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L'inizio della fine di Andreotti, di Stefano Ceccanti

creato da Denj — ultima modifica 21/07/2016 17:14
La principale colpa di Giulio Andreotti e la principale causa della sua sconfitta nella mancata elezione presidenziale del 1992 è tutta politica e sta in quell’atteggiamento che Nino Andreatta definiva “La gelosia dei vecchi che vogliono morire governando utilizzando sempre i metodi con cui vi sono arrivati”...

La principale colpa di Giulio Andreotti e la principale causa della sua sconfitta nella mancata elezione presidenziale del 1992 è tutta politica e sta in quell’atteggiamento che Nino Andreatta definiva “La gelosia dei vecchi che vogliono morire governando utilizzando sempre i metodi con cui vi sono arrivati”. I problemi giudiziari giunsero solo dopo, a cose fatte, a sconfitta politica avvenuta.

Col crollo del Muro di Berlino era cambiato tutto, erano saltate tutte le rendite di posizione, anche le logiche da ragion di Stato entro cui sono state spesso giustificate anche le scelte più discutibili di Andreotti, e una classe dirigente degna di questo nome avrebbe dovuto guidare la transizione a modalità più simili alle altre grandi democrazie. Invece in quei mesi Giulio Andreotti, oltre a tentare vanamente di opporsi all’unificazione tedesca e quindi a cercare di puntellare uno status quo italiano ed europeo ormai superato, prese una prima decisione interna  che, seguita poi da altre dello stesso tenore, si sarebbe rivelata esiziale dopo tanti decenni di successi. Mise quattro volte  la fiducia ad inizio 1990, anche per pressione socialista, contro tutti gli emendamenti, per lo più di dc e comunisti, per l’elezione diretta del sindaco. Ciò nonostante che poco più di un anno prima il suo predecessore alla guida del Governo, Ciriaco De Mita, si fosse impegnato, in occasione della limitazione del voto segreto, a non porre la fiducia su materie estranee al rapporto fiduciario. Il punto è, però, che senza l’elezione diretta del sindaco i comuni non erano più governabili secondo gli schemi oligarchici precedenti. Nel nuovo quadro non funzionava più neanche il gioco del Psi di avere la gran parte dei sindaci giocando spregiudicatamente ora con la Dc ora col Pci, come era accaduto ancora a Roma col socialista Franco Carraro poche settimane prima della caduta del Muro. Tutti si sentivano ormai autorizzati ad allearsi con tutti e ciascuno riteneva di disporre del potere di coalizione. Quella scelta diede dell’asse Andreotti-Craxi l’impressione dei burocrati dell’Est che fino a pochi giorni prima avevano cercato di difendere un quadro ormai ingestibile dopo le novità accadute a Mosca e spinse vari settori dc, comunisti e laici alla prima raccolta di firme per i referendum elettorali nella primavera 1990. Insomma due dei dirigenti politici che negli anni precedenti avevano tenuto la barra dritta su alcune direttrici di politica estera che avevano contribuito ad indebolire il sistema sovietico agivano ora in modo capovolto, finivano col diventare simili a coloro che avevano combattuto con successo.

Qui vengono il secondo e il terzo errore di Andreotti: prima scatenò l’avvocatura dello Stato (e non solo quella) contro l’ammissibilità dei referendum e, dopo, una volta ammesso solo quello sulla preferenza unica, ritenendolo marginale, non volle ricorrere allo scioglimento anticipato per posporlo di almeno un anno, come invece la Dc aveva fatto per quello sul divorzio. Visto che il suo obiettivo era l’elezione presidenziale e che con il calendario normale vi sarebbe arrivato in carica come Presidente del Consiglio, in una sorta di pole position ideale, lasciò andare la legislatura verso la scadenza del 1992. Il referendum sulla preferenza unica, però, che fu vissuto anche come un referendum sulla mancata elezione diretta del sindaco, ebbe tre effetti devastanti: il primo, indiretto, di colpire al cuore la credibilità modernizzatrice del Psi di Craxi che aveva puntato sull’astensione indebolendo un alleato decisivo; il secondo, diretto, di scardinare in quei mesi la struttura correntizia della Dc che era fondata sulla preferenza multipla con rigide cordate, rendendo meno disciplinato il comportamento dei grandi elettori per il Quirinale; il terzo, indiretto, che si espresse anche in un patto pre-elettorale firmato da molti dc, nell’impegno  solenne a non votare per nuove fiducie come quella contraria all’elezione del sindaco e, di fatto, anche a non votare per il Quirinale né Andreotti né Forlani che erano stati i padri di quell’operazione. In quel contesto di indebolimento politico ed elettorale, con la Dc per la prima volta sotto il 30 per cento dei voti, maturarono poi anche l’attentato a Falcone, che fece svoltare definitivamente l’elezione presidenziale, e i successivi problemi giudiziari.

Lì fu sconfitto, quando, dopo aver lavorato per l’alleanza occidentale, cercò di allontanare l’esito di regole di una normale democrazia occidentale. Lì, in quella gelosia di cui parlava Andreatta, stanno i veri limiti, più che in segreti, trame, collusioni. E’ stato invece tutto chiaro ed evidente. “La vita punisce i ritardatari” disse Gorbaciov ad Honecker a Berlino, un mese prima della caduta del Muro. Valeva anche per l’Andreotti post 1989.

 

www.huffingtonpost.it, 08.05.2013

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