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Maria Chiara Carrozza: come cambiare l'università, di Giovanni Spataro

creato da Denj — ultima modifica 14/09/2015 13:19
"Una riforma per il reclutamento di docenti e ricercatori che si basi sul concetto di responsabilità" è il primo provvedimento citato da Maria Chiara Carrozza due anni fa, rispondendo alla domanda su cosa avrebbe fatto se fosse stata ministro

(Versione integrale dell'intervista pubblicata su "Le Scienze", n.505, settembre 2010)

L'università italiana deve cambiare e aprirsi al mondo, perché il nostro sistema accademico non è più sostenibile ed è destinato al collasso. Questa, in estrema sintesi, l'analisi di Maria Chiara Carrozza, direttore della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, istituita nel 1987, probabilmente una delle poche realtà italiane in grado tenere il passo con le sfide della globalizzazione dei cervelli. La scuola offre corsi di formazione di eccellenza per studenti universitari, laureati e professionisti, e l'ammissione è regolata da concorsi pubblici. Oltre alla formazione, il Sant'Anna ha sviluppato un importante settore di ricerca, che è autofinanziato per il 92 per cento e fino a oggi ha prodotto una cinquantina di brevetti, più un'altra ottantina per conto di aziende, e 27 spin-off. Inoltre la scuola ha stipulato accordi di collaborazione con università e centri di ricerca di 26 paesi. Dunque è un punto di osservazione interessante della realtà accademica italiana.

Come fate ad autofinanziare il 92 per cento della ricerca?

Questa prestazione è frutto di una strategia. Una decina di anni fa abbiamo investito sia per i docenti sia per la ricerca soprattutto in settori di frontiera e avanzati, per esempio robotica e telecomunicazioni. E così oggi, fatto 100 il fondo di finanziamento ordinario ricevuto dallo Stato, riusciamo a prendere 80 di fondi sia pubblici sia privati finalizzati alla ricerca e all'alta formazione. Una delle più brillanti prestazioni del genere in Italia, se non la migliore.
Oltre il 90 per cento di questi fondi per ricerca e alta formazione arriva da agenzie internazionali, solo l'8 per cento è erogato dal Ministero. In questo modo ogni ricercatore della scuola dispone del più alto finanziamento pro capite in Italia.


E il segreto dei numerosi brevetti?

È frutto sia di una politica di cofinanziamento ai brevetti dei ricercatori del Sant'Anna sia di una politica che facilita la cessione di licenze agli spin-off della scuola. I nostri ricercatori che sono soci degli spin-off possono chiedere contratti di sfruttamento a condizioni privilegiate. I brevetti sono della scuola, ma le licenze di sfruttamento permettono di guadagnare in modo diretto. In altre parole abbiamo deciso non solo di depositare brevetti, ma anche che i principali partner nello sfruttamento dei brevetti fossero gli spin-off dei nostri ricercatori.

Alla luce della vostra esperienza, ha senso la formazione di eccellenza in Italia?

Sì, e abbiamo investito proprio per coniugare la formazione degli studenti con la ricerca. La chiave è esporre i nostri allievi fin dall'inizio del percorso formativo alla possibilità di partecipare a progetti di ricerca internazionali, esperienze all'estero, rapporti con imprese e altre istituzioni.
Inoltre, per noi la formazione di eccellenza ha senso perché come Sant'Anna abbiamo contribuito a formare l'élite culturale dell'Italia. Un paese non può fare a meno di un'élite del genere, e noi ci assumiamo questa responsabilità, certo non siamo gli unici. E non è un concetto retorico, è una funzione di servitori dello Stato.

Non è retorico, ma siamo in un paese in cui la meritocrazia lascia a desiderare...

È vero, in Italia la meritocrazia lascia a desiderare, però dobbiamo formare persone che confidano nelle loro capacità e che, se sono brave, alla fine emergeranno. Come succede per i nostri allievi, che non restano disoccupati, visto che abbiamo tassi di occupazione del 100 per cento. Sono loro che devono cambiare l'ambiente in cui si trovano. Questi discorsi sulla meritocrazia ce li siamo fatti, ora dobbiamo cambiare questo paese. Noi cerchiamo di dare agli allievi anche un'etica professionale proprio per esportare questi concetti. Al nostro concorso di ammissione non conosciamo nome, cognome e voto di maturità dei candidati. Non guardiamo nulla della storia passata di un candidato, solo le prove.

Se fosse ministro quali provvedimenti riterrebbe necessari?

Di sicuro una riforma per il reclutamento di docenti e ricercatori che si basi sul concetto di responsabilità. Un ente deve prendersi la responsabilità della qualità e della capacità delle persone che assume. Ovviamente chi chiama deve rendere trasparente il percorso e la scelta di chi ha chiamato. Basta con queste regole assurde che prevedono il sorteggio dei commissari. Introdurre troppi livelli significa deresponsabilizzare chi sceglie. Inoltre farei chiamate internazionali basate sul principio della trasparenza, abolirei tantissime regole inutili che ci appesantiscono e aumentano invece di diminuire. Poi c'è un altro argomento che ritengo fondamentale: investire nei giovani ricercatori. Ormai non solo abbiamo un invecchiamento della classe docente, ma abbiamo un invecchiamento generale del sistema. Non c'è ricambio generazionale nei posti di governo e di responsabilità. È anche vero che lo stesso mondo accademico chiede cambiamento, ma poi fa resistenza. È vero, c'è una certa resistenza, ma ormai non può tenere più. Il sistema si sta sgretolando, non possiamo più resistere con queste regole assurde, che non possiamo nemmeno tradurre in altre lingue e che uno straniero non può capire. Vinceremo la battaglia del rinnovamento quando l'Italia sarà un paese veramente aperto ed europeo, e ci sarà circolazione di persone non solo in uscita, ma anche in entrata. Tra l'altro valuterei la qualità della didattica e analizzerei bene l'offerta formativa universitaria; è evidente che c'è qualcosa che non va.

Avete molti rapporti internazionali, riuscite a tenere il passo della formazione d'eccellenza?
È difficile, e il problema principale sono le regole che in Italia hanno ormai sommerso il mondo universitario. Mi spiego: per ottenere un progetto internazionale, in pochi mesi dobbiamo fare le selezioni e mettere a lavorare le persone. In Italia questo percorso comporta per esempio il passaggio dalla Corte di Conti per un suo controllo preventivo. Per fare un contratto anche semplice abbiamo bisogno di sei mesi di preavviso. Sono regole assurde, pensate per università sull'orlo del fallimento. Per andare incontro a pochi atenei in difficoltà finanziarie impediamo agli altri, anche a quelli che funzionano bene, di compiere la propria missione istituzionale.

Come vede i paesi emergenti che stanno investendo molto sul capitale umano, per esempio la Cina?
Sono appena tornata dalla Cina, dove abbiamo fatto accordi importanti con le università e dove si incontrano molti colleghi, anche italiani che in questo momento di difficoltà vanno all'estero. La Cina sta diventando un porto di mare dove le migliori intelligenze di tanti paesi in crisi emigrano ed esportano le proprie capacità. Questo darà un ulteriore slancio ai loro atenei, che si ritroveranno docenti di livello elevato scelti senza concorsi, ma con selezioni internazionali.
I cinesi si pongono con umiltà, un atteggiamento vincente per studiare i vari modelli e prendere il meglio dalle esperienze internazionali. Sarà molto difficile tenere il loro passo.

 

fonte: www.lescienze.it, 29.04.2013

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