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L'illusione di una felicità solubile, di Zygmunt Bauman

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 15:45
Uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo è che non si riescono a prevedere le conseguenze a medio termine delle decisioni personali...

Per riconoscimento generale, il sociologo Zygmunt Bauman è uno dei più autorevoli interpreti della condizione umana nell’epoca attuale. Nato da genitori ebrei nel 1925 a Poznań, in Polonia (ma risiede da molti anni in Inghilterra), Bauman ha coniato la fortunata immagine della «modernità liquida» per indicare una situazione di diffusa incertezza, in cui sembra venir meno qualsiasi punto stabile di riferimento.

 

A distanza di molti anni non sembra essersi avverata la profezia positivista per cui la dimensione religiosa sarebbe andata fatalmente declinando, con il progredire della modernità: in America latina hanno un grande successo, ad esempio, il pentecostalismo e il protestantesimo evangelico. Ma per quanto riguarda il nord del pianeta e l’Europa in particolare, quali tratti stanno assumendo la fede e la spiritualità in questa prima parte del XXI secolo? A quali cambiamenti potrebbero andare incontro, nel prossimo futuro?

Il mio collega Ulrich Beck, alcuni anni fa, ha pubblicato un libro intitolato Der eigene Gott (in edizione italiana Il Dio personale. La nascita della religiosità secolare, Laterza). L’argomento di questo volume è il ritorno della spiritualità, o forse, sarebbe più corretto dire: del desiderio di spiritualità nella società contemporanea. Parlando di un desiderio, di un anelito, si intende che esso è orientato su una certa rappresentazione della spiritualità, concepita come qualcosa che potrebbe conferire un senso compiuto alle nostre vite, riempiendole. Evidentemente, si constata che i piaceri materiali (“della carne”, si sarebbe detto un tempo) non bastano: occorre un contatto con qualcosa che trascenda le nostre occupazioni e preoccupazioni quotidiane. Tuttavia, Beck sostiene — a ragione, io ritengo — che a questo ritorno sulla scena della spiritualità non corrisponda necessariamente un’adesione alle istituzioni e ai codici religiosi tradizionali. Anzi, la tendenza oggi prevalente non trova come naturali interlocutrici le Chiese, e forse, a differenza di quanto lei suggeriva, neppure le numerose sette confluenti nel vasto alveo del pentecostalismo. I gusti della nuova spiritualità non propendono per i dogmi, per le regole disciplinari condivise: proprio per sottolineare questa novità, Beck ha coniato la formula del “Dio personale”. Potremmo parlare anche di una religione à la carte: soprattutto i giovani operano una selezione tra diverse fonti, talvolta decisamente esotiche, in altri casi scavando all’interno della tradizione cattolica o, in misura minore, di quella anglicana e protestante. Prevale comunque l’attitudine a ibridare elementi diversi, secondo i bisogni particolari e la sensibilità dei singoli: su queste basi, è molto difficile che si costituiscano dei gruppi organizzati, delle comunità di fede in senso proprio.

 

Si tratta, in sostanza, di una religione “psicologica”, volta a rassicurare e a consolare il soggetto umano?

È una reazione all’instabilità che caratterizza la vita nella modernità “liquida”: in un’epoca di incessanti e repentini cambiamenti, si cerca un lembo di terreno su cui poter piantare saldamente i piedi. Uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo è che non si riescono a prevedere le conseguenze a medio termine delle decisioni personali: sono troppo numerosi i fattori che interferiscono con i nostri progetti. Pensiamo a quanto è avvenuto nei giorni scorsi negli Stati Uniti, dove, a causa del deficit di bilancio, centinaia di migliaia di impiegati pubblici sono stati lasciati a casa senza stipendio. E tale situazione potrebbe anche avere pesanti ricadute sull’intera economia mondiale, in prospettiva. Si cerca, dunque, un punto di ancoraggio esistenziale, e questa esigenza sfocia in certi casi in un neo-fondamentalismo religioso, ma può anche esprimersi diversamente: sempre in questi giorni, abbiamo appreso dalla stampa che in Francia il Front National di Marine Le Pen è virtualmente il primo partito, secondo i sondaggi che gli accreditano il favore del 24 per cento dei votanti, nella prospettiva delle elezioni europee.

 

La ricerca affannosa di certezze può assumere anche un aspetto politico?

Certo, e può persino tradursi nella situazione sui generis della politica italiana, dove i partiti sono disperatamente alla ricerca di qualcuno da attaccare e screditare, non riuscendo a definirsi in positivo, mediante un proprio programma. Il problema di una diffusa incertezza, tuttavia, non si lascia certamente ridurre a una questione interna all’Italia: la perdita di fiducia è globale, non riguarda solo determinati partiti o leader, ma il sistema della democrazia rappresentativa. Il mondo intero è entrato in una fase di interregno, per usare un’espressione di Antonio Gramsci: l’umanità è intenta a ricercare disperatamente dentro o fuori di sé dei punti d’appoggio a cui reggersi, o dei freni per arrestare una fiumana indistinta che altrimenti minaccerebbe di travolgerla. A livello collettivo, questo bisogno si ritrova anche nel movimento degli Indignados in Spagna, di Occupy Wall Street a New York, o nei raduni in piazza Tahrir, al Cairo. Si procede a tentoni, nel buio, in cerca di modi per poter agire efficacemente: le istituzioni che tradizionalmente si facevano interpreti dei bisogni e delle preoccupazioni dei singoli, traducendoli in proposte politiche, non sembrano più all’altezza della sfida. Quanto durerà questo passaggio, e a che cosa approderemo? Io non credo nei miracoli in senso tradizionale, ma credo nei miracoli della realtà, per così dire: nell’apertura di nuove strade dove il percorso pareva bloccato, nella capacità inventiva degli esseri umani. Noi però, per definizione, non siamo in grado di prevedere fin d’ora come questa capacità potrà esprimersi nell’avvenire.

 

Attualmente, non sembra essersi atrofizzata proprio la capacità di pensare l’avvenire? L’attesa dei tempi messianici nel giudaismo, quella delle cose ultime nel cristianesimo sono sempre state un elemento essenziale di queste tradizioni religiose; ora, però, tendiamo a procedere a vista, come se il nostro orizzonte temporale si riducesse al prossimo fine settimana. La spiritualità può fare a meno della dimensione del futuro? Può sopravvivere in una condizione di presente dilatato?

Non è facile rispondere alla domanda che lei mi pone. Mi limiterei a sottolineare come, ai giorni nostri, l’industria dei consumi proponga dei surrogati della spiritualità tradizionale fruibili on the spot, nel momento presente. Molti produttori non si limitano a mettere in commercio dei beni materiali, ma li contornano di un alone religioso. Le agenzie di viaggi e le compagnie aeree, ad esempio, pubblicizzano le destinazioni turistiche con la promessa di esperienze immortali, di mete paradisiache: i loro slogan sono spesso variazioni sul tema dell’immortalità ora, da conseguire istantaneamente, e non dopo che saremo morti; visitando una certa località, soggiornando in un particolare resort, assistendo a un concerto rock si può sperimentare da subito ciò che le persone religiose sperano di poter conseguire in un’altra vita. Il modello è quello del caffè solubile, che si può assaporare nel giro di pochi secondi, dopo che la polvere si è sciolta nell’acqua calda. Le agenzie di marketing capitalizzano il desiderio di una fuga dall’incertezza e dalla sfiducia diffuse nella modernità liquida: le merci attraggono i possibili acquirenti promettendo loro una redenzione dalla normale insensatezza della quotidianità.

 

Come giudica la “novità” del pontificato di Papa Bergoglio? Da otto mesi a questa parte, i suoi gesti e parole sembrano aver indotto un senso di felice spaesamento in molti osservatori e commentatori, credenti e non credenti. Pensiamo, ad esempio, all’insistenza del Papa sulla necessità che la Chiesa sia povera, e sulla responsabilità dell’Occidente verso le popolazioni del Sud del pianeta.

Ah, io sono incantato da quanto Francesco (Bauman pronuncia il nome in italiano, sorridendo) va facendo: credo che il suo pontificato costituisca una chance, non solo per la Chiesa cattolica, ma per l’umanità intera. Che il leader di una grande confessione religiosa richiami l’attenzione del Nord del mondo sulla sorte dei più miseri già è di enorme importanza. Io sono però anche andato a leggermi quanto affermava in un suo testo del 1991, Corrupción y pecado, (pubblicato in Italia dall’Editrice Missionaria Italiana con il titolo Guarire dalla corruzione,Bologna, 2013, pagine 64, euro 6, 9). In queste pagine, ritornando sulla parabola evangelica del pubblicano peccatore e del fariseo irreprensibile nell’attuazione delle opere delle legge, egli sottolinea come il racconto deponga a favore del primo, dell’appaltatore delle imposte.

 

In questo volumetto vi sono dei passaggi molto belli circa la maggior gravità della corruzione rispetto al peccato: «Potremmo dire — afferma ad esempio Bergoglio — che il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata. Semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto vi è una stanchezza della trascendenza. Di fronte al Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell’espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono».

Ecco, il rifiuto del legalismo e la capacità di Jorge Mario Bergoglio di toccare il cuore delle persone ricordano l’analogo atteggiamento di Giovanni XXIII. L’attuale Papa è intrepido, direi, nel suo modo di procedere: penso ai gesti che ha compiuto a Lampedusa, ai discorsi dedicati ai “fuori casta” del mondo globalizzato. Per tornare al tema da cui eravamo partiti, potremmo affermare che Bergoglio sa parlare alla spiritualità tipica del nostro tempo: i seguaci del “Dio personale”, in effetti, non sono molto interessati alle prescrizioni morali impartite dai rappresentanti delle istituzioni religiose, ma desiderano rintracciare un senso nella frammentarietà delle loro esistenze individuali. Sono ancora in attesa di un “evangelo”, nell’accezione originaria del termine — di una buona notizia.

 

I gesti e le parole di Papa Francesco non potrebbero contribuire a “rimettere in moto” proprio la religiosità individualistica del nostro tempo? Non potrebbero offrirle una prospettiva, impedendo che essa rimanga in una sorta di limbo, senza rapporti con la realtà concreta?

È un’ipotesi suggestiva, quella che lei prospetta. Personalmente, rimango in attesa — con molta speranza e ansia, direi — degli sviluppi futuri di questo pontificato. Mi ha anche colpito l’enfasi che Bergoglio pone sulla pratica del dialogo: un dialogo effettivo, che non va condotto scegliendo come interlocutori coloro che, più o meno, la pensano come te, ma diviene interessante quando ti confronti con punti di vista davvero diversi dal tuo; in questo caso, può davvero succedere che i dialoganti siano indotti a modificare le proprie idee, rispetto alle posizioni iniziali. Di questo tipo di confronto noi abbiamo oggi un urgente bisogno, perché siamo chiamati a gestire problemi di immensa portata, per cui non disponiamo di soluzioni già pronte: pensiamo alle questioni relative al divario tra i ricchi e una parte cospicua della popolazione mondiale, che ancora vive in miseria; o alla necessità di arrestare lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, di trovare un’alternativa a un modello di sviluppo — l’espressione suona ormai ironica — che risulta chiaramente insostenibile. Tutti questi problemi non si arrestano alle frontiere nazionali: non riguardano gli italiani piuttosto che i polacchi o i cinesi, ma l’umanità nel suo complesso; e ancora, sembrano richiedere non soluzioni provvisorie, ma un cambiamento radicale del nostro modo di vivere. La seconda parte del secolo scorso, in campo economico, è stato dominata da due presupposti apparentemente indiscutibili, che hanno influenzato profondamente i comportamenti individuali e collettivi degli esseri umani. Il primo era che il Prodotto interno lordo di un Paese fosse la panacea per tutti i problemi sociali: aumentando il Pil, questi sarebbero stati automaticamente risolti; se invece la sua crescita si fosse bloccata o — Dio ce ne scampi! — esso fosse diminuito, gli equilibri sociali sarebbero entrati in crisi. In breve, il motto era: per far fronte a un problema collettivo, incrementate il Pil (e dunque, anche i consumi, perché il Prodotto interno lordo si misura pur sempre sulla quantità di denaro che passa di mano).

 

Qual era, invece, il secondo assunto?

Che la ricerca della felicità andasse di pari passo con un aumento dei consumi: i luoghi naturali dell’appagamento personale sarebbero stati i negozi, piuttosto che le relazioni sociali, o le attività con cui ognuno potrebbe rendersi utile ai suoi simili, cooperando con loro. Queste due convinzioni hanno prodotto, di fatto, una gran quantità di miseria materiale e spirituale, oltre a intaccare gravemente le risorse naturali dell’intero pianeta: da un lato, abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi; dall’altro, abbiamo scoperto dolorosamente che la felicità non si può acquistare. Dunque, a tutti noi oggi è richiesto di cambiare radicalmente l’assetto delle nostre vite. Per esprimere questa stessa idea, Papa Bergoglio userebbe probabilmente un antico termine della tradizione cristiana: conversione.

Intervista a Zygmunt Bauman a cura di Giulio Brotti

fonte: L'Osservatore Romano, 20 ottobre 2013.

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