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Luigi Sturzo e l’impegno politico dei cattolici, di Angelo Giuseppe Dibisceglia

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 23/02/2021 17:48
L’insegnamento della Chiesa sulle questioni sociali afferma che, sebbene «il giusto ordine della società e dello stato sia il compito principale della politica, la chiesa «non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia…

L’«avvenimento più notevole»

Non sono pochi gli argomenti offerti dalla storia che, al setaccio della storiografia, si rivelano alquanto interessanti per individuare il senso di una presenza. È quanto accade quando la riflessione si lascia obiettivamente guidare dall’intento di analizzare il rapporto esistito, in età contemporanea, fra cattolici e società italiana: tema ricorrente e dibattuto, non soltanto nei suoi risvolti storici, quanto nei suoi articolati e molteplici aspetti culturali, politici, pastorali perché considerato argomento sempre attuale e, nel contempo, alquanto controverso per le conseguenze suggerite dalla capacità evangelica di dare «a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». L’ampia bibliografia sull’argomento lo dimostra. Lo dimostra anche il perpetuarsi, in poco più di un secolo, di quarantotto Settimane Sociali - l’ultima svoltasi a Cagliari nel 2017, la prossima fissata a Taranto nel 2021 - che costituiscono un importante momento di analisi per fare il punto sulla dimensione sociale del cristianesimo italiano, pur nella consapevolezza che alcune delle questioni, avvertite oggi come nuove, risuonano con un’evidente frequenza anche nel passato. Qual è il significato di questa cadenzata riflessione su questioni che, se all’apparenza sembrano nuove, si rivelano - di stagione in stagione - antiche? Perché questa puntuale riflessione dei cattolici italiani su temi che, nel confronto con la contemporaneità, riguardano il rapporto fra Chiesa e società? Tornare ad analizzare il ruolo svolto dai cattolici nella storia italiana rischia di diventare sinonimo di un “popolo senza memoria”? 

Se già nella seconda metà del II secolo dopo Cristo l’autore della lettera A Diogneto specificava che i cristiani «partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri», fu il passaggio fra età moderna e contemporaneità a denunciare il venir meno delle antiche certezze che avevano permesso al trono e all’altare di convivere, seppure tra alti e bassi come fra luci e ombre, sotto il velo della reciprocità. Lo scioglimento dell’antico vincolo suggerì la necessità di ridefinire i parametri per l’inquadramento di un ruolo - quello dei cattolici - all’interno della società che, soprattutto durante l’Ottocento, aveva registrato notevoli cambiamenti, i cui effetti imposero la necessità di individuare la risposta alla domanda che chiedeva di continuare a farsi interpreti e testimoni di un’ampia raccolta valoriale ma “in che tipo?” di società. Fu in quel contesto che, nel neonato Regno d’Italia guidato dalla politica di Camillo Benso, conte di Cavour, e segnato dalle evidenti conseguenze della Questione Romana, la dottrina sociale della Chiesa svolse un ruolo chiave nell’aprire - per inaugurare - rinnovati e innovativi spazi d’intervento per i cattolici, rivelatisi densi di riflessioni e di azione, anche in ambito politico, negli anni immediatamente successivi la conclusione del primo conflitto mondiale. Il riferimento a quanto scritto dallo storico Federico Chabod a proposito della fondazione del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo (1871-1959), presbitero di Caltagirone, potrà rendere più chiare le ragioni di queste riflessioni: 

Nel gennaio 1919 fa la sua comparsa un secondo vero e proprio partito politico [dopo il Partito Socialista], un partito che vuole essere tale e non soltanto un’assemblea di deputati. È il Partito popolare italiano, cioè il partito cattolico […]. Che cosa rappresenta il nuovo partito? Per certi versi esso costituisce un fatto di estrema importanza, l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo, specie in rapporto al secolo precedente: il ritorno ufficiale, massiccio, dei cattolici nella vita politica italiana.

Lo scoppio e - con esso - le conseguenze della Prima Guerra Mondiale rappresentarono, per la Chiesa, una fase caratterizzata da profonde trasformazioni. Se in ambito politico, la crisi del primo dopoguerra impedì al vecchio continente di riappropriarsi dello storico primato fra i gangli della geopolitica internazionale, determinando ciò che, nel 1917, il filosofo e storico Oswald Spengler fotografò nel «tramonto dell’Occidente», a livello ecclesiale l’«inutile strage» - così definì il conflitto papa Benedetto XV (1914-1922) nella famosa Nota ai belligeranti del 1° agosto 1917 - generò, come ha opportunamente osservato Andrea Riccardi, un «terreno invivibile per la Chiesa di Roma» in quanto, per la prima volta «i cattolici sono schierati su fronti opposti e si identificano con i destini nazionali dei loro paesi in lotta». Non furono anni facili - gli anni del primo dopoguerra - per l’azione diplomatica di Giacomo della Chiesa, pontefice impegnato a livello internazionale, attraverso l’elaborazione di inedite vie di pacificazione, a gestire la crisi scaturita dal senso di incertezza e di sfiducia che il conflitto aveva innescato; a livello nazionale preoccupato di ricomporre la frattura che, fra Santa Sede e Regno d’Italia, era stata generata dal principio cavouriano di una «libera Chiesa in libero Stato». 

È ormai un dato acquisito dalla recente storiografia che la Prima Guerra Mondiale rappresentò un vero punto di svolta nei rapporti tra politica liberale e cattolicità, quasi una tappa - nonostante la sua tragicità - dell’articolato percorso di “riconciliazione” tra Stato e Chiesa. A questo proposito, Guido Formigoni ha sottolineato che: il fatto che durante la guerra, ad opera precipua dello Stato Maggiore, fossero reinseriti nelle Forze Armate i cappellani militari, dopo i decenni della spaccatura post-risorgimentale, fu un segnale ulteriore dell’efficacia del clima bellico nel ricucire le fratture del passato.

Nel primo dopoguerra, inoltre, echeggiò molto più forte la voce - ma anche il ruolo - di alcune delle principali figure intellettuali della realtà cattolica della prima metà del Novecento. In quel contesto, Sturzo giudicò irragionevole l’opposizione aprioristica contro il Regno d’Italia, facendosi promotore di una partecipazione sempre più necessaria dei cattolici non soltanto nell’ambito tradizionale della vita amministrativa - così come era stato determinato dal principio del non expedit - ma anche tra gli scanni della vita nazionale, nella convinzione che i cattolici, grazie alla mediazione della Chiesa, potessero godere di un maggior contatto con la popolazione italiana e, perciò, fossero in grado di rappresentarne al meglio i bisogni e gli interessi. Se nel 1864 il Sillabo - la risposta di papa Pio IX (1846-1878) al dilagante laicismo, frutto della modernità - aveva considerato erronea l’affermazione che considerava la dottrina della Chiesa cattolica «contraria al bene ed agl’interessi della umana società», gli anni del primo dopoguerra con la fondazione del Ppi di Sturzo - con l’avvio della riflessione tra cristianesimo e democrazia politica - registrarono un chiaro mutamento di rotta e, quindi, il delinearsi di una inedita opinione in ambito ecclesiale - l’«avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo» per echeggiare Chabod - sul rapporto tra Chiesa e Unità d’Italia.

Fra Paese legale e Paese reale

Dopo un’assenza durata cinquant’anni, i cattolici rientravano nella vita dello Stato. Non si trattò più di difendere l’identità cattolica - il Paese reale - all’interno di un contesto storico - il Paese legale - che aveva, momentaneamente, «rinchiuso il Papa in Vaticano», né di continuare a considerarsi estranei alla formazione di un partito che, per sua natura, avrebbe potuto esprimere soltanto una parte e non, nella sua totalità, la cattolicità della nazione. Occorreva, invece, abbandonare l’isolamento politico decretato dal principio del non expedit e permettere ai cattolici di impegnarsi attivamente scendendo in campo - democraticamente - per la conquista del consenso. Ha scritto Giorgio Campanini che il pontificato di Benedetto XV può considerarsi un imprescindibile periodo di transizione tra le «chiusure di Pio X, e in generale della cultura cattolica dei primi anni del Novecento orientata al ripiegamento su di sé per reazione all’affacciarsi della crisi modernista» e le «aperture che la stessa cultura cattolica conoscerà negli anni ’30, e dunque negli anni del pontificato di Pio XI», senza dimenticare - continua lo storico - che «dietro la linea culturale dell’uno e dell’altro pontefice si colloca, e con un ruolo determinante, l’evoluzione complessiva della società europea». Se nel 1906 papa Pio X (1903-1914) aveva istituito l’Unione Popolare destinandola «ad accogliere i cattolici di tutte le classi sociali, ma specialmente le grandi moltitudini del popolo intorno ad un solo centro comune di dottrina, di propaganda e di organizzazione sociale», Benedetto XV superò definitivamente l’identità ibrida - tra piano politico e piano religioso - che aveva caratterizzato il movimento cattolico in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento e restituì legittimità a un impegno teso alla conquista della gestione della polis che, benché cattolico, restasse comunque distinto e separato dalla difesa pro aris et focis: 

Vasto - scrisse nel dicembre 1918 il Segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Gasparri, al Presidente dell’Unione Popolare - è il campo che si presenta all’azione dei cattolici da lei presieduto, che mantenendosi […] opportunamente, oltre e al di sopra di ogni problema di ordine puramente materiale e politico, abbraccia tutte le manifestazioni della vita umana e tutte le sospinge con impulso fecondo, savia coordinazione di mezzi e inalterata unità di indirizzo sulle vie radiose del civile progresso.

Quella fase rappresentò il passaggio dalla tradizionale modalità dell’organizzazione cattolica, che non prevedeva differenze fra un impegno di formazione alla fede e un impegno più propriamente sociale e politico, e i nuovi compiti che avrebbero dato vita, nel gennaio 1919, all’appello rivolto da Sturzo «Ai liberi e forti», manifesto fondativo e programmatico del Ppi. Mancava l’idea di una presenza completamente nuova dei cattolici nella società, e non era nemmeno prevista, nella mente della maggioranza, l’idea di un partito dei cattolici e la sua possibile nascita. Non solo!

In quegli anni se le diocesi settentrionali, dopo aver accolto entusiasticamente la passione per il movimento cattolico, si erano rivolte con interesse verso l’inedito progetto politico, le Chiese del Mezzogiorno continuarono a registrare, invece, una certa difficoltà nell’abbracciare, nel seguire e nel mettere in pratica le indicazioni del magistero papale, continuando a identificare in genere l’impegno dei fedeli con l’esclusiva presenza all’interno dell’associazionismo confraternale. Se dal 1904, sciolta l’Opera dei Congressi, nelle diocesi del centro-nord l’associazionismo cattolico registrò accanto allo sviluppo delle quattro organizzazioni volute da papa Sarto - l’Unione popolare, l’Unione economico-sociale, l’Unione elettorale, la Società della Gioventù Cattolica - il protagonismo di Giuseppe Toniolo e il debutto, a Pistoia, nel 1907, delle Settimane Sociali, nelle diocesi meridionali il processo per una più evidente presenza dei cattolici nella società maturò seguendo - quasi in maniera sinottica - un percorso diverso, dovendosi misurare, come aveva evidenziato l’episcopato meridionale, con una realtà dove l’azione cattolica «languisce sì da potersi dir morta» per «la mancanza di spirito papale, la mobilità del carattere, l’ignoranza del suo vero oggetto», nonché l’enorme diffusione tra clero e fedeli di periodici considerati ostili alla Chiesa, al sacerdozio e alla religione cattolica. Occorreva, quindi, operare per un ricambio generazionale di cattolici pronti a stringersi intorno agli ordinari diocesani per interpretarne le direttive e soddisfare i suggerimenti imposti dal mutamento di scena che, nel passaggio tra Ottocento e Novecento, stava registrando, dopo i movimenti, l’affermarsi dei partiti di massa. Fu lo stesso Sturzo, nel 1903, durante i lavori del XIX Congresso Cattolico tenutosi a Bologna, a collegare la “questione meridionale” alla “questione cattolica” intesa come “questione nazionale”: 

Noi non ci conosciamo - affermò il 13 novembre 1903 - e lo stacco si rende tanto più reale, quanto ancora non si è trovata una ragione specifica di lavoro di tutti i cattolici d’Italia anche a favore di una questione che non è semplicemente politica, ma che è fondamentalmente questione di conoscenza e di condizione di animo. Penetrare nell’intimo del nostro problema meridionale è per molti, per moltissimi, come penetrare in una contrada inesplorata, della quale i geografi non hanno maggiore competenza di colui che nella carta d’Africa del Vaticano pose hic sunt leones; così per molti la geografia d’Italia arriva a Roma e poscia il resto è segnato con le parole hic sunt meridionales.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del “secolo nuovo”, nel Mezzogiorno non erano mancati l’organizzazione di convegni e congressi e la diffusione di leghe, casse rurali e circoli cattolici. Anche la stampa cattolica aveva compiuto i suoi primi timidi passi per cercare di sostituirsi alla limitata vivacità dei bollettini diocesani. Nel complesso, però, si era trattato di iniziative slegate da un’organizzazione strutturata che, nella maggior parte dei casi, non erano andate oltre gli angusti confini regionali. La Calabria, nel 1896, aveva celebrato, a Reggio, il suo primo congresso cattolico. La Puglia si era radunata, nel 1901, a Taranto, alla presenza di Romolo Murri. Il primo Congresso delle Sezioni Meridionali della Società della Gioventù Cattolica Italiana, svoltosi a Benevento il 22 e 23 aprile 1908, aveva chiamato a raccolta le disarmoniche espressioni del cattolicesimo giovanile meridionale allo scopo di avviare «un certo movimento». Era il sintomo che, nelle zone meridionali del Regno d’Italia, le masse si conservavano cattoliche, ma vivevano il loro essere Chiesa attraverso una tradizionale gestione del sacro che risultava ancorata a schemi tradizionali che si traducevano in diffusa religiosità. L’antropologa Maria Conte, allieva del più noto Giuseppe Pitré, nel 1910, così descrisse - quasi fotografandoli - gli atteggiamenti assunti dal cattolico che occupava i banchi delle chiese meridionali: non pensa ad operare cristianamente: bazzica chiese, frequenta i sacramenti, s’inginocchia davanti ad un altare, battendosi più volte il petto col pugno chiuso in segno di accusa e di contrizione; non importa se l’accusa è continua e la contrizione formale.

Da credenti a cittadini

Per comprendere la grande novità costituita da ciò che Chabod considera «l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo», occorre riflettere su alcune espressioni che don Sturzo pronunciò il 17 dicembre 1918 a Roma, nei giorni durante i quali la stesura del programma e la composizione dello statuto anticiparono la fondazione della nuova compagine: se formiamo un partito politico al di fuori delle organizzazioni cattoliche, e senza alcuna specificazione religiosa, non per questo noi oggi ripiegheremo la nostra bandiera; noi solo vogliamo che la religione non venga compromessa nelle agitazioni politiche e ire di parte. Però nel campo delle attività pubbliche, imiteremo i primi cristiani, che portavano il Vangelo nascosto sul petto, e alimentavano alla santa parola la loro fede, mentre come cittadini invadevano i fori e la curia e gli eserciti e i campi e fin nelle officine degli schiavi, per poi al momento opportuno parlare avanti ai presidi e ai re le parole dello Spirito Santo.

Giuseppe Portonera considera sintomatico il riferimento al «Vangelo nascosto sul petto», laddove Sturzo richiamò il paragone con i «primi cristiani» vissuti tra le vie dell’Impero romano e i cattolici della sua contemporaneità. Gli uni avevano vissuto, gli altri stavano vivendo, una situazione di “clandestinità”: le persecuzioni romane, da una parte, e il non-expedit, dall’altra, avevano costretto i cristiani del passato e i cattolici del suo presente a rinunciare a un impegno pubblico. In ambedue i casi, la fede matura motivava la consapevolezza di doversi impegnare - anche - come “cittadini”, riducendo l’inconciliabilità tra la civitas Dei e la civitas homini: fu convinzione profonda, nel fondatore del Ppi, che il cristiano potesse e - anzi - dovesse «invadere i fori e la curia e gli eserciti» per parlare al momento opportuno «avanti ai presidi e ai re» con «le parole dello Spirito Santo». 

Come ha fatto notare Portonera, la scelta dell’aggettivo «nascosto» in Sturzo si rivela oggettivamente ponderata: quella caratteristica non fu sinonimo di “riposto” o “dimenticato”, quanto - soprattutto - di “protetto” e “messo al riparo”. Nel progetto sturziano, infatti, il «Vangelo nascosto sul petto» rappresentò la metafora del cristiano impegnato in politica che si lascia ispirare - spiritualmente e non clericalmente - dalle Sacre Scritture per orientare la sua azione: spiritualmente e non clericalmente - continua il giovane studioso - per evitare il coinvolgimento della religione in agitazioni politiche e per rivendicare il carattere «aconfessionale» della politica, che costituì il tratto distintivo dell’esperienza dei popolari. L’«Appello» del 18 gennaio 1919 considerò «i Liberi e Forti» come coloro che «in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti», accomunati nello scopo da un inedito concetto di unità basato sugli «ideali di giustizia e libertà». Se nei circoli cattolici, la rivista Vita e Pensiero formava «passo passo» i giovani di quell’oggi e gli adulti del domani alla vita politica, prevedendo un tirocinio fatto principalmente di appartenenza alle «associazioni cattoliche, cui spettava la formazione della coscienza religiosa», Sturzo rigettò quell’impostazione e volle che il nascente partito - privo di una «coscienza politica nazionale» ma caratterizzato da una evidente trasversalità geografica e da una altrettanto variegata composizione sociale - fosse capace di legare gli iscritti «da un capo all’altro dell’Italia, non attraverso gli organismi dell’Azione Cattolica, ma per il tramite della coesione spirituale e della fiducia operativa delle persone». 

Anche quella scelta identificava l’innovativa identità del nuovo partito, espressa dalla dottrina sociale della Chiesa disegnata dalla Rerum novarum di papa Leone XIII (1878-1903), scrigno prezioso per l’impegno dei cattolici negli anni successivi l’Unità d’Italia quando, esclusi dalla politica, il pontefice individuò nel sostegno assicurato alle fasce più deboli della società lo spazio pubblico per colmare l’evidente discrasia tra Paese reale e Paese legale confezionato dalla Questione Romana. Anche in Sturzo, l’indirizzo firmato da papa Pecci divenne la “terza via”, alternativa alla politica liberale e alla politica socialista. Fin dal 1895 - l’anno successivo all’ordinazione presbiterale - il giovane presbitero siciliano si era dedicato all’organizzazione di comitati parrocchiali, di cooperative, di affittanze collettive, di casse rurali e di iniziative socio-caritative di ogni tipo. Divenne, in pari tempo, protagonista di lotte contadine e di lotte municipali sino a mettere in difficoltà il governo liberale e il partito socialista e sino a farsi promotore di un forte schieramento politico di ispirazione cristiana, il Partito Popolare Italiano, che, per volontà dello stesso fondatore, si propose di essere aconfessionale, laico e interclassista. Il tutto fu da Sturzo operato con abnegazione, nella chiara visione del bene comune e come servizio alla collettività. All’interno di questa missione i derelitti e i meno abbienti in genere trovarono una particolare predilezione.

La dottrina sociale della Chiesa permise a Sturzo e al suo partito di offrire un’opportunità inedita all’Italia del primo dopoguerra quando, al termine del conflitto, il Paese non fu soltanto costretto a riparare, piangendo le diverse centinaia di migliaia di morti, le tragiche conseguenze di un conflitto che, per la prima volta, la storiografia ha qualificato come «mondiale», ma anche e soprattutto a restituire dignità e riconoscimento a quanti, fino a quale momento, dalla storia erano stati esclusi. Se fino ai primi del Novecento, la classe notabile liberale era riuscita a mantenere estranea dal Paese legale, anche attraverso il principio del non expedit, la cattolicità che costituiva di fatto il Paese reale, i cattolici avevano continuato a costituire una “forza” alla quale mancava il mezzo con cui esprimersi. Quando Sturzo fondò il Ppi, i cattolici del Regno d’Italia cominciarono a sentirsi pienamente cittadini del nuovo Stato, cancellando - di fatto - l’antica discrasia. Al proposito, Sturzo fu sempre particolarmente attento a non considerare il partito come la concretizzazione del braccio secolare d’Oltretevere e a non lasciarsi coinvolgere dalla Questione Romana - argomento estraneo al programma politico dei popolari - convinto della necessità di operare per il bene del Paese e dell’impossibilità di risolvere l’ormai annosa contrapposizione fra Santa Sede e Regno d’Italia con l’esclusivo ricorso alla diplomazia. 

Quando Sturzo fondò il Ppi, in poco tempo la nuova realtà politica riuscì a livello nazionale a darsi una struttura radicata sul territorio. Seppure di breve durata - il partito fu sciolto il 5 novembre 1926 - la sua fu una parabola ricca di lezioni e di insegnamenti politici. In occasione del primo congresso del partito, che si svolse a Bologna dal 14 al 16 giugno 1919, a meno di sei mesi dalla sua costituzione, il numero degli iscritti contò circa 56.000 tessere. In quella tornata, il Ppi di Sturzo ottenne a Montecitorio novantanove seggi. Quella limitata affermazione si spiega se si considera che le difficoltà dei popolari, nel Mezzogiorno, risultarono connaturate alla natura stessa della struttura sociale del territorio, dove permaneva la contrapposizione fra i grandi proprietari e la massa dei contadini e dei braccianti e dove risultò alquanto limitata l’incidenza del ceto dei piccoli proprietari, verso i quali la propaganda popolare si indirizzava più facilmente. Per tali ragioni, le masse bracciantili risultarono attratte soprattutto dalla propaganda socialista che apparve più pronta, rispetto alla popolare, a sostenere le rivendicazioni che miravano all’aumento del salario giornaliero e a un maggior numero di giornate lavorative.

Qualche anno dopo il 1919, un’inedita fase politica trasformò la vita democratica del Paese in un regime totalitario e cancellò ogni forma di confronto e di dibattito politico, affogando nel mare del totalitarismo ogni libera espressione della persona. L’unità di intenti e di azione che aveva contrassegnato il ruolo politico del cattolicesimo italiano durante il primo dopoguerra apparve fortemente compromessa dallo scollamento individuabile tra presenza politica e impegno cattolico nella società, quando l’avvento del fascismo propose una alternativa più solida per la risoluzione del diffuso malcontento innescato fra le masse dall’esito deludente del primo conflitto mondiale.

 

Una conclusione possibile

Guidati dalla storia e illuminati dalla storiografia, è lecito, quindi, chiedersi se «Esistono?» e, in caso di risposta affermativa, «Quali potrebbero essere?» le tappe da seguire per una presenza più incisiva dei cattolici nella società italiana? Non c’è forse il rischio di restare schiacciati dalla delusione che nasce dalla evidente distanza abissale che passa fra teoria e pratica? Per tentare di individuare la risposta alla domanda che chiede se i cattolici possono dirsi definitivamente conquistati dal primato del «fare» sul «pensare», risulta alquanto importante recuperare i valori suggeriti dalle numerose pagine della dottrina sociale della Chiesa, patrimonio attuale di una presenza e di un senso altrettanto antichi ma mai superati. Alla luce di queste considerazioni, il dovere dei cattolici - oggi - potrebbe consistere soprattutto in un impegno teso a far nascere, a sostenere e a sviluppare luoghi d’incontro e di riflessione, utili per favorire la formazione alla cittadinanza e all’impegno nel sociale.

Come cattolici non si può non tenere conto del fatto che, ponendosi alla scuola di don Luigi Sturzo, l’unica risposta realmente coerente con la natura stessa della Chiesa è quella di un ritorno all’essenzialità dell’annuncio e dell’appartenenza a una comunità e a una storia di fede che, nonostante conflitti e contraddizioni, è stata in grado di attraversare e superare secoli e millenni. Si tratta di un annuncio e di una testimonianza che coinvolgono i singoli e le comunità e che, specie nell’oggi, costituiscono un’offerta e una sfida, pur sempre nella libertà, ricche di ostacoli e difficoltà, ma che non possono più essere rinviate. Opportuno e confacente, per concludere, si rivela quanto papa Francesco scrive fra le pagine della Evangelii gaudium, la carta d’identità del cattolicesimo chiamato a rispondere con scelte concrete alla difficile contemporaneità, laddove il pontefice, disegnando «L’insegnamento della Chiesa sulle questioni sociali», afferma che sebbene «il giusto ordine della società e dello stato sia il compito principale della politica», la chiesa «non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia». Tutti i cristiani, anche i pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore. Di questo si tratta, perché il pensiero sociale della chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo.

*L’autore è docente di Storia della Chiesa nella Facoltà di Teologia dell’Università Pontificia Salesiana (Roma) e nell’Istituto Teologico “Santa Fara” della Facoltà Teologica Pugliese (Bari). È Segretario dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Roma) e del Comitato di Redazione di Chiesa e Storia.

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