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Migranti…aprite quella porta, di Bruno Rampazzo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/03/2019 09:55
La nostra fede cristiana ci chiede di ascoltare le parole di Gesù “ero forestiero e mi avete ospitato”. Non limitiamoci a soccorrerli, ma incontriamo i loro sguardi, accogliamo le loro persone, come veri fratelli e sorelle...

Mossi da una speranza per una vita migliore

Negli ultimi decenni assistiamo, in varie parti del mondo, a trasferimenti di popolazioni da paesi nei quali la vita è precaria e difficile, se non proprio impossibile, a paesi più fortunati, in alcuni casi con un vero e proprio esodo, affrontando migliaia di chilometri, rischiando e, a volte, perdendo anche la vita, mossi dalla speranza di una vita migliore, ma spesso senza una destinazione determinata. Un dramma nel dramma, spesso si verifica, dal momento che tali migrazioni, che avvengono al di fuori dai regolari canali di trasferimento, il più delle volte sono gestite da trafficanti senza scrupoli e violenti. 

Se consideriamo, poi, il fatto che una buona percentuale di questi migranti è costituita da minorenni emerge la drammaticità di queste migrazioni. Questo fenomeno, originato da situazioni difficili o drammatiche nei paesi di origine, crea nei paesi di destinazione difficoltà di diversa natura, nel dibattito politico, nel contesto sociale e, soprattutto, nella quotidianità della vita dei cittadini. Si verifica una convivenza di culture diverse, spesso per nulla facile. 

L’esame di questo fenomeno ci porta a considerare che da parte dei paesi ricchi si verifica un percorso opposto, verso i paesi poveri, finalizzato allo sfruttamento di risorse minerarie, e senza favorire l’economia delle popolazioni locali. Pertanto, nel confronto politico, da alcuni si suggerisce di fronteggiare il fenomeno delle migrazioni aiutando in vario modo la crescita di questi paesi. 

Vogliamo chiederci, che fare? come cittadini e come cristiani. Secondo quanto abbiamo appena considerato, come cittadini, dovremmo guardare a questo fenomeno con una mentalità aperta, valutandolo nella sua complessità, e prendendo consapevolezza che non può essere bloccato da misure egoistiche e particolaristiche, ma piuttosto dev’essere affrontato con una valutazione ampia delle cause che lo provocano e dei rimedi di ampio respiro che lo possono governare. E a questo punto la risposta dovrebbe venire dalla politica, capace di superare particolarismi e nazionalismi, in una visione allargata del bene comune. Ci chiediamo cosa fare come cittadini e come cristiani per affrontare e gestire questa emergenza in una visione allargata del bene comune …aprite quella porta!

Che fare? Come cittadini e come cristiani? 

La nostra fede cristiana, poi, ci chiede di ascoltare le parole di Gesù “ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). Un’indicazione opportuna ci giunge dal documento finale del recente Sinodo sui giovani. “La Chiesa ha un ruolo importante come riferimento per i giovani di queste famiglie spezzate. Ma quelle dei migranti sono anche storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità e le società in cui arrivano sono una opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti. Le iniziative di accoglienza che fanno riferimento alla Chiesa hanno un ruolo importante da questo punto di vista, e possono rivitalizzare le comunità capaci di realizzarle”.

Per andare maggiormente nel concreto, dobbiamo portare la riflessione a compiere il passaggio da “la Chiesa” a noi, singole persone, con un proprio nome, che siamo la Chiesa. Noi di Missioni Rog abbiamo una sensibilità missionaria e avvertiamo il bisogno di venire incontro ai fratelli e alle sorelle che vivono in una situazione di disagio in tanti paesi del mondo, rispondiamo prontamente nel soccorrere quanti sono colpiti, di volta in volta, da terremoti, alluvioni o altre catastrofi naturali. Questa stessa sensibilità ci deve portare ad accogliere lo straniero, dal profondo del cuore, nelle nostre comunità, nelle parrocchie, nelle case religiose

Il costante richiamo di Papa Francesco 

Questo invito, inoltre, ci è rivolto frequentemente da Papa Francesco, particolarmente attento a sintonizzarsi con tali situazioni che si ripresentano in varie parti del mondo. Ci può capitare di ascoltare chi identifica il migrante, cioè l’Altro, con il diverso, il nemico, criminalizzando la miseria. Sappiamo che non è così. Può darsi che in queste situazioni non abbiamo la possibilità di fare più di tanto, ma non dobbiamo trascurare di fare quel che è nelle nostre possibilità. 

Collaboriamo, non ci voltiamo da un’altra parte, quando ci accorgiamo che accanto a noi vi sono iniziative di solidarietà verso gli immigrati. Sant’Annibale Maria Di Francia ha dedicato tutta la sua vita nel soccorso e nella evangelizzazione degli orfani e dei poveri, che accoglieva con grande amore, rispetto e, quasi, venerazione per la loro dignità, come persone che esprimevano la presenza di Gesù Cristo, non meno reale che nell’Eucaristia. 

Egli ha lasciato ai suoi figli e figlie spirituali, quasi come testamento, le parole di Isaia, che ci invitano alla carità, come ad un vero culto spirituale: “Spezza all’affamato il tuo pane, e i poveri e i raminghi menali a casa tua: se vedi uno ignudo, rivestilo, e non disprezzare la tua propria carne. Allora come di bella aurora spunterà la tua luce, e presto verrà la tua guarigione, e la tua giustizia andrà innanzi a te, e la gloria del Signore ti accoglierà. Allora tu invocherai il Signore, ed Egli ti esaudirà: alzerai la tua voce ed Egli ti dirà: Eccomi a te. Quando tu aprirai le tue viscere all’affamato, e consolerai l’anima afflitta, nascerà nelle tenebre a te la luce, e le tue tenebre si cambieranno in un mezzodì. Il Signore darà a te sempre riposo, e l’anima tua riempirà di splendori, e conforterà le tue ossa, e tu sarai come un giardino innaffiato, e come fontana, cui non mancano acque giammai”.

* Superiore Generale Congregazione Padri Rogazionisti

Convivenza possibile, di Adamo Calo'

“Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano, spendono allegramente e riducono la propria vita alle novità del consumo, mentre altri guardano solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente”... 

In questi ultimi anni il fenomeno dell’immigrazione extracomunitaria nella nostra penisola, in particolare proveniente dai paesi in via di sviluppo o in gravi difficoltà politiche e sociali, si è fatto di anno in anno sempre più consistente e dobbiamo ammetterlo anche problematico. Cresce a dismisura il flusso di coloro che sono  costretti a lasciare la loro terra martoriata da persecuzioni, disordini e guerre civili, e che rivolgono domanda di asilo o di protezione umanitaria al nostro paese e a diverse nazioni dell’Europa occidentale, sperando di trovare in esse accoglienza e solidarietà. «L’immigrazione non è un problema semplice: è una questione che evoca forti passioni e dibattiti di sicurezza nazionale, economica, legali, sociali; ma coinvolge anche la dignità fondamentale e la vita della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio». (Mons. Paolo Schiavon, presidente della Commissione CEI per le Migrazioni). 

La condizione di chi sperimenta l’emigrazione a causa della precarietà della propria posizione nel Paese natale è da considerarsi una delle forme di povertà e di esclusione sociale. Quello dell’immigrazione è un fenomeno incalzante, in costante aumento. Quanto più un Paese si sviluppa, tanto più è considerato la meta ideale di chi vive in condizioni disagiate. L’immigrazione porta talvolta con sé fenomeni di razzismo, indifferenza, esclusione e rifiuto del diverso. Il pregiudizio sociale è la prima barriera da abbattere dentro di noi per fare chiarezza nella complessità del vivere quotidiano. 

Il principio fondamentale che dovrebbe guidare i nostri comportamenti che traggono ispirazione da una cultura cristiana, è quello della prossimità, dell’incontro, della solidarietà e dell’accoglienza, senza fermarsi o farsi soltanto condizionare da quelle che sono le leggi e le convenienze, le norme della burocrazia talvolta favorite da un superficiale e spalleggiato populismo

Paura dello stranieri e cultura del rifiuto

I migranti sono i cristi di oggi. Assurdo e irresponsabile identificare ogni migrante come portatore di male sociale” (Papa Francesco). Cresce sempre più nei nostri ambienti, e di questo ne siamo testimoni, una cultura, appoggiata anche da rappresentanti istituzionali, con marcati elementi di rifiuto dell’altro, o, del diverso, la paura dello straniero, atteggiamenti forse da definire ormai come razzismo e xenofobia. Ci sono famiglie che vivono nell’abbondanza, ma si girano dall’altra parte davanti alle sofferenze e rispondono alle richieste di aiuto con un netto rifiuto

Quanta distanza e contrapposizione permane, in larghe fasce di popolazione e forse anche nelle nostre comunità parrocchiali, quando parliamo di disponibilità all’accoglienza, alla relazione e all’integrazione degli immigrati, nelle ordinarie situazioni della vita quali il condominio, il lavoro, la scuola, le amicizie, il tempo libero. Da che parte dovrebbe stare il cristiano sempre? Da che parte stanno i cristiani oggi? Possiamo ancora definirci tali e al tempo stesso rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi viene sul barcone, definendolo a priori soltanto clandestino e terrorista, emarginarlo in contesti di vita degradati e spesso sfruttarlo in lavoro nero? 

Abbiamo forse paura di essere coerenti con il Vangelo nel nostro parlare, di essere fraintesi o collocati politicamente, di perdere davanti agli altri stima e reputazione, di subire forme di rifiuto o esclusione ecclesiale e civile? Ci ricorda Papa Francesco che in quanto cristiani, “desideriamo essere una Chiesa che sostiene e accompagna, che sa dire: sono qui! nella vita e nelle croci di tanti ‘cristi’ che camminano al nostro fianco”. “Essere cristiani vuol dire considerare i poveri come esseri umani con la loro dignità. Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata da Dio. Questo è essere cristiani!” (Papa Francesco. Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate). 

Accogliere, Proteggere, Promuovere, Integrare 

Sicuramente sarà compito della comunità civile affrontare il problema con interventi umanitari concreti e con forme di solidarietà politica, economica e sociale, ma resta compito della comunità cristiana annunciare che la dignità degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è autentica perché in essi è vivo il volto di Cristo. «Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Al riguardo, desidero riaffermare che la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. 

Accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione”. “Proteggere si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio”. “Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore e che l’integrazione non è un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. È un processo prolungato che mira a formare società e culture”. (Papa Francesco. Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante, 2018). 

Un momento storico per riflettere

Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti, ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione. Sia gli immigrati che i membri della popolazione locale devono essere disposti al dialogo, perché esso è il motore della integrazione. Partendo dalla consapevolezza che l’immigrazione non è un problema che riguarda soltanto chi arriva, ma anche chi accoglie. Integrare non significa fare diventare l’altro come me, ma vedere che cosa abbiamo in comune per camminare insieme. Il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la società in cui si inseriscono.

https://rcj.org/sites/default/files/MissioniRog_2_2019%20COPIA%20DEFINITIVA.pdf

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