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L'olio di don Pino, di Annachiara Valle

creato da webmaster ultima modifica 14/09/2015 16:39
Sulle prime terre confiscate all'ndrangheta cominciano i campi estivi e s'intensificano le attività produttive. La storia di fede e di impegno di don De Masi e dei suoi ragazzi, fieri di essere liberi.
L'olio di don Pino, di Annachiara Valle

Don Pino De Masi

Le terre che da Oppido Mamertina si snodano fino a Gioia Tauro, Rosarno, Rizziconi, San Procopio, Taurianova e Varapodio brulicano di vita e iniziative. Nei 130 ettari sottratti alle ’ndrine, il primo bene in Calabria confiscato alla mafia e dato in gestione per fini sociali, cominciano i campi estivi e si lavora ai raccolti. In dieci anni di attività ci hanno provato in tanti a fermare il sogno di don Pino De Masi e dei suoi ragazzi. Intimidazioni, atti di vandalismo, il taglio delle piante, sabotaggi di ogni genere a cui però la cooperativa ha sempre risposto con un progetto nuovo, con una attività in più. 
Il parroco del duomo di Polistena, intitolato a santa Marina vergine e martire, diocesi di Oppido Mamertina, appena arrivato nel 1984, aveva cominciato subito con un’educazione solida e un ancoraggio al Vangelo. La cooperativa Valle del Marro diventa realtà nel 2004. I ragazzi che da tempo frequentavano la parrocchia e che, con il loro parroco, si erano impegnati in un cammino di evangelizzazione, avevano trovato naturale confluire in quella impresa solidale che prometteva lavoro e speranze e che oggi è un fiore all’occhiello di tutta la regione: il segno che non è impossibile sottrarsi alle mafie e avviare la Calabria verso un futuro diverso. «Come diceva don Tonino Bello, ai segni del potere occorre opporre il potere dei segni. È quello che abbiamo fatto e stiamo facendo».

Don Pino, 63 anni a settembre, è cresciuto alla scuola di don Italo Calabrò, il don Milani del Sud, il sacerdote che, con monsignor Giovanni Ferro, a Reggio Calabria aveva svegliato le coscienze e fatto crescere una generazione ancora oggi impegnata nel sociale e per la legalità. «Lui andava ripetendo che nel coraggio dei pastori la gente ritrova il suo coraggio. Ed è per questo che ho speso la mia vita di sacerdote per aprire strade e sostenere efficacemente le persone in cammini di legalità. Anzi, di dignità umana». 
Le parole del Papa gli danno coraggio: «Sono forti e importanti», spiega all’indomani dell’inchino al boss fatto fare alla statua della Madonna durante la processione a Oppido Mamertina. «Importanti perché non sono rivolte solo come monito ai mafiosi, ma sono un discorso alle Chiese in generale e, in particolare, a quelle di Calabria, perché affrettino il cambiamento in atto. La storia delle nostre Chiese è una storia di luci e ombre, in alcuni momenti di molte ombre e poche luci, in altri il contrario. Dopo la visita di papa Francesco, abbiamo capito che ormai c’è una strada che abbiamo intrapreso e non si può tornare indietro».
E aggiunge, rincuorato: «A me personalmente il gesto della scomunica è di grande aiuto.Vengo da una storia di tantissimi anni in cui mi hanno fatto quasi sentire, non dico fuori dalla Chiesa, ma borderline. In fondo, il pazzo ero io, se volevo togliere i miei ragazzi da certi giri. Però sono andato avanti sulla strada sulla quale don Calabrò mi ha indirizzato. Forte dell’esperienza fatta con lui e convinto che quella era la strada del Vangelo, ho cercato di costruire, di non limitarmi soltanto alla denuncia, ma di fare un cammino più ampio». Che ha comportato, già 25 anni fa, risolvere i problemi di cui si sta parlando in questi giorni.

Quando i boss vanno da lui, per organizzare la festa della Madonna della Catena, don Pino dice di no. Subisce minacce e intimidazioni. Ma va avanti per la sua strada: «Cercando sempre di coinvolgere la comunità. Mi ricordo una notte di Pasqua nella quale ho avvisato le persone di quello che stava accadendo e ho chiesto loro di scegliere da che parte stare perché non è possibile che i mafiosi organizzino le feste». Accanto a lui è cresciuta una generazione di giovani che da 26 anni organizza, d’estate, attività per circa 500 ragazzi, «una palestra di legalità», dice il sacerdote. Che non ci sta a dare un’immagine di Chiesa piegata alla ’ndrangheta: «È stato fatto tanto lavoro, anche sulla scelta dei padrini e delle madrine. Quando sono arrivato in parrocchia, era prassi che il boss facesse da padrino anche a cinque, sei cresimandi. Con un lavoro paziente, però, i fedeli hanno capito cosa significa davvero questa figura e oggi, nella mia parrocchia, la gente si vergognerebbe a chiedere di avere per padrino qualcuno in odore di mafia». 
E poi c’è la cooperativa Valle del Marro, nata da una costola del Progetto Policoro e dall’aiuto di Libera. «Ma non ci siamo fermati qui. La parrocchia ha chiesto e ottenuto un palazzo confiscato alla cosca più importante di questo paese e ne è nato un centro polivalente». Nella proprietà un tempo della cosca Versace, grazie anche ai finanziamenti della Fondazione “Con il Sud”, è in corso il progetto LiberaMente insieme. La parrocchia, tramite la sua associazione di volontariato “Il samaritano”, e insieme con la Valle del Marro, “Il cuore si scioglie” di Unicoop Firenze, Enel cuore ed Emergency, ha attivato un work in progress che ha già messo in funzione due piani del palazzo come centro di aggregazione giovanile, fatto aprire i battenti al primo poliambulatorio calabrese di Emergency, adibito un piano con gli sportelli per dare risposte ai migranti e a chi è più nel bisogno, avviato la Bottega dei sapori e dei saperi, commercializzando i prodotti della Valle del Marro. All’orizzonte, anche l’ostello per i giovani che arrivano per i campi scuola.

«Senza trascurare neppure le famiglie di mafia», sottolinea don Pino, «perché i loro figli sono sempre venuti in parrocchia e noi abbiamo cercato di aiutarli a uscire da certe situazioni. Ed è significativo che, come è capitato, a distanza di anni vengano a ringraziarti in parrocchia, perché hanno preso una strada distante dalla ’ndrangheta». 
Don Pino continua a seminare segni «perché dobbiamo far capire che è normale vivere nella legalità. Allora anche costituirsi parte civile contro il clan dei Mammoliti, come ha fatto la nostra cooperativa, diventa la testimonianza che non ci dobbiamo far soggiogare. Oppure disertare i locali che sono dei boss: anche prendere un caffè, a Oppido, può diventare una questione di legalità, un gesto eroico. Ma non si può continuare così: la scommessa che dobbiamo vincere, Vangelo in mano, è traghettare la Calabria verso la normalità perché oggi è una terra anormale».

 

Fonte: Famiglia Cristiana del 20 luglio 2014

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