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L'etica pubblica, di Carlo Maria Martini

creato da Denj — ultima modifica 14/09/2015 18:07
E' sufficiente il fatto che di argomenti etici tanto si parli, perché si possa effettivamente incidere sulla qualità del tessuto morale della società contemporanea? Un interessante e profonda analisi del card. Martini risponde alla domanda...

L'attenzione per i temi dell'etica pubblica è visibilmente lievitata nella stagione più recente della vita civile, e di questo fatto ci si deve compiacere. Sorge tuttavia spontaneo il dubbio: è sufficiente il fatto che di argomenti etici tanto si parli, perché si possa effettivamente incidere sulla qualità del tessuto morale della società contemporanea e soprattutto perché si possa porre rimedio a quella spiccata incertezza morale che sembra affliggere la coscienza personale di ciascuno in questo tempo?

Le molteplici forme della comunicazione pubblica certo concorrono ad accrescere in qualche misura la sensibilità di ciascuno per i problemi della vita comune; esse spesso minacciano però di alimentare una specie di delega delle responsabilità.

La comunicazione pubblica colpisce preferibilmente le responsabilità dei poteri pubblici; ignora invece per lo più il momento della vita personale, le difficoltà e gli interrogativi con i quali essa deve cimentarsi, la coscienza di ciascuno, i modelli di comportamento ai quali più o meno consapevolmente una tale coscienza soggiace.

La tendenziale disattenzione del dibattito pubblico sull'etica per quegli aspetti che più immediatamente riguardano la responsabilità di ciascuno ha motivazioni complesse; cerchiamo qui di illustrarne alcune, che ci sembrano più immediatamente attinenti al campo di interesse della presente rivista. L'accresciuta attenzione pubblica ai temi dell'etica è alimentata anzitutto da concreti problemi di "giustizia" proposti dalle forme dell'esperienza civile in rapido mutamento. Si tratta di problemi di qualità molto diversa tra di loro, che quindi non possono essere ricondotti troppo precisamente a un denominatore comune.

Per illustrare questa profonda differenza, facciamo riferimento, a titolo d'esempio, per un lato ai problemi della bioetica e per l'altro lato ai problemi di quell'«etica degli affari e delle professioni», alla quale è intitolata la presente rivista. I problemi della bioetica sono anzitutto legati alle nuove acquisizioni nel campo delle scienze biologiche, e quindi del potere tecnologico in molti ambiti della pratica medica. Più immediata risonanza hanno avuto le nuove forme della «procreazione assistita» e i problemi obiettivamente posti dal configurarsi di un'esasperata artificiosità dei processi generativi.

La consistenza di tali problemi è tale da riguardare, non solo e subito le "giuste" regole sociali a cui sottoporre tali materie, ma prima ancora la coscienza stessa dell'uomo e della donna candidati a far uso di tali tecniche, e più in generale di ogni uomo e di ogni donna. Il problema di "giustizia" – inteso come problema di etica professionale e quindi di equità nel rapporto tra professione medica e utenza – appare qui soltanto secondo rispetto a una serie di più radicali problemi, per formulare i quali la cultura contemporanea sembra addirittura mancare del linguaggio adatto.

Che cosa vuol dire "generare"? Che cosa fa la differenza tra l'arcana figura del "generare" e l'inquietante figura del "fabbricare" un figlio? Che cosa è "vita" in un'accezione propriamente umana, al di là di ciò che ne sa la biologia? Quali sono le condizioni – "morali" o, addirittura, "religiose" – che si debbono rispettare perché la generazione non risulti un sopruso nei confronti di colui che è messo al mondo? È possibile giungere a un consenso civile, per quanto riguarda la determinazione di tali condizioni, oppure occorre rassegnarsi alla prospettiva che vorrebbe la coscienza "privata" giudice insindacabile in tale materia?

Nonostante oggi si parli molto di «etica pubblica», sembra invece che rimanga stretto il silenzio sulla più antica e misteriosa "morale": su quei criteri dell'agire, cioè, che garantiscono non semplicemente la "giustizia" nei rapporti sociali, la "giustizia" dell'uomo a fronte della sua stessa coscienza. Quando non si affrontino le sottese questioni "morali", d'altra parte, sembra che le stesse questioni di «etica pubblica» non possano ricevere altro che soluzioni convenzionali, risultato di un compromesso tra punti di vista diversi e incomparabili e non, invece, di un reale consenso a proposito di ciò che è degno dell'uomo, di ciò che fa buona la vita.

Alla radice del tendenziale silenzio del dibattito pubblico sulle questioni propriamente "morali" stanno ragioni note e meno note. Tra le ragioni note ricordiamo quella costituita dal cosiddetto "pluralismo" che caratterizza la civiltà contemporanea per quanto attiene alle questioni relative al senso ultimo della vita. Tra le ragioni meno note, o comunque meno frequentemente ricordate a livello di dibattito pubblico, sono invece quelle connesse al distacco sistematico che, nelle forme della vita civile contemporanea, sembra tendenzialmente stabilirsi tra coscienza individuale e scambio sociale.

È certo riconosciuto da tutti che anche la vita sociale ha bisogno di criteri di carattere "etico": essi sono di solito cercati in "valori" molto formali – libertà, giustizia, rispetto dei diritti dell'uomo e così via – sui quali sembra facile il consenso di tutti. Il prezzo che si deve pagare per il carattere troppo formale di quei "valori" sui quali tutti consentono è però questo, che essi non bastano a suggerire univoche ragioni di soluzione dei nuovi problemi che oggi si pongono, ad esempio quelli appunto proposti dalla bioetica.

Sembra giustificato questo dubbio: il consenso sui "valori" da tutti declamati è consenso effettivo o solo nominale? Per dare univocità a quei "valori" non è forse necessario che si apra un confronto pubblico su quei problemi morali, che la coscienza del singolo inevitabilmente conosce, e sui quali invece le voci pubbliche sembrano per lo più preferire sia tenuto il silenzio?

Mi chiedo se i contrasti spesso rilevati, e spesso anche deprecati, tra «etica laica» e «morale cattolica» non siano da ricondurre per una parte cospicua esattamente a questo equivoco: la Chiesa si occupa anzitutto di questioni morali, e non di questioni di etica pubblica; essa afferma inoltre che l'attenzione ai profili propriamente morali delle diverse questioni è comunque imprescindibile anche in ordine alla soluzione delle questioni di carattere giuridico. Questo per altro non comporta una conclusione così semplicistica, quale sarebbe quella che intendesse proporre senz'altro la dottrina morale cattolica quale modello a cui conformare la legge civile; mentre proprio questo è il sospetto che viene facilmente nutrito nei confronti della Chiesa e rispettivamente nei confronti delle diverse espressioni del cattolicesimo a livello civile..

Alle difficoltà oggettive di un'intesa tra "laici" e "cattolici" su questioni tanto complesse si aggiungono certo molte difficoltà che invece nascono soltanto da quella inclinazione facile della comunicazione pubblica a far uso di formule stereotipe, che mirano assai più a colpire che ad argomentare. Un'intesa, e prima ancora un confronto più "razionale" e meno emotivo tra "laici" e "cattolici" sulla complessa materia della distinzione e insieme della correlazione tra diritto e morale, sarebbe favorito dal riconoscimento esplicito anche da parte della cosiddetta cultura "laica" della consistenza specifica del problema morale, e quindi dal riconoscimento comune del rilievo che tale problema obiettivamente assume anche sotto il profilo del giudizio sui fatti di civiltà.

La coscienza morale individuale, infatti, non è un fatto puramente "privato"; essa per un lato è obiettivamente plasmata anche a partire dalle condizioni civili della vita; e d'altra parte la buona qualità della vita comune non può essere adeguatamente garantita a opera esclusiva delle "regole" del diritto o della proclamazione pubblica dei massimi "valori", dipende invece anche e non marginalmente dalla qualità del costume a livello di comportamenti personali.

Le questioni sollevate dall'«etica degli affari e delle professioni» sembrano, in prima battuta almeno, meno radicali, e di carattere più squisitamente civile. Così come di fatto nascono, in ambito anglosassone, esse sembrano connesse a un originario interesse "utilitaristico" – per quanto del tutto legittimo, e alla fine corrispondente allo stesso interesse sociale – piuttosto che a un interesse propriamente morale.

L'affermarsi delle mille nuove professioni, la sempre più esasperata frammentazione delle competenze specialistiche, la conseguente opacità dei criteri in base ai quali apprezzare la reale consistenza di proclamate "competenze", gli accresciuti ritmi di obsolescenza delle stesse, tutto questo minaccia di creare un diffuso clima di incertezza. Tale clima d'altra parte sembra incoraggiare strategie di comportamento "selvagge", che puntano assai più sulla immagine e sul potere di seduzione che sulla qualità obiettiva e accertabile delle competenze in questione.

Una tale dinamica appare obiettivamente perversa, e tale da compromettere alla lunga la stessa immagine complessiva dei singoli corpi professionali. Di qui l'esigenza diffusamente avvertita di procedere a una ridefinizione delle «regole del gioco», capaci di offrire garanzie di trasparenza all'esercizio della professione o rispettivamente dell'attività di impresa. E tuttavia, l'effettiva realizzazione di questi obiettivi non sembra possibile mediante la semplice statuizione di "regole" convenzionali certe; comporta invece che si persegua il più ambizioso obiettivo di un "costume" sufficientemente univoco e consensuale.

Come definire la differenza tra un vero e proprio "costume" e semplici "regole" materiali di comportamento? Le "regole" hanno di necessità carattere casistico, sono quindi sempre molto analitiche, e anche mai sufficienti a prevedere tutto; sono inoltre difficilmente controllabili, specie da parte dei non addetti ai lavori. Rischiano quindi di fatto di non riuscire a correggere quella cattiva dinamica per la quale la preoccupazione etica è intesa più come cura dell'immagine pubblica, che come effettiva cura della buona qualità obiettiva del servizio che le singole professioni offrono al bene comune della società.

La promozione di un "costume", per converso, esige appunto che la riflessione dei singoli corpi professionali proceda oltre: dalla semplice statuizione di regole analitiche a cui attenersi nell'esercizio della professione, passi a considerare gli "stili" complessivi di comportamenti, e tenti quindi anche una valutazione consensuale di tali "stili" per riferimento ai parametri di bene e di male almeno virtualmente propri della società nel suo complesso.

L'operazione comporta dunque che sia resa operante una riflessione proporzionalmente esplicita sulle ragioni per le quali l'opera delle singole professioni può e deve essere riconosciuta come concorrente al bene comune.Una tale riflessione non potrà prodursi ovviamente nell'ambito esclusivo della "corporazione" professionale; dovrà invece mettersi a confronto con l'opinione pubblica tutta; dovrà curare la comunicazione con tale opinione pubblica; potrà in tal modo anche concorrere a un'obiettiva promozione della stessa.

Lo sviluppo di un'etica professionale a tali condizioni appare capace di divenire, pro parte sua, momento di quell'etica politica, di cui lamentavamo all'inizio il difetto: un'etica che non si limita a denunciare le responsabilità dei poteri pubblici, si preoccupa invece di determinare il contributo che al bene comune può e deve venire dai comportamenti personali di ciascuno. Non solo, ma un'etica professionale di tal genere potrebbe da vicino contribuire allo sviluppo della stessa coscienza "morale" del professionista; di quella coscienza cioè che esige da lui, non solo di non ledere i diritti degli altri, ma di vivere il proprio impegno professionale come momento di quel disegno più profondo della vita, che consiste appunto nello spendere se stessi per il bene di molti.

Anche nel caso dell'attività professionale infatti accade oggi spesso che il singolo sia inquietato, non solo dalle eventuali "ingiustizie" subite, ma dal difetto di motivazione ideale per il proprio impegno; detto altrimenti, dal difetto di una trasparente e convincente "giustificazione" morale – e non di carattere semplicemente economico o di immagine – per un momento della propria vita che certo è tutt'altro che marginale.

 

fonte: testo pubblicato nel 1992 nel periodico «Etica degli affari e delle professioni» (n. 1, pagg. 12-14 edito dal Sole 24 Ore a cura di Armando Massarenti)

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