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Lo sviluppo dell'ignoranza, di Gian Arturo Ferrari

creato da Denj — ultima modifica 14/09/2015 13:27
Più che di essere fatti gli italiani hanno bisogno di essere trattati per quel che sono, il maggior capitale, la maggior risorsa, la maggior materia prima di cui l'Italia disponga. Solo in questo modo cesseranno di essere dei sottoposti, meritevoli di attenzione solo quando devono andare a votare...

 

La vergogna della mancata riforma elettorale non ha ostacolato un'abbondante fioritura di promesse sui provvedimenti da assumere all'indomani delle elezioni. Immediati, si dice, e draconiani. Nei primi cento giorni, nei primi dieci giorni, nella prima settimana, nella prima seduta del consiglio dei ministri, con il primo decreto legge... E allora dimezzamento dei parlamentari, regolamentazione dei conflitti d'interesse, nuova legge elettorale, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, eliminazione di questa o quella tassa (e perché non di tutte le tasse?) e via vaneggiando. La classe politica, rosa dall'ansia che l'opinione pubblica pensi di lei quello che effettivamente pensa, si compiace di immaginarsi risoluta, volitiva e imperiosa. E si concentra non sul breve, ma sul brevissimo termine, quasi che l'illusione di immediatezza possa compensare il suo crescente discredito.

Del resto, questa nevrotica compressione dell'orizzonte temporale, che diventa una sorta di presbiopia, di incapacità di vedere lontano, non è una novità. È anzi il carattere saliente, o meglio la peggior malattia, del (mancato) riformismo italiano. Non è affatto vero che non abbiamo avuto riforme. Ne abbiamo avute troppe. Una girandola di riformine e riformette, messe insieme alla bell'e meglio, lasciate a mezzo come scheletri di edifici mai finiti, abbattute dal successivo governo, parzialmente ricostruite dal successivo del successivo. Non le riforme ci sono mancate, ma un indirizzo riformatore determinato e costante, in grado di sopravvivere oltre i due o tre anni di vita media dei governi. Una politica, la nostra, priva della terza dimensione, in cui l'idolatria dell'urgenza ha cancellato la profondità temporale. La ragione vera, cioè quella pratica, di questa angustia mentale è che i frutti di molte riforme non sono affatto immediati, non si vedono nell'arco di una legislatura. E sono perciò, elettoralmente parlando, ininfluenti. Quindi inutili. Nulla illustra meglio questo assunto del complesso formazione - istruzione - educazione, ossia valorizzazione del capitale umano. La cui pressoché totale assenza dal dibattito elettorale è stupefacente ancor prima che scandalosa.

È ben vero che se ne fa menzione nei programmi dei partiti, ma o in modo riduttivo, come nel programma del Pd sotto la sola voce «Istruzione» (che si risolve poi in promesse, assai elettorali, di aumenti di stipendio agli insegnanti). O in modo disorganico e rimandando la pratica a tempi migliori, come nel programma di Monti. Presenze compunte e doverose, come l'elemosina in chiesa, in sintonia con quella visione ornamentale della cultura che è il sintomo più vistoso della nostra arretratezza. In realtà, se su questi temi si tossicchia, si deglutisce e poi, all'atto pratico, si procede a qualche ulteriore taglietto (tanto quelli protestano comunque...) è perché non si riesce a capire di che cosa si stia in effetti parlando. Non si riesce a vedere il nesso tra una scuola rabberciata, una formazione professionale spregiata, un'università sgangherata, tassi di lettura desolanti e la loro logica conseguenza, cioè una bassa, bassissima produttività.
Viviamo in un Paese in cui il 5 per cento della popolazione adulta (dai 14 anni in su) legge da solo quasi il 50 per cento dei libri acquistati. Abbiamo cioè un'infrastruttura culturale ottocentesca, un elitarismo ridicolo, ma esigiamo la democrazia dei consumi e il welfare del terzo millennio.
Una politica cieca non riesce a liberarsi dall'assillo dell'urgenza e a deporre qualche spicciolo - non miliardi, per carità, non centinaia di milioni - in un ideale salvadanaio chiamato crescita culturale del Paese. Se lo facesse, ma con costanza però, con metodo e per un tratto di tempo sufficientemente lungo, si potrebbe, forse, raggiungere il grande obiettivo, mancato fin dal tempo dell'unità nazionale. Che non è il sabaudo e militaresco «fare gli italiani» (e chi, di preciso, avrebbe poi dovuto farli?), ma quello all'apparenza più modesto di dare a tutti gli italiani gli strumenti essenziali per costruire sé stessi.

Più che di essere fatti gli italiani hanno bisogno di essere trattati per quel che sono, il maggior capitale, la maggior risorsa, la maggior materia prima di cui l'Italia disponga. Solo in questo modo cesseranno di essere dei sottoposti, meritevoli di attenzione solo quando devono andare a votare. E potranno davvero costruire la loro convivenza. Cioè un Paese maturo, civile, consapevole. Pienamente europeo.

 

fonte: www.corriere.it, 30.01.2013

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