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L'uomo in rivolta: in Turchia, di Andrea Colasuonno

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 13:35
Un'analisi della pacifica manifestazione contro la distruzione di Gezi Park ad Istanbul, attaccata spropositamente dalla polizia...

 

Sono ormai note a tutti le vicende che hanno visto protagonista il popolo turco nell’ultima settimana. Una pacifica manifestazione contro la distruzione di Gezi Park ad Istanbul, prevista per far posto alla costruzione di un centro commerciale, attaccata spropositatamente dalla polizia fino a causare accecamenti, feriti gravi e morti, è dilagata in tutta la nazione trasformandosi in una generalizzata e combattiva protesta contro il governo Erdogan.

La protesta è stata accostata da molti osservatori a quelle esplose negli ultimi anni negli Usa e in Spagna, e più recentemente in Svezia e Germania, soprattutto ad opera dei giovani “indignati”. Tuttavia fra le rivolte dei paesi europei citati e quella turca vi è una differenza di fondo: le prime sono nate in società in completa decadenza, afflitte da una crisi epocale che non accenna a dileguarsi, la quale sbarra qualsiasi via alla realizzazione per le nuove generazioni; la seconda è nata in una società in rapida espansione, con una crescita attestata intorno al 5,4% annuo e un reddito procapite triplicato in dieci anni.

Le ragioni delle prime sono allora prevalentemente economiche, a queste poi si accostano ragioni culturali intente a produrre l’affermazione di modelli di sviluppo alternativi a quello dimostratosi fallimentare che si combatte; la seconda invece vanta ragioni primariamente culturali, ossia si sta combattendo un modello di sviluppo e di gestione della cosa pubblica che pur portando benessere è avvertito come estraneo e prepotente, calato dall’alto senza possibilità di discussione, che delle peculiarità del popolo a cui viene somministrato semplicemente non bada.

Certo altre ragioni, non esclusivamente ideali, sono presenti (si parla ad esempio di una crescente disuguaglianza fra classi, di giovani gruppi imprenditoriali in ascesa che sfidano i vecchi, nuove leggi e divieti filo-islamisti che non aiutano a distendere il clima), oltre al fatto che sarebbe a prescindere ingenuo attribuire a un sommovimento di tali, apprezzabili, dimensioni, ragioni di una sola tipologia. Tuttavia il fascino e la novità della rivolta turca è innegabile che consista proprio nella sua matrice prevalentemente antropologica e culturale, lo testimonia in maniera esemplare l’eterogeneità dei rivoltosi: studenti, associazioni di categoria, sindacati, disoccupati, piccoli imprenditori, lavoratori precari, anarchici, ultras, partiti di opposizione.

Erdogan ha avviato enormi opere pubbliche che stanno costringendo Istanbul ad una velocissima modernizzazione: ristrutturazione del sistema dei trasporti, nuovi complessi abitativi di lusso, centri commerciali, moschee, il terzo aeroporto, il terzo ponte sullo stretto del Bosforo, il tutto all’interno di un sistema economico sempre più liberista, incline alle privatizzazioni come all’apertura ai capitali stranieri, lanciato verso un turbocapitalismo di stampo occidentale. A tutto ciò, ossia all’implementazione acritica di un modello esogeno, il popolo turco ha reagito, e non è un caso che la reazione sia avvenuta in Turchia, paese mediterraneo, dalla millenaria tradizione.

Non sembra un caso almeno a leggere alcune pagine vecchie di 60 anni dello scrittore e filosofo Albert Camus. Nel suo L’uomo in rivolta, il premio nobel franco-algerino, vide nell’area mediterranea una sacca di resistenza a tutti i pensieri unici, le ideologie, gli assolutismi provenienti dall’Europa continentale. Egli considerava l’uomo occidentale come il risultato della lotta “fra meriggio e mezzanotte”, ossia fra due matrici culturali: una greco-mediterranea, l’altra giudaico-cristiana; l’una votata alla ricerca della misura e ad un rapporto di obbedienza alle leggi della natura, l’altra votata a un continuo superamento dei limiti e ad un rapporto di sfruttamento con la natura; l’una interessata alla vita concreta, l’altra alle ideologie e al compimento ultimo della storia.

Secondo Camus dall’età moderna in poi la seconda matrice prese il sopravvento relegando l’altra in posizione marginale e quasi dimenticata. Tuttavia proprio il recupero della prima e del suo concetto di misura l’autore auspicò nelle pagine finali del suo testo, con l’intento di porre un freno alle ideologie totalitarie e perciò votate all’illimite che stavano a quel tempo distruggendo l’Europa (nazismo, stalinismo). L’impostazione culturale greco-mediterranea era infatti emarginata, secondo Camus, ma non scomparsa, ancora presente invece, se pur in maniera spuria, inconsapevole e maltrattata, nelle genti cresciute sulle sponde di quel mare.

Questo proprio grazie alla conformazione geografica e territoriale di quel mare, unica al mondo, che tutto assorbe, rielabora, mischia, corrompe, restituendo in nuova forma. È un mare che divide mettendo in collegamento, sui cui si affacciano tre monoteismi, tre continenti, tre civiltà, culla di democrazia, politica e dialettica, dove, dice Camus, ogni volta che una dottrina lo ha incontrato “nello choc di idee che ne è derivato è sempre stato il Mediterraneo che è restato intatto, il paese che ha battuto la dottrina”. Un mare per sua stessa conformazione destinato all’incontro/scontro fra opposti, al pluriverso, niente universo.

Oggi sembra essere ancora così. Certo l’ideologia è cambiata, non si tratta più di nazismo e stalinismo spiega Franco Cassano, il sociologo che nel 1996 con la pubblicazione de Il pensiero meridiano ha recuperato l’aspetto mediterraneo del pensiero camusiano restituendocelo attualizzato.  Vi è oggi però un’altra ideologia, altrettanto potente, quella della Crescita infinita e obbligatoria, dello sviluppo economico e tecnico incontrollato. A guardare i paesi oggi più in difficoltà, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, tutto il Sud dell’Europa rimasto sempre deficitario nei confronti dell’Europa continentale, che mai è riuscito a implementare completamente il modello unico imposto dei paesi anglosassoni, sembra che Camus avesse ragione.

Come sembra dargli ragione la rivolta turca, rivolta per le idee e non per la fame, che ha le sembianze del vecchio Mediterraneo che ancora una volta si scrolla di dosso i gioghi del conformismo, dell’unidirezionalità, dei modelli prestabiliti e già falliti; che sembra dirci che il benessere economico è solo una delle varie forme di benessere, il modello occidentale può essere superato. E sembra ricordarci con le parole di Camus che forse “la giovinezza del mondo si trova ancora intorno alle stesse sponde. Gettati nell’ignobile Europa ove muore, priva di bellezza e di amicizia, la più orgogliosa tra le razze, noi mediterranei viviamo sempre della stessa luce. In cuore alla notte europea, il pensiero solare, la società dal duplice volto, attende la sua aurora. Ma già questa rischiara le vie di una vera signoria”.

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