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Migranti, un compromesso privo di coraggio e visione, di Goffredo Buccini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 24/09/2020 09:32
Le modifiche della Commissione all’accordo di Dublino non produrranno la spallata necessaria…

È la vecchia storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. L’Europa ha infine preso in considerazione i nostri guai da terra di frontiera delle migrazioni. E, sul versante interno, la maggioranza giallorossa si accinge a correggere i difetti più vistosi dei decreti Sicurezza. Ma sono cerotti. In entrambi i casi manca la visione di un fenomeno epocale da affrontare con coraggio. Mezzo milione di sbarchi in Italia e appena tredicimila migranti ricollocati in Europa sono, dal nostro punto di vista, la sintesi di tutta l’ingiustizia patita negli ultimi cinque anni. 

Il micidiale regolamento di Dublino incardina nel Paese d’arrivo (e dunque nei Paesi rivieraschi del Mediterraneo) migranti che avrebbero tutte le intenzioni di raggiungere città nordeuropee dove spesso li attendono parenti e amici. L’Italia è stata lasciata sola durante le crisi migratorie degli anni Dieci e la reazione a questa solitudine spiega la crescita delle forze sovraniste e populiste antieuropee. 

Gli anni Venti sono iniziati sotto i pessimi auspici del Covid-19. Anche sull’onda solidale causata dalla pandemia, la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva preannunciato una robusta spallata agli angusti codicilli di Dublino. Il Patto per le migrazioni, esposto ieri a Bruxelles dalla Commissione, è in realtà molto meno: una spintarella. Si enunciano principi di solidarietà (addirittura meccanismi di «solidarietà obbligatoria» in casi di pressione migratoria straordinaria combinata con eventi estremi come terremoti o epidemie), si promettono soluzioni «precise e prefissate» che alleggeriscano il peso dai Paesi mediterranei, si prevedono negoziati in Africa con accordi di riammissione in cambio di sostegno tecnico ed economico.

Tutte ottime cose, insomma, tranne due. La prima: si continua a parlare di «migranti salvati in mare», come già al vertice di Malta di settembre 2019; ora, il problema è che da noi i salvataggi in mare rappresentano non più di un 20% degli sbarchi, il grosso dei flussi approda tramite barchini e gommoni, in piena autonomia: questa formula è, dunque, una sostanziale beffa. 

La seconda: si proclamano quali obbligatori ricollocamenti che tali non sono. I Paesi che non vorranno aderire alle quote, infatti, potranno partecipare alla solidarietà tramite rimpatri «sponsorizzati». Traduzione: se, ad esempio, l’Ungheria, punta di diamante del riottoso quartetto di Visegrad, non vorrà accollarsi una parte dei nostri migranti avrà una finestra di tempo per contribuire a rimandarli in patria, col piccolo dettaglio che durante quel periodo (che possiamo temere, con realismo, indefinito) i migranti resteranno nel Paese di primo approdo, cioè da noi. Questo è addirittura un passo indietro rispetto alla volontaristica impostazione del summit di Malta, quando i migranti venivano (almeno sulla carta) ricollocati subito altrove. Eventuali sanzioni per gli Stati recalcitranti si sono dimostrate parole al vento, sin da quando il precedente piano Juncker del 2015 venne vanificato e poi affossato.

Intendiamoci: criticare è facile. I meccanismi dell’Unione e i relativi veti sono tali che questo è, forse, il miglior punto di compromesso possibile, almeno fino al prevedibile scontro in Consiglio europeo. Lo diceva la commissaria agli Affari Interni, Ylva Johansson, intervistata dalla nostra Francesca Basso: «Nessuno dei 27 Stati membri si riterrà soddisfatto». E infatti la Repubblica Ceca (anch’essa gruppo di Visegrad) già fa fuoco e fiamme, temendo eccessive concessioni a noi «mediterranei». Con prudenza, il nostro premier, che immaginiamo insoddisfatto a sua volta, ha elogiato via Twitter «l’importante passo verso una politica migratoria davvero europea».

Giuseppe Conte ha più che mai bisogno di una sponda a Bruxelles perché a Roma si accinge a cedere (o almeno a dar mostra di cedere) proprio sui migranti alle pressioni del Pd di Zingaretti, rinvigorito dalle elezioni regionali. In fondo, meglio far inghiottire ai Cinque Stelle una revisione dei decreti Sicurezza di Salvini piuttosto che il Mes, l’odiato fondo salva Stati contro cui sono ancora acquartierati i grillini più intransigenti.

Dunque, la ministra Lamorgese ha messo a punto un piano che dovrebbe modificare ciò che lo stesso Conte aveva approvato da premier del suo primo governo (sorreggendo sorridente a Palazzo Chigi il cartello che celebrava il primo decreto Salvini). Il guaio è che anche in questo caso, come in Europa, siamo di fronte a una difficile mediazione. Dove servirebbero scelte coraggiose di integrazione e cittadinanza, bilanciate anche da serie politiche di contenimento dell’irregolarità, vedremo aggiustamenti faticosi: un po’ di fiato al sistema Sprar massacrato da Salvini, qualche ammorbidimento sulla protezione dei profughi, un taglio alle irragionevoli multe contro le Ong, forse un lodevole tentativo di collegare lavoro e permessi di soggiorno. Poco. 

Servirebbe una radicale revisione del sistema d’accoglienza, che fa acqua ora come cinque anni fa, al tempo della disastrosa gestione Alfano: via i carrozzoni emergenziali da centinaia di ospiti, Sprar obbligatori in ogni Comune per agevolare l’integrazione dei piccoli numeri, Cie (controllati e dignitosi) in ogni Regione per garantire la sicurezza accanto alla solidarietà. Per battere i trafficanti di uomini non servono improbabili blocchi navali: basterebbe riaprire e regolamentare i flussi di accesso (di fatto fermi da quasi dieci anni), creando corridoi umanitari per i rifugiati e ingressi legali, controllati e contingentati, per i cosiddetti migranti economici, quelli meglio qualificati, di cui le nostre terre e le nostre imprese hanno gran bisogno. Manomettere l’impianto di Salvini (che aveva prodotto alla fine solo più irregolarità) serve a poco senza un progetto complessivo. Ma difficilmente Conte e Zingaretti riuscirebbero a comporre una tela così delicata senza strappare la maggioranza, non avendo a Roma nessuno che somigli nemmeno da lontano alla tessitrice ancora formidabile su cui Ursula von der Leyen punta tutte le sue speranze: Angela Merkel.

https://www.corriere.it/editoriali/20_settembre_23/migranti-compromesso-privo-coraggio-visione-a224d9c0-fdd7-11ea-a13a-1a7326323030.shtml

Patto migranti, Von der Leyen presenta il piano: chi non vuole i ricollocamenti pagherà i rimpatri, di Francesco Giambertone

Svelato a Bruxelles il progetto della Commissione. «Obbligo di solidarietà»: i Paesi che si oppongono alle redistribuzioni dagli altri Stati Ue dovranno offrire un aiuto economico. La presidente: «Nuovo inizio». Conte: «Bene ma servono certezze»…

«È tempo di gestire le migrazioni insieme, con un nuovo equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Il vecchio sistema di gestione non funziona più. Questo è un nuovo inizio per l’Ue. Oggi proponiamo una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e per ripristinare la fiducia dei cittadini nella nostra capacità di gestire come Unione». Con un discorso poco più lungo di 4 minuti, la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen ha lanciato il nuovo e attesissimo piano europeo su asilo e migrazione. «Bisogna bilanciare molti interessi. L’Europa deve abbandonare le soluzioni ad hoc. Questo pacchetto complesso riflette un ragionevole equilibrio: condividiamo tutti i benefici, condividiamo tutti il fardello. L’Ue ha già dato prova in altri settori della sua capacità di fare passi straordinari per conciliare prospettive divergenti. Ora è tempo di alzare la sfida per gestire la migrazione in modo congiunto, col un nuovo equilibrio tra solidarietà e responsabilità».

Il piano (qui il link a una sintesi del progetto) è stato poi presentato nel dettaglio dal vicepresidente Margaritis Schinas e dalla commissaria Ue, Ylva Johansson. Non prevede i trasferimenti obbligatori di migranti sbarcati nelle coste Ue verso gli altri Paesi dell’Unione europea, come invece richiesto dal Governo italiano, ma dà agli Stati la possibilità di decidere se accogliere i migranti sbarcati altrove o se finanziare il loro rimpatrio. Nel pomeriggio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scritto su Twitter che il patto è un «importante passo verso una politica migratoria davvero europea», dicendo però che «serve certezza su rimpatri e redistribuzione: i Paesi di arrivo non possono gestire da soli i flussi a nome dell’Europa. E immediatamente è intervenuta anche la Repubblica Ceca, che ha detto di rifiutare «qualsiasi redistribuzione obbligatoria dei migranti tra i Paesi membri dell’Ue». Il ministro dell’Interno Jan Hamacek (Cssd, democratici sociali) ha escluso di poter accettare ogni forma di obbligo di accoglienza ai migranti: «Siamo contrari. Non saremo d’accordo con nessuna proposta contenente l’obbligo di ricollocamento». Anche se il progetto della Commissione offre un’alternativa.

Screening pre-ingresso

La Commissione propone di introdurre innanzitutto «una procedura di frontiera integrata», che «per la prima volta comprende uno screening pre-ingresso che copra l’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’Ue senza autorizzazione o che sono state sbarcate dopo un’operazione di ricerca e salvataggio», si legge in una nota. Ciò comporterà «anche un controllo sanitario e di sicurezza, rilevamento delle impronte digitali e registrazione nella banca dati Eurodac», già prevista dalle regole in vigore. Dopo lo screening, i migranti «potranno essere indirizzati nella giusta procedura, sia alla frontiera per determinate categorie», sia «nell’ambito di una normale procedura di asilo» per coloro che chiedono lo status di rifugiato. L’obiettivo è di prendere «decisioni rapide in materia di asilo o rimpatrio», promette la Commissione. «Tutte le altre procedure saranno migliorate e soggette a un monitoraggio più forte e al sostegno operativo delle agenzie dell’Ue», che si serviranno anche di un’infrastruttura digitale per monitorare le domande.

Solidarietà «obbligatoria»: o ricollocamenti o finanziamenti ai rimpatri

Il secondo pilastro del nuovo patto chiama in causa i singoli Stati Ue. Questi ultimi «saranno tenuti ad agire in modo responsabile e solidale gli uni con gli altri», come già previsto dai Trattati Ue. «Ogni Stato membro, senza alcuna eccezione, deve agire in modo solidale nei periodi di stress — sottolinea la Commissione — per contribuire a stabilizzare il sistema generale, sostenere gli Stati membri sotto pressione e garantire che l’Unione adempia ai propri obblighi umanitari». In relazione alle diverse situazioni degli Stati membri e alla pressione dei flussi migratori, la Commissione propone «un sistema di contributi flessibili da parte degli Stati membri» che potranno aprire le porte alla «ricollocazione dei richiedenti asilo dal Paese di primo ingresso», ma anche farsi carico del rimpatrio «di persone senza diritto di soggiorno» (con contributi da 10 mila euro a persona) o offrire «varie forme di supporto operativo». Il nuovo sistema, come quello in vigore, si basa quindi su forme di sostegno su base volontaria, ma «nei momenti di pressione sui singoli Stati membri saranno richiesti contributi più rigorosi, sulla base di una rete di sicurezza». Quest’ultima si reggerà su «un meccanismo di solidarietà» che coprirà «lo sbarco di persone a seguito di operazioni di ricerca e soccorso, pressioni, situazioni di crisi o altre circostanze specifiche».

Le partnership con i Paesi extra-Ue

Il terzo pilastro è quello delle partnership coi Paesi extra-Ue. Questi «aiuteranno ad affrontare sfide condivise come il traffico di migranti», ma anche «a sviluppare percorsi legali» di ingresso nei Paesi Ue e garantiranno «l’efficace attuazione degli accordi e delle disposizioni di rimpatrio». L’Ue e suoi Stati membri «agiranno in unità utilizzando un’ampia gamma di strumenti per sostenere la cooperazione con i Paesi terzi in materia di rimpatri». La Commissione mira anche a rafforzare il controllo delle frontiere esterne con il Corpo permanente della guardia di frontiera e costiera europea, il cui inizio delle attività è previsto per il primo gennaio 2021.

Il piano della Commissione ora dovrà essere approvato dagli Stati membri e dovrebbe sostituire il regolamento di Dublino, da anni molto criticato perché impone il criterio del «primo Paese d’arrivo» per decidere quali Stati debbano occuparsi dell’identificazione e soprattutto della richiesta d’asilo di chi proviene da un altro continente. Dal 2015 le pressioni migratorie hanno generato grandi tensioni sulla gestione di questi flussi tra i Paesi europei, divisi tra chi chiedeva maggior solidarietà (tra cui l’Italia, che voleva i ricollocamenti obbligatori) e chi non accettava alcuna redistribuzione.

https://www.corriere.it/esteri/20_settembre_23/von-der-leyen-presenta-piano-migranti-asilo-ricollocamenti-non-saranno-obbligatori-5c6ba12a-fd82-11ea-a13a-1a7326323030.shtml

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