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ll Papa, il filosofo e la fede degli Apostoli, di Gianni Valente

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 29/06/2018 11:25
Il 30 giugno 1968 Paolo VI pronunciò in San Pietro il «Credo del popolo di Dio». Alla sua stesura contribuì in maniera decisiva anche l’amicizia di Montini con il filosofo Maritain...

Il 29 giugno 1978, festa dei santi Pietro e Paolo, a Papa Paolo VI mancavano poche settimane di vita. Quella sarebbe stata la sua ultima celebrazione pubblica. Nell’omelia, il Papa anziano e ferito al cuore per la morte dell’amico Aldo Moro volle tracciare uno struggente rendiconto del tempo difficile «durante il quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa». E volle ricordare come «atto importante» del suo pontificato la professione di fede che dieci anni prima, il 30 giugno 1968, aveva pronunciato solennemente «in nome e a impegno di tutta la Chiesa come “Credo del popolo di Dio”»: la «sommaria professione di fede» che aveva voluto riproporre come un «ritorno alle sorgenti», in un momento in cui «facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli».

Il Credo del popolo di Dio è uno dei gesti più limpidamente profetici tra quelli compiuti da tutti i successori di Pietro nel secolo scorso. Succede spesso, soprattutto quando i papi si limitano a fare il proprio mestiere. Proprio con quella confessione delle verità della fede cristiana, Montini tornò a ripetere che la salvezza pregustata dai peccatori già sulla terra è dono della grazia, e non delle certezze - anche quelle etico-religiose - costruite dagli uomini. Confessò con parole semplici che la Chiesa non è un’organizzazione religiosa di puri e di perfetti, impegnata a costruire da se stessa la propria rilevanza nella storia, giacché essa stessa «non possiede altra vita se non quella della grazia».

Un «Anno della fede» bistrattato dall’intellighentsia

Tra il 1967 e il 1968, Paolo VI aveva voluto dedicare un anno di celebrazioni agli apostoli Pietro e Paolo, nel diciannovesimo centenario del loro martirio. Quello fu «l’Anno della Fede». Papa Montini volle concluderlo in piazza San Pietro, il 30 giugno 1968, pronunciando una solenne professione di fede, da lui stesso presentata come il Credo del popolo di Dio.

L’Anno della fede segnò un crinale decisivo – sia pur non avvertito da molti a suo tempo - per il pontificato di Paolo VI, e anche per il cammino della Chiesa. Si era da poco concluso il Concilio Vaticano e la primavera ecclesiale annunciata si riempiva di segni di malessere, prodotti anche dal trionfalismo clericale aggiornato di quanti si gloriavano di aver inaugurato un cristianesimo «nuovo», adatto ai tempi. «Non si può demolire la Chiesa di ieri per costruirne una nuova oggi», aveva avvertito lo stesso Montini già in un’udienza del 1966. Ma non aveva rinnegato il cammino conciliare, né aveva indetto «battaglie culturali» di riscossa davanti a fatti e fenomeni che destavano inquietudine. In quel momento, per Paolo VI, l’unica cosa adeguata ai tempi era ricordare e ripetere a tutta la Chiesa quali sono i suoi unici tesori: la fede degli apostoli, custodita dalla tradizione, e i poveri, chiamati per primi a godere dei doni della grazia.Non a caso, nel 1967, aveva dedicato la sua enciclica «Populorum progressio» ai «popoli della fame» che interpellavano «i popoli dell’opulenza».

Nella Chiesa, pochi colsero la lucidità profetica della scelta «minimalista» di Paolo VI. Gli illuminati e i progressisti la bollarono come un ripiegamento intimista, venato di pessimismo. Per i reazionari si trattava di pentitismo tardivo, dato che secondo loro la catastrofe era stata innescata proprio dal rinnovamento conciliare, di cui Papa Montini era stato il timoniere. Per i clericali di ogni risma, la semplice riproposizione dei contenuti essenziali della fede cattolica era una risposta «troppo semplice» davanti alle provocazioni della storia e alla crisi della Chiesa. Secondo loro, occorreva elaborare una strategia più complessa. Per adeguarsi al mondo – dicevano gli uni. O per resistere all’assedio della modernità e combattere – dicevano gli altri. L’ex gesuita Carlo Falconi, che dall’Espresso faceva il capocordata dei vaticanisti di allora, scrisse che l’«Anno della fede» e il Credo del popolo di Dio erano stati «inghiottiti in un gorgo di silenzio». Eppure, proprio le parole e i gesti del magistero montiniano di quell’anno – a partire dal Credo del popolo di Dio – suggeriscono percorsi fecondi anche alla Chiesa del tempo presente, sempre tentata di affidare la propria missione a strategie di marketing funzionaliste.

Per tutto l’Anno della fede, Paolo VI ripetè che il «rimanere» nella fede degli apostoli, senza inventarsi nulla, è la via più semplice per custodire il tesoro di grazia che il Signore dona alla Chiesa. È in questa semplice fedeltà che può fiorire, gratuitamente, il dono della vita cristiana. Il 26 giugno 1968 scandalizzando buona parte del ceto dei clericali intellettuali, proclamò l’autenticità delle reliquie corporali di san Pietro, rinvenute e riconosciuto con rigore scientifico dall’archeologa Margherita Guarducci.

Secondo Papa Montini non potevano «essere trascurati da noi romani, e da quanti a Roma muovono i passi, questi riferimenti umani e materiali alla memoria degli Apostoli, per merito dei quali iniziò la nostra vita religiosa».Poi, il 30 Giugno, l’Anno della fede ebbe il suo coronamento proprio con la solenne professione del Credo del popolo di Dio. Un testo che ricalcava quello formulato a Nicea, che si recita a messa, ma con importanti complementi e sviluppi.

Nel 2008, in una intervista al mensile internazionale 30Giorni, il rimpianto cardinale domenicano Georges Cottier (1922 - 2016) ha raccontato che a scrivere la traccia del Credo del ’68 fu niente meno che Jacques Maritain, il grande filosofo francese, teorico dell’incontro tra cristianesimo e modernità, che nei decenni precedenti era stato pubblicamente difeso da Montini quando alcuni teologi del Sant’Uffizio volevano condannarlo con l’accusa di «naturalismo integrale».

Nel dopo Concilio, anche l’ultra-80enne Maritain era diventato critico davanti a pseudo-aggiornamenti culturali che vedeva attecchire tra laici ed ecclesiastici sotto il pretesto dell’apertura al mondo. Ma a suo parere non bisognava rispondere alla crisi con misure disciplinari. Conveniva piuttosto ripetere in tutta semplicità i punti essenziali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti concili ecumenici. Scrivendo al suo amico cardinale ginevrino Charles Journet, Maritain aveva messo nero su bianco la sua intuizione: davanti alla condizione della fede nel mondo, serviva «un atto dogmatico, sul piano della Fede stessa»: ossia «che il Sovrano Pontefice rediga una professione di fede completa e dettagliata, nella quale sia esplicitato tutto ciò che è realmente contenuto nel Simbolo di Nicea».

Nell’intervista citata, Cottier raccontò che tramite Journet, l’intuizione di Maritain fu comunicata a Paolo VI, che di rimando invitò Journet a fargli pervenire lui stesso una bozza del testo. Maritain abbozzò un testo di lavoro, che poi fu pubblicato nella versione definitiva senza troppe correzioni. Nel documento, si confessano gli articoli propri della fede cattolica, come il peccato originale, i misteri dell’incarnazione, morte e Resurrezione di Gesù Cristo, la natura del sacrificio della Messa, la presenza corporale di Cristo nell’Eucaristia, la creazione ex nihilo del mondo e di ciascuna anima umana.

Il Credo del popolo di Dio rappresenta un gesto profetico anche per la modalità concreta con cui è stato promulgato. Una semplice Confessio, che il successore di Pietro fece propria, affidandosi con fiducia e semplicità al sensus fidei del vecchio amico filosofo, un tempo accusato di cedevole compromesso con la modernità secolarizzata.

http://www.lastampa.it/2018/06/28/vaticaninsider/ll-papa-il-filosofo-e-la-fede-degli-apostoli-Magh4RrQEOmbMdwxiTqkVJ/pagina.html

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