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Lo sfruttamento del lavoro in Italia, di Franco Valenti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 14/07/2021 08:24
La crescita della povertà in Italia e nel mondo è data certamente dalla mancanza di lavoro e dalla possibilità di un reddito da lavoro dignitoso, ma è causata sempre più dallo sfruttamento della debolezza dei poveri…

La pandemia ha fatto emergere l’iceberg delle condizioni di lavoro nei comparti della logistica, un settore che sembra offrire infinite possibilità di crescita e di opportunità occupazionali.

Ma, proprio per effetto della crescente visibilità di questo nuovo business miliardario, il grande pubblico ha potuto prendere atto dello stato para-schiavistico in cui versano gli operatori dell’e-commerce.

Le nostre comodità e i morti

La comodità di ricevere a domicilio ogni genere di beni di consumo aveva fatto passare in secondo piano la serietà della comprensione e la stortura del sistema. Solo le proteste dei lavoratori sindacalizzati in presidio presso i capannoni di queste aziende – divenute nel frattempo multinazionali – hanno fatto aprire qualche occhio, non solo alla gente, ma anche alle istituzioni che avrebbero dovuto garantire le condizioni dei lavoratori.

Ci si accorge ora che le diverse forme di lavoro interinale, precario e mal pagato, non interessano solo gli affari delle agromafie del comparto agricolo, ma sono perfettamente integrate nelle filiere “legali” della logistica.

Basti pensare alla morte di Abd El Salam Ahmed Eldanf, avvenuta a Piacenza nel settembre del 2016, perché travolto da un camion della stessa ditta per cui lavorava. La causa di queste morti – come sempre – è la mancanza di sicurezza nelle movimentazioni delle merci.

Emblematico risulta pertanto l’attacco sferrato con violenza l’11 giungo scorso da parte di probabili body gard aziendali a Tavazzano, nel Lodigiano, contro i lavoratori licenziati dalla Fedex-Tnt mentre presidiavano davanti all’azienda. In quell’occasione sono state usate spranghe di ferro e pistole taser. In quel caso la questione traboccante è venuta dal subappalto di parte delle attività lavorative ad una cooperativa in sostituzione di quella per cui lavoravano i licenziati.

E ancora è successo che il 18 giugno 2021 Adil Belakhdim, sindacalista del Si Cobas, sia stato travolto da un camionista mentre guidava una squadra di lavoratori di fronte ai cancelli della LIDL di Biandrate. Chi lo ho trascinato per metri col camion è stato un giovane autista casertano indotto a forzare il blocco dall’assillo di portare a termine le sue consegne di giornata.

Dopo qualche giorno, il 30 giugno, un altro analogo episodio, con tentativo di investimento, è avvenuto pure a Pontecurone. nei pressi di una azienda per il riciclaggio della plastica: anche in tal caso, a fronte di lavoratori licenziati, difesi del sindacato Si Cobas.

La logistica

La logistica è ormai parte determinante di settori produttivi caratterizzati dalla velocità con cui si soddisfano i clienti e si movimentano le merci stoccate. Tre sono le categorie fondamentali dell’organigramma: il facchinaggio – ancora in buona misura manuale e faticoso – nei capannoni e nelle piazze di carico e scarico, il trasporto su lunga distanza da parte dei camionisti e la consegna a domicilio dei corrieri che percorrono gli ultimi chilometri per la consegna dei pacchi.

Questi segmenti di attività sono segnati da catene di subappalti a cooperative, vere o fittizie, che lucrano sia sulle retribuzioni – parametrandole alla velocità dei processi lavorativi – sia sulla volatilità del posto di lavoro, quasi sempre interinale, flessibile, temporaneo, difficilmente trasformabile in lavoro a tempo indeterminato regolarmente retribuito.  È la sorte dei cosiddetti riders, nati per la consegna a domicilio dei pasti prelevati dai ristoranti e divenuti di fatto fattorini tutto fare, per ogni tipo di consegna.

L’agro-alimentare

Altrettanto – se non di peggio – si può dire della annosa piaga dei lavoratori ridotti in schiavitù in agricoltura: settore mai tenuto nella dovuta considerazione, pur essendo esibito per molte produzioni di eccellenza made in Italy.

Questa è una forma di sfruttamento preindustriale che percorre la penisola italiana da Nord al Sud. I sistemi di controllo vanno dai consolidati caporalati alle nuovissime tecnologie di tracciamento in tempo reale sia dei lavoratori, sia del lavoro svolto, sia del personale addetto a ridurre i lavoratori a meri strumenti della produzione, semplicemente da “misurare” nella tenuta dei ritmi di sfruttamento sempre più spinti e ad estromettere i più deboli e, sfacciatamente, i più sindacalizzati.

Provvisorietà e assenza di tutele

La giungla dei contratti capestro – peraltro autorizzati – non fa altro che lasciare alla mercé di aziende senza volto – e quindi senza cuore – il destino di migliaia di persone e di famiglie, le cui fragilità stanno innescando un pericolosissimo vortice di impoverimento e di conflittualità sociale.

Ma questi processi non interessano le aziende che ancora dispongono della facile arma della delocalizzazione all’estero e del cambiamento fittizio di ragione sociale in Italia: diverse strutture della cooperazione sono state volutamente create in funzione della perversione di questa logica aziendale.

Giova ricordare qualche dato. Il 36% della occupazione straniera risulta impiegato in servizi collettivi e alla persona (incluso il cosiddetto “badantato” degli anziani), il 18,3% in agricoltura, il 19,6% nell’alberghiero, il 17,6% nelle costruzioni, l’11,8% nel trasporto e nel magazzinaggio. La retribuzione netta annua di questi lavoratori è stata (nel 2020) di 8.260 euro, inferiore del 10,8% rispetto alla media retributiva globale dei lavoratori a tempo determinato. Vada aggiunto che molti servizi, anche in parte nella logistica, sono svolti completamente con lavoro “in nero”.

L’operazione di sanatoria avviata l’anno scorso – quando si sono destati i timori da carenza di manodopera per l’avvento del Covid in agricoltura – ha prodotto a tutt’oggi solo alcune migliaia di regolarizzazioni, a fronte delle 250.000 richieste: gran parte di queste persone è rimasta evidentemente in una zona grigia senza ancora diritto di accesso ai vari servizi, compreso quello di vaccinazione.

Tra il 5,9% delle persone – sul totale dei cittadini italiani – in stato di povertà assoluta, il 26,9% è costituito da stranieri. Alle famiglie – in quanto famiglie – va ancora peggio: ossia il 31,7%. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione.

Conoscere questi dati – con i potenziali intrinseci effetti – dovrebbe scuoterci prima di stupirci di fronte alle vittime provocate dallo sfinimento da lavoro nei campi assolati – 3 nell’ultima settimana – oppure davanti agli incidenti ai cancelli delle fabbriche presidiate.

Il lavoro e la politica assente

La cosa dovrebbe interessare fortemente la politica che invece sembra assente e perciò più o meno direttamente complice della attuale deriva della perdita di dignità del lavoro di molti cittadini: una miopia che rischia di essere pagata a caro prezzo anche dalle generazioni future.

I miliardi capitalizzati dalle mega aziende della logistica e dell’e-commerce sono risorse sottratte alla ricchezza del paese e alla sostenibilità dell’autonomia finanziaria ed economica di numerosi nuclei famigliari. I palliativi escogitati per la rigenerazione demografica e il rilancio della qualità della vita rischiano di essere delle mere promesse senza futuro, capaci di procurare solo disillusioni e macerie sociali.

La dignità del lavoro sta alla base e al fondamento delle libertà costituzionali del nostro paese, ma i lavoratori poveri che non riescono e mettere insieme il pranzo con la cena, pur svolgendo più attività contemporaneamente – tutte a basso e bassissimo reddito – si sentono presi in giro, italiani o stranieri che siano.

Tra la metà degli anni’90 e la metà del primo decennio del 2000, le consegne venivano svolte da “padroncini” che col proprio mezzo percorrevano l’ultimo miglio per la consegna. Ma la liberalizzazione spinta del settore ha incoraggiato i big dei trasporti nazionali e internazionali a tuffarsi nel business costringendo gli stessi padroncini a costituirsi in cooperative ovvero a mettersi al servizio, con fittizie partite IVA, dei grandi distributori.

Subappalti

Ormai i furgoni scassati – soprattutto dei migranti – dediti alle consegne sono stati sostituiti da furgoni da insegne aziendali inconfondibili.

La stessa condizione dei dipendenti conducenti i camion non sono migliorate, anzi molti loro emolumenti in busta paga figurano come rimborso spese e non come salario, mentre le stesse ore lavorate superano abbondantemente quelle dichiarate ufficialmente nei contratti di assunzione. Il sistema di scatole cinesi che spezzetta sempre più la catena di funzionamento dell’organigramma aziendale rende difficile, ma non impossibile, risalire alle responsabilità finali.

La pletora di cooperative o di sistemi di subappalto può essere monitorata da un sistema serio di controllo e di tutela, non solo nell’interesse dei lavoratori ma degli stessi interessi dello Stato e quindi di tutta la collettività. Le continue promesse di aumentare il numero e le competenze degli ispettori del lavoro non hanno mai trovato attuazione.

Vien da pensare che il sistema Italia possa funzionare solo se sviluppato su una piattaforma economica e finanziaria in cui pirati e maldestri la fanno da padroni.  Le irregolarità contrattuali, le condizioni di sicurezza sul lavoro, la tutela del benessere dei lavoratori si realizzano non solo con blande opere di convincimento e agevolazioni fiscali, ma con una poderosa opera di controllo e di sanzioni certe.

Il mercato del lavoro è in profonda trasformazione ed è sempre più caratterizzato da somministrazione di servizi tramite intermediari che puntano ad offrire manodopera il più possibile flessibile e sostituibile.

Un caso emblematico può essere ravvisato nel caso di una ditta della bassa Bresciana addetta al lavaggio delle cassette di plastica. La quasi totalità degli addetti, 80, era costituita da cittadini del Bangladesh manovrati da un capoturno della stessa cittadinanza e da un responsabile di produzione di nazionalità italiana.

Grazie alla denuncia di abusi e ricatti, a volte sfociati in estorsioni, fatta dalla Flai CGIL a carico dei due soggetti, la situazione è stata risolta. La stessa azienda, con sede a Roma, era all’oscuro di tali traccheggi e ha provveduto a licenziare i due responsabili. In questo caso il coraggio dei lavoratori, la vigilanza del sindacato e la correttezza dell’azienda hanno permesso di porre fine ad un sistema mafioso.

Strategie anti-sindacali

Altra questione è emersa, secondo alcuni organi di stampa, in una azienda trentina del riciclo, ove un buon numero di lavoratori immigrati africani sono mediati da una agenzia di lavoro interinale del posto. Questi dipendenti continuano da anni ad avere dei contratti mensili di missione con l’azienda di riciclo senza mai poter raggiungere l’obiettivo di una assunzione a tempo indeterminato.

Grazie ad un sindacato di base – USB – la questione è stata portata alla conoscenza della opinione pubblica. La formula adottata in questo caso potrebbe essere assimilata ad un caporalato legalizzato.  Sono ormai note le strategie aziendali utilizzate sia nella logistica che nelle altre forme di lavoro precario ad alta intensità di impegno orario e a bassa remunerazione per disincentivare la sindacalizzazione dei lavoratori.

È un dato di fatto che i trattamenti di privilegio per i “più bravi” servono a disinnescare la paventata crescita di relazioni solidali tra le persone. Si spinge sul cottimo e sulla realizzazione personale aumentando l’ansia di competitività e di annichilimento di chi non sa o non può fisicamente tenere i ritmi richiesti.

Le strategie antisindacali non sono una novità, ma forse non sono mai state utilizzate in modo così impudente come accade ora. In parte ciò avviene anche per le difficoltà dei sindacati storici nell’affrontare le tutele dei lavoratori “volatili” che cambiano spesso ambito e categoria di inquadramento.

Perciò i sindacati di base hanno acquisito e guadagnato sempre più visibilità e meriti nella tutela di questi lavoratori – non solo stranieri – costretti ad accettare o a subire delle condizioni di lavoro paragonabili alle schiavitù del passato. Per usare termini evocativi, sono queste le “lotte” che stanno dando voce e volto a questa parte del lavoro considerata “minore”.

Francesco e il lavoro

Accanto a queste istanze è da ricordare l’instancabile richiamo di Papa Francesco per ridare dignità al lavoro, attività che permette ad ogni persona e ad ogni famiglia di godere di una propria autonomia e di una propria libertà.

La crescita della povertà in Italia e nel mondo è data certamente dalla mancanza di lavoro e dalla possibilità di un reddito da lavoro dignitoso, ma è causata sempre più dallo sfruttamento della debolezza dei poveri e dalla tracotanza dei sempre più ricchi trincerati dietro grandi imprese multinazionali, senza volto e senza cuore, che hanno decisamente esautorato la politica intesa come espressione massima della carità, per dirla con le parole di San Paolo VI.

http://www.settimananews.it/societa/lo-sfruttamento-del-lavoro-in-italia/

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