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L'importanza di ammettere gli errori, di Paul Krugman

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 12:49
La domanda è: tenete le carte che avete in mano o le cambiate? Vale a dire: restate fedeli alla vostra visione di fondo o vi rendete conto che è la visione di fondo a essere sbagliata?

L’editorialista di Bloomberg Barry Ritholtz recentemente ha scritto un bell’articolo sul suo blog di finanza The Big Picture, in cui riconosceva un errore (assolutamente non fondamentale) che aveva fatto in un editoriale e discuteva su come bisogna comportarsi quando si prende una toppa (cosa che capita a tutti!). Vorrei aggiungere che ci sono errori ed errori, ed è importante sapere che tipo di errori hai commesso. E un tema che ho già affrontato in passato, ma forse ho trovato un modo leggermente diverso per sottolineare il concetto.

Supponiamo che abbiate fatto una previsione (e qualsiasi affermazione su come funziona il modo comporta necessariamente una previsione quantomeno implicita, altrimenti è priva di senso). Questa previsione si basa su qualche sorta di modello: se pensate di non avere un modello vi state prendendo in giro da soli, e il vostro modello è tanto peggiore quanto più siete convinti di non usarne uno.

Ai fini espositivi, ipotizziamo che il vostro modello assuma la forma

y=a+b*x+u

dove y è quello che state predicendo, x è una qualche variabile esplicativa, a e b sono parametri e ti rappresenta qualcosa a caso (non necessariamente a caso sul serio, ma comunque qualcosa che non fa parte del vostro modello). Quest’ultimo termine è importante: nessuno, e nessun modello, azzecca tutto fino in fondo.

Bene: supponiamo ora che la vostra previsione su y si riveli più o meno imprecisa. Che conclusioni dovete trarne?

Potrebbe voler dire semplicemente che gli imprevisti capitano. Potrebbe esserci stato uno shock casuale; o magari le vostre variabili esplicative non si sono comportate come vi aspettavate. Ma potrebbe anche voler dire che il vostro modello di fondo è completamente sbagliato e va ripensato.

Ed ecco il punto: nel corso della vostra vita commetterete errori di entrambi i tipi. La domanda è: tenete le carte che avete in mano o le cambiate? Vale a dire: restate fedeli alla vostra visione di fondo o vi rendete conto che è la visione di fondo a essere sbagliata?

Vi faccio quattro esempi, presi dal mio nutrito archivio di errori.

Primo: a metà degli anni 90 ero estremamente scettico sulla tesi di un’impennata della produttività trainata dall’informatica. E mi sbagliavo, molto semplicemente: era vero che la produttività stava crescendo, anche se alla fine ha rallentato. Che tipo di errore era il mio?

Non era un errore di fondo, Il mio modello su come va il mondo non precludeva assolutamente aumenti marcati della produttività, avevo solamente valutato in modo errato quello che si profilava. Una cosa che ho imparato, però, è stata quella di prendere maggiormente sul serio le voci che girano, anche se non trovano corrispondenza nelle cifre ufficiali.

Secondo: nel 2003 lanciai l’allarme sul rischio di una crisi finanziaria negli Stati Uniti, determinata dalla gestione irresponsabile delle finanze pubbliche, comparabile in qualche modo alle crisi asiatiche di qualche anno prima. Ora sono convinto che quella previsione sbagliata era dovuta a un errore di fondo: i Paesi che si indebitano nella propria valuta non corrono lo stesso genere di rischi dei Paesi che si indebitano in una valuta estera. La cosa che più mi ha infastidito di questo errore è stato che la mia stessa analisi cercava di dirmelo. Avevo studiato a fondo la crisi asiatica, con modelli in cui il debito in valuta estera e gli effetti di bilancio giocavano un ruolo chiave. Ma ho ignorato l’analisi e ho preferito affidarmi all'istinto, che non è quasi mai una buona idea.

In questo caso, quindi, si è trattato di un errore di fondo del modello, di quelli che ti obbligano a rivedere drasticamente le tue opinioni, cosa che ho fatto.

Terzo: nel 2010-2012 temevo fortemente una spaccatura dell’Eurozona. Anche questo caso il mio modello aveva un errore di fondo. Ma la falla non stava nel modello economico, che ha dimostrato di essere piuttosto valido, ma nel modello politico implicito: semplicemente non avevo tenuto conto degli incentivi delle classi dirigenti europee e della loro volontà a fare tutto il necessario, sia nei Paesi debitori che alla Bce per evitare una rottura totale.

Infine, la Gran Bretagna in questo momento sta crescendo molto più in fretta di quello che mi aspettavo. C’è un errore di fondo nel mio modello? Non credo. Come ha sottolineato ripetutamente l’economista Simon Wren-Lewis, il Governo del premier David Cameron prima della ripresa in pratica aveva smesso di tagliare la spesa pubblica, il che significa che la x della mia equazione non ha fatto quello che pensavo. Oltre a questo, c’è stato un calo del risparmio privato, che è una di quelle cose che ogni tanto succedono. Il punto è che la deviazione della crescita britannica da quello che il modello keynesiano classico avrebbe previsto c’è stata, ma in misura non difforme dal normale intervallo di variazione dovuto a eventi imprevisti: niente che richieda una radicale revisione del mio impianto di base.

Per concludere: a volte ci si sbaglia, e bisogna fare del proprio meglio per capire perché. Quello che non bisogna fare mai e poi mai, naturalmente, è cercare scuse o far finta di non aver detto quello che si è detto.

(traduzione di Fabio Galimberti)

 

 

Il Sole 24 Ore 29/6/2014

fonte: www.fondfranceschi.it, 29.06.2014

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