo compaesano che, depredando i ricchi per dare ai poveri, andava avanti e indietro dalla galera. Da bambino, lo vedeva ogni tanto claudicare per i vicoli di Riace in manette tra due carabinieri e allora gli pareva più eroe di Robin Hood: «Ne ero affascinato», ha raccontato. 

Il tempo delle favole e della Città del Sole dei migranti, dei titoloni su Fortune e di Wim Wenders in pellegrinaggio tra le alture calabresi a chiedergli «da quale parte stanno i giusti», delle offerte di seggi europei e, addirittura, dei vagheggiamenti di un Nobel tra i vip d’una sinistra a corto di simboli viventi, tutto finisce, ora e qui, nell’aula del tribunale di Locri, sotto una sentenza che può seppellirlo in vita.

«Memmeno un mafioso lo trattano così»

«Sono morto dentro», mormora lui, ex sindaco del paesino prima noto solo per i Bronzi. Trasformato in totem del bene o del male assoluto, salvatore di profughi o grassatore delle casse pubbliche: «Nemmeno un mafioso lo condannano così». Parla a fatica ma non vanvera. Per paragone: al processo Infinito, fior di ’ndranghetisti sono usciti dall’abbreviato con pene tra i 9 e 13 anni; Luca Traini, il razzista che ai migranti sparava, se l’è cavata con 12. Qui si assume che Lucano sia capo di una gang volta a speculare sull’accoglienza in un carosello di carte false (14 i capi di imputazione), un diavolo con l’aggravante del vestito da santo. «Sentenza lunare ed esorbitante», dice Giuliano Pisapia che (affiancato dal collega Andrea D’Acqua) ne ha assunto la difesa gratuita («sono povero, manco i soldi per pagare gli avvocati avevo!», chiosa il suo assistito, condannato anche alla confisca di 500 mila euro avendone 9 sul conto).

Una ribalta mondiale

Pisapia non è solo il legale di «Mimmo». È parte del mondo che lo adora e forse lo ha involontariamente inguaiato, facendogli perdere il senso della misura: «Mi ero innamorato di Riace anni fa, avevo visto il sogno diventare realtà», dice: «Mimmo è un grande sognatore che trasforma l’impossibile in possibile, monsignor Bregantini ha detto che ha anticipato Papa Francesco». Ecco, lo gnommero gaddiano forse s’ingarbuglia proprio qui: prendete un uomo semplice che, umilmente, comincia a dare una mano ai profughi approdati nel suo paesello semiabbandonato (l’idea di fondo è incontestabile: ripopolare i borghi deserti delle nostre montagne, specie al Sud, è scelta molto praticata nel sistema d’accoglienza); poi però accecate quel brav’uomo di flash e storditelo di applausi; trasformate il paesello (intanto risorto grazie alle sue manovre lecite o meno) in una ribalta mondiale delle buone intenzioni e quell’uomo si tramuterà nell’interprete di se stesso che saluta a pugno chiuso i cameramen dalla finestra degli arresti domiciliari, disposto a tutto pur di non scendere dal palcoscenico.

 La tesi della Procura

È questa, per incredibile che appaia, la tesi della Procura dopo cinque anni di indagini e due e mezzo di processo, gli arresti di Lucano, la chiusura dei rubinetti dello Sprar, 26 coimputati. Non potendo dimostrare che l’ex sindaco si sia arricchito con i pasticci contabili combinati a Riace (e che nemmeno lui nega del tutto), i pm hanno sterzato su un movente, diciamo così, politico: «Contava voti e persone». Una specie di voto di scambio buonista, assai semplificando. A poco serve obiettare che Lucano (sconfitto alle ultime comunali dai leghisti salviniani) aveva rifiutato proposte politiche allettanti con cui uscire da Riace. 

Che sia un terminale del nuovo guevarismo italico è dimostrato se non altro dalla passionaccia che suscita negli ex sindaci della «rivoluzione» arancione. Non solo Pisapia. C’è pure Luigi de Magistris, qui candidato governatore, che lo ha come alleato alle elezioni di domenica con la lista «Un’altra Calabria è possibile»: «Mimmo è un simbolo di fratellanza universale. Che, in una Regione dove pezzi deviati di politica si sono mangiati tutto, il problema giudiziario sia lui fa male al cuore e alla testa».

Un corteo in suo nome

Santo o demonio che sia, Lucano piomba con la sua condanna nel weekend elettorale, proponendosi di «creare altre mille Riace in tutta la Calabria» (insomma, una... reiterazione del reato). Oggi in paese sfilerà un corteo in suo nome mentre i partiti già si scannano, destra e sinistra pronte a sbranarselo per eccesso di avversione o di amore; Salvini lo contrappone incongruamente al caso Morisi: ma è indiscutibile che i pasticci di Riace sono per lui lo spot migliore. Il problema, per tifosi e detrattori, è soprattutto uno: che Lucano è un sostanziale reo confesso. «Se la legge è questa, io non le obbedisco». «Tra legalità e giustizia preferisco la seconda». «Anche nei lager di Hitler c’era legalità». «Sono un fuorilegge!».

Il nodo delle regole

Tra interviste e intercettazioni, non ha mai cambiato registro. E dunque pone questioni escatologiche sul Bene e sul Male, sull’Antistato che in Calabria sta in un brodo di coltura non solo col crimine ma con un certo brigantaggio romantico venato di rivolta sociale. A un’accoglienza ai migranti fatta male come in Italia ne preferisce una a modo suo, fuori dalle regole. 

«Ci provi lei a fare il sindaco da queste parti», mi disse una volta: «Le regole di Roma non valgono in Calabria, lo sa?». Però dovrebbero: la giustizia senza legalità diventa arbitrio. Così un bambino può crescere col mito di Cosimo ‘U Zoppu, che un Natale rubò persino un furgone della Galbani per portare forme di formaggio ai poveri della stazione di Milano. Ma è un mito fasullo: perché la sera dopo i Cosimo delle favole finiscono in galera e i clochard sono di nuovo a stomaco vuoto.

 

https://www.corriere.it/cronache/21_settembre_30/condanna-13-anni-lucano-divide-politica-solleva-molti-interrogativi-5d7b47d0-222c-11ec-bc6c-99e19555fe91.shtml

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