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Libertà religiosa in Italia, di Stefano Ceccanti

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 14/09/2015 13:53
Per capire il salto realizzato in questa legislatura in materia di libertà religiosa, occorre partire anzitutto dai dati obiettivi e dal bilancio precedente: ne scrive il costituzionalista Ceccanti, senatore del Partito democratico e relatore dei disegni di legge per l’approvazione delle nuove Intese.

 

Fino all’inizio di questo periodo le confessioni religiose diverse dalla cattolica coperte da Intesa entrata in vigore grazie all’apposita legge e quindi finalmente esclusi dall’applicazione della legge del 1929 sui cosiddetti culti ammessi (peraltro amputata delle parti incostituzionali grazie a varie sentenze della Corte costituzionale) erano solo sei: valdesi dal 1984 (legge poi novellata nel 1993), assemblee di Dio dal 1988, avventisti dal 1988 (novellata nel 1996), ebrei dal 1989 (novellata nel 1996), battisti dal 1995 (novellata nel 2012), luterani dal 1995.

Da segnalare che sin da subito l’evoluzione dell’applicazione dell’articolo 8 della Costituzione per volontà dei governi è andata in una direzione espansiva della libertà, di fatto allineando il metodo a quello previsto per il Concordato con la Chiesa cattolica dall’articolo 7. L’articolo 8 parla di leggi approvate «sulla base di Intese», ma fin dagli anni Ottanta si è preferito stipulare Intese molto dettagliate di cui la legge è poi in sostanza una fotocopia, valorizzando così il ruolo delle rappresentanze delle confessioni. Questo carattere rafforzato, simile a quello dei trattati internazionali, Concordato compreso, lascia al Parlamento il margine per approvare o rigettare il testo, ma non di emendarlo. Una legislazione pattizia si può rinegoziare ma non modificare unilateralmente. Ciò si è potuto ribadire in questa fase grazie ad alcuni emendamenti ostruzionistici della Lega, puntualmente dichiarati inammissibili perché modificano unilateralmente l’Intesa stipulata; ex malo bonum.

La legislatura è iniziata con alcune novelle ulteriori del 2009 (valdesi e avventisti) soprattutto per parificare i trattamenti, in particolare sull’otto per mille: un’evoluzione tutto sommato scontata.

Niente affatto scontati, invece, i due passaggi successivi. Anzitutto l’estensione quantitativa della popolazione coperta da Intesa con le tre leggi entrate in vigore nell’agosto scorso con ortodossi, apostolici e mormoni, in particolare con la prima. Rispetto al passato in sostanza si quintuplica il numero di persone a cui si applicano le Intese, ricomprendendone ora tra un milione e mezzo e due milioni. Poi c’è, rispetto a questa svolta, un’espansione anche qualitativa, perché sin qui si trattava di minoranze presenti da lungo tempo e composte quasi solo da cittadini italiani, mentre stavolta si va oltre, soprattutto coinvolgendo molti comunitari e neo-comunitari provenienti dalle nuove democrazie dell’Est europeo. È vero che il patriarcato di Costantinopoli non rappresenta tutti gli ortodossi, i numeri sono discussi, ma comunque è l’unica realtà che per ora ha chiesto e stipulato l’intesa e di fatto c’è un lavoro comune alle varie realtà ortodosse.

Il secondo passaggio, anch’esso molto ambizioso, è quello che si è realizzato il 12 settembre, andando oltre il tradizionale mondo giudaico-cristiano col voto in Senato delle Intese con buddhisti e induisti, che credo sarà confermato a breve dalla Camera. Proprio questa evoluzione dimostra la capacità espansiva del modello di regolazione che discende dall’articolo 8. Persino a confessioni così distanti da quelle a cui siamo abituati nel nostro patrimonio sono perfettamente adattabili norme analoghe a quelle già vigenti sui ministri di culto, sull’assistenza spirituale in varie strutture, sugli edifici di culto, sugli effetti civili del matrimonio, nonché sull’otto per mille e sulle erogazioni liberali.

Si può arrivare già così in una sola legislatura da 6 ad almeno 11 confessioni coperte da Intesa. Resta poi la questione dei Testimoni di Geova su cui vari parlamentari avevano dei dubbi di lealismo verso le istituzioni: in tali circostanze il metodo più corretto è quello individuato in Commissione Affari costituzionali del Senato: un’audizione coi rappresentanti della confessione in modo che essi chiariscano la loro posizione su questi aspetti specifici su precise domande dei parlamentari, non certo sugli aspetti relativi al proprio culto o alle proprie credenze. Cosa che si è puntualmente verificata il 19 settembre e che ha quindi consentito in Senato anche l’approvazione unanime di quest’ultima Intesa, che si aggiunge quindi a quelle con buddhisti e induisti all’esame della Camera.

Da rilevare anche due innovazioni che hanno facilitato questo esito. La prima è l’iniziativa parlamentare del collega Lucio Malan e mia, con la presentazione autonoma delle Intese in presenza del ritardo del governo dovuto ai problemi posti allora dalla Lega, che ha imposto all’esecutivo di non indugiare oltre. La seconda è la scelta di votare le Intese, anche quelle nuove e non solo quelle novellate in sede legislativa, dibattendo tra i parlamentari che conoscono i problemi, in grado di approvare velocemente in caso di condivisione e di chiedere chiarimenti puntuali ove necessari.

So che ci sarebbe un’altra scuola di pensiero che preferirebbe approvare una legge generale sostitutiva di quella del 1929 su libertà religiosa e laicità, più che moltiplicare le Intese. So bene che c’è anche quel decisivo aspetto, importante per i singoli e per le confessioni che per varie ragioni hanno problemi a stipulare Intese, come nel caso della realtà islamica, rispetto alla quale si pone il problema di individuare il soggetto titolato a stipularla. Tuttavia quella legge generale evoca problemi di fondo, come le varie accezioni giuridiche di laicità, che si risolvono meglio dopo che varie Intese hanno comunque ristretto l’ambito di applicazione della legge dei culti ammessi. Può venire molto più facilmente a completamento finale del quadro, in un contesto già più pacificato, piuttosto che a lato di alcune Intese. Credo che questa legislatura ci insegni la bontà di questo approccio forse meno sistematico, ma senz’altro più produttivo perchè più pragmatico.

I problemi vanno risolti tutti, ma la scelta della sequenza è una questione di efficacia.

 

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