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Londra si fa più lontana. La visione di Churchill resta, di Roberto Sommella

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 22/03/2019 16:42
E qual è questo rimedio sovrano?’», si chiese lo statista britannico. «Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei. Dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa...

L’uomo conosce diverse fasi nella sua vita. Anche del tutto opposte. Può essere guerriero e portatore di pace. È quello che è capitato a Winston Churchill, passato alla storia come l’uomo che resistette ad Hitler nell’ora più buia dell’Europa e del Regno Unito e che poi contribuì a sconfiggerlo, ma rimasto nelle pieghe dei libri per quanto riguarda il suo contributo alla costruzione dell’Unione. 

Un suo discorso a Zurigo nel 1946 ne rappresenta una fortissima testimonianza da ricordare proprio oggi, al culmine delle difficoltà della Brexit e nel cammino verso cruciali elezioni europee. «Per evitare che tornino le epoche buie c’è un rimedio. E qual è questo rimedio sovrano?’», si chiese lo statista britannico. «Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei. Dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa

Tutto ciò che occorre è che centinaia di milioni di uomini e donne decidano di fare il bene invece del male e di meritare come ricompensa di essere benedetti invece che maledetti». Sembrava impossibile allora, con l’Europa ancora in macerie, ma così è stato. Si può dire che oggi 500 milioni di europei e soprattutto i loro governi, stiano lavorando nella stessa direzione?

L’Unione Europea di oggi è l’Unione delle libertà, dove a parole tutti sono europeisti, ma nei fatti si auspica il ritorno degli Stati nazione e dei campioni industriali. La Gran Bretagna vuole uscire dalla Ue, ma alle sue condizioni perché intende restare nel mercato unico, evitando il ritorno della questione nordirlandese

La Germania ha piegato i Pigs, ha guadagnato dalla dittatura dello spread e persino dal quantitative easing e dal salvataggio della Grecia, ma ora che c’è da puntellare la sua prima banca, bypassa il bail-in imposto invece all’Italia per piccoli istituti di credito e crea un nuovo polo Commerz-Deutsche Bank a trazione addirittura pubblica. La Francia è europeista a parole con Emmanuel Macron, ma fortemente nazionalista nei fatti, una larga parte dei Paesi dell’Est si mostra allergica a diritti e doveri condivisi, ma non certo all’incasso dei lauti fondi comunitari. Di cui godono per la propria parte anche Olanda, Lussemburgo e Irlanda e Austria, 'paradisi fiscali' in terra d’Europa. 

Il Trattato di Roma viene usato à la carte, basta avere in libreria – e lì solo – il federalista Manifesto di Ventotene. Eppure ad aver il coraggio di Churchill di cose da fare ce ne sarebbero. In quattro direzioni: costituente, difesa e ambiente, riforme, formazione. Innanzitutto, i partiti europei e quelli nazionali nei Paesi dell’Eurozona devono saper assumere nei loro programmi l’impegno che il prossimo Parlamento sia anche una Costituente.

Serve con urgenza una politica europea per le migrazioni che garantisca salde regole comuni: diritto di asilo, chiari doveri d’accoglienza degli Stati membri, protezione delle frontiere e rispetto della legge dei trattati internazionali. Churchill non potrebbe non essere d’accordo, poi, col fatto che è la sicurezza interna quella che fornisce la dimensione di uno Stato. Per questo vanno rafforzati i poteri della Procura europea e creato un Fbi europeo

Il tutto, ovviamente, non può reggere senza una politica estera unica, fondata su una voce unica e unitaria della Ue nelle sedi internazionali e sul voto a maggioranza in Consiglio europeo. Dal punto di vista industriale, è molto il terreno perduto sul fronte ambientale e su quello progettuale. Bisogna attuare pienamente gli obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, alla base anche del movimento giovanile dei 'Venerdi per il futuro', e affrontare nello stesso tempo i problemi della digitalizzazione e dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. In un mondo in cui i nuovi monopoli digitali fatturano più di un intero grande Paese, l’azione riformista dei prossimi vertici comunitari non potrà infatti prescindere dall’istituzione di forme di tassazione europea degli over the top, dall’unione fiscale e dal completamento dell’unione bancaria. Ma imprescindibile anche resta il tema delle crescenti disuguaglianze, da affrontare con un Social Compact che corregga la logica che ha portato al Fiscal Compact.

E per rendere più sicuri i cittadini e i risparmiatori, va dato uno Stato all’euro perché la politica monetaria della Bce non basta più. È perciò essenziale che l’Unione monetaria sia dotata di un Ministero (unico) del Tesoro che emetta Eurobond e ipotizzi lo studio di strumenti di imposizione europea sulle transazioni finanziarie, in modo da incentivare le politiche contro la disoccupazione e un reddito di cittadinanza europeo. 

Riforme, difficili, ma che si possono mettere in agenda. Non si può però attuare nessuna parte di questo programma senza radicare nelle fondamenta della società e tra i giovani il 'principio di cittadinanza federale' attraverso la formazione. Obiettivo che può essere raggiunto rendendo obbligatorio nelle scuole lo studio dell’educazione civica europea, dei Trattati, della futura Costituzione e facendo finanziare da Bruxelles un Erasmus per tutti gli under 16 dell’Ue

Solo così avrà ancora un senso parlare di Unione di diversità, di Stati Uniti d’Europa. Ricordandosi della visione e della lezione di Churchill.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/londra-si-fa-pi-lontana-la-visione-di-churchill-resta

Brexit, l'Ue accorcia la proroga: «Prima del voto europeo», di Giovanni Maria Del Re 

Accordo nella notte tra i Ventisette: uscita di Londra entro il 22 maggio, ma solo se sarà approvato il testo Altrimenti decisione entro il 12 aprile…

Ci sono volute oltre sei ore di discussione, con i leader dei 27 coinvolti in un balletto di date e possibili condizioni. Poi alla fine il Consiglio Europeo è riuscito faticosamente a partorire una decisione sulla richiesta di rinvio della Brexit avanzata dalla premier britannica Theresa May. Il 30 giugno da lei proposta non è passato, perché alla fine si è imposta la linea della Commissione Europea secondo la quale, se il Regno Unito sarà ancora stato membro Ue al 23 maggio, data di inizio delle elezioni europee, dovrà partecipare al voto, pena un rischio di legittimità del nuovo Parlamento Europeo, visto che i trattati Ue impongono che ogni Stato membro sia chiamato alle urne. E così ieri si è imposta una soluzione complicata ma con una sua logica: se la prossima settimana Westminster approverà, al terzo voto, l’accordo di recesso, allora ci sarà un rinvio fino al 22 maggio. Se invece voterà contro o non voterà, entro il 12 aprile Londra dovrà dire che farà. E cioè se partecipa al voto, nel qual caso si potrà avere un rinvio lungo, fino ad almeno al 31 dicembre 2019, o altrimenti ci dovrà essere un Brexit con o senza accordo il 22 maggio.

Non era questa l’impostazione iniziale dei Ventisette, radunatisi con l’intenzione di porre come condizione tassativa a Londra per il rinvio l’approvazione dell’accordo di recesso la prossima settimana. «L’accordo di recesso – ha detto duro il presidente francese Emmanuel Macron arrivando al vertice – non può esser rinegoziato. Se il Parlamento britannico (la prossima settimana ndr) voterà no, ci avviamo al no-deal (l’uscita senza accordo)». «La mia sensazione è di aspettare Godot – ironizzava il premier lussemburghese Xavier Bettel – e Godot non arriva. Se non ci sarà il sì di Westminster avremo il no deal». 

E infatti il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk aveva preparato una bozza di conclusioni che prevedeva un’estensione fino al 22 maggio, non prorogabile per via delle elezioni. Anzi il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, aveva chiesto l’11 aprile, termine ultimo per annunciare (o meno) la partecipazione alle europee.

Solo che a provocare un ripensamento è stato l’incontro di un paio d’ore tra i 27 e May, prima che la premier lasciasse i leader da soli. Un incontro decisamente deludente. Raccontano di un fuoco di fila di domande alla premier, del tipo: che cosa ti fa pensare che riuscirai a strappare il sì a Westminster dopo due no? Che cosa conti di fare se arriva la terza bocciatura? May, dicono, non ha saputo rispondere, la sensazione nell’aria era di una leader che ormai non sa più che pesci prendere, «i leader hanno perso ogni speranza che riesca a far passare l’accordo di recesso la prossima settimana» diceva un diplomatico. Con ormai l’altissimo rischio di un no-deal.

A quel punto la discussione ha preso un’altra piega, e ha portato a mettere in dubbio proprio questa condizione, anche se con varie «sfumature» (più duri francesi, belgi, lussemburghesi, molto disponibili con Londra i polacchi, a metà italiani e tedeschi). Perché, al di là di prevedere un possibile vertice straordinario il 28 marzo (a questo punto sembra tramontato), anche i leader non sapevano bene che fare nel probabile caso di un terzo no di Westminster. E nessuno vuole un catastrofico no-deal. «Dobbiamo lavorare fino all’ultimo minuto per evitarlo» avvertiva la cancelliera Angela Merkel.

In serata i francesi hanno avanzato una nuova proposta: niente condizioni di un voto la prossima settimana, ma un rinvio ancora più limitato, che tiene conto anche delle richieste di Tajani: estensione fino al 7 maggio, con la possibilità per Londra di notificare entro l’11 aprile l’intenzione di tenere elezioni europee. In questo caso, sarebbe possibile anche un rinvio lungo, almeno fino al 31 dicembre 2019. 

Altrimenti il 7 maggio uscita comunque, con o senza accordo. Una proposta che non ha avuto successo. Alla fine, si è arrivata alla soluzione della doppia data, il che dovrebbe evitare anche un vertice straordinario la prossima settimana. Una cosa è chiara: i 27 hanno capito che nel caos britannico incauti ultimatum potrebbero solo peggiorare la situazione. C’è la sensazione, oltretutto, che a Londra ormai tutto può succedere, dalle dimissioni di May a un nuovo referendum.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/brexit-lue-accorcia-la-proroga

 

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