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I rapporti tra Lega Nord e Chiesa cattolica, di Luca Lorusso

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 08/10/2015 18:37
La cronaca degli ultimi giorni ripropone il problema del rapporto tra Chiesa cattolica e Lega. Riportiamo l'intervista all'autore di un interessante saggio sul tema, Paolo Bertezzolo che ha scritto su "Padroni a Chiesa nostra. Vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord", edito dalla Emi....

L’attacco all’unità nazionale e il rifiuto del diverso. In 20 anni la posizione della Lega è rimasta costante. E la strategia nei confronti della chiesa è chiara: aggressioni a gerarchie e associazioni impegnate nell’accoglienza. Ma anche prese di posizione in favore di «valori non negoziabili». Il cattolicesimo della Lega è pre-conciliare, tradizionalista e strumentale. In antitesi all’«essere cristiano» di oggi. 
Ce lo racconta Paolo Bertezzolo autore di un interessante saggio sul tema.

«Lega Nord per l’indipendenza della Padania» recita il sito Internet del movimento politico fondato da Umberto Bossi. 
Vi navighiamo allo scopo di trovare lo statuto del partito citato nell’ultimo libro di Paolo Bertezzolo, «Padroni a Chiesa nostra. Vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord», edito dalla Emi. Leggiamo nell’articolo 1 del testo attualmente in vigore, approvato nel marzo 2002: «Il Movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” […], ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana».
L’attacco all’unità nazionale, dichiarato dal movimento leghista a chiare lettere, costituisce uno dei principali motivi di contrasto tra la Lega e la Chiesa cattolica fin dalla fine degli anni ‘80, insieme al rifiuto xenofobo del «diverso», straniero, meridionale, rom, extracomunitario o islamico che sia.
Paolo Bertezzolo nel suo volume che ripercorre la storia del più longevo partito politico italiano presente oggi in parlamento, scrive anche di questo. E ne scrive perché la tesi del suo lavoro, ampiamente dimostrata, è proprio quella che negli ultimi 20 anni ci sia stata, e ci sia, una strategia leghista molto precisa nei riguardi della Chiesa. Attacchi alle gerarchie e ad alcune organizzazioni cattoliche schierate per l’unità nazionale e impegnate nell’accoglienza degli stranieri, ma anche ammiccamenti, espliciti corteggiamenti e forti prese di posizione in favore di alcuni «valori non negoziabili»: la famiglia tradizionale, l’obiezione all’aborto, le radici cristiane dell’Italia e dell’Europa, la difesa del crocifisso.
Fatto di attacchi, a volte molto violenti e spesso irriverenti, ma anche di dichiarazioni e atti di fedeltà alla «cristianità», l’atteggiamento leghista verso la Chiesa è lontano dall’essere contraddittorio: la Lega si fa amica della Chiesa e allo stesso tempo sua oppositrice al fine di mostrarsi come autentica detentrice della tradizione cristiana più della Chiesa stessa. Le apparenti contraddizioni trovano la loro coerenza nella volontà «totalizzante» della Lega di assorbire in sé tutte le caratteristiche identitarie delle comunità che vuole rappresentare, quindi anche quella religiosa. I valori religiosi ed etici diventano meri valori culturali con il fine di costruire l’identità «padana», di avere un sempre maggiore potere simbolico e consenso elettorale. In questa strategia, efficace nell’intercettare il sentimento «popolare», anche grazie ad un forte radicamento della Lega sul territorio, la Chiesa è costantemente sotto l’attacco di una pericolosa strumentalizzazione politica. 
Bertezzolo con il suo ampio lavoro, oltre ad indicare in modo chiaro l’esistenza di una strategia leghista volta a conquistare il «terreno» della Chiesa, sembra volerla invitare a vegliare per non lasciarsi sopraffare. Ma anche a non lasciarsi vincere dalla tentazione di strumentalizzare a sua volta le posizioni leghiste più vicine alle proprie, al fine di promuovere a livello politico e istituzionale ciò che le sta a cuore, con rischi sul piano della fede e della fedeltà al Concilio Vaticano II. Se per un partito politico come quello «bossiano» infatti il fine (il consenso elettorale, il potere) giustifica i mezzi (invettiva anticlericale e vezzeggiamento «ultracattolico»), per la Chiesa, sembra dirci Bertezzolo, il fine (l’annuncio di Dio amore e salvatore del mondo) e i mezzi devono essere coerenti, pena il tradimento del Vangelo.

Innanzitutto ci dica qualcosa 
di lei.
«Attualmente sono pensionato. Il mio lavoro è stato, prima di insegnante di storia e filosofia nei licei, poi di preside: ho diretto un liceo a Verona per una ventina d’anni. Mi sono sempre impegnato nel campo sociale, civile. Alla fine degli anni ‘70 sono stato presidente provinciale delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) a Verona; sono stato impegnato in Pax Christi; ho avuto anche una fase di impegno politico che mi ha portato in parlamento per una legislatura a inizio anni ‘90.
Ho sempre cercato di conciliare l’attività professionale con quella dell’impegno civile».

Come nasce l’idea d’indagare  la strategia religiosa della Lega?
«È stata un’idea della casa editrice. Una proposta del direttore editoriale, Pier Maria Mazzola, che ho accolto con entusiasmo. Questo libro mi è stato molto utile, perché mi ha dato l’occasione di riflettere a fondo su più di vent’anni della storia civile, politica e religiosa del nostro paese». 

Lei vive vicino a Verona. Come vede relazionarsi la Lega con la Chiesa locale?
«La Lega si sta diffondendo sul territorio a macchia di leopardo. Ci sono alcune realtà ecclesiali in cui è particolarmente presente e ascoltata, alcune in cui è assente, altre in cui vive situazioni di conflitto col parroco, coi laici impegnati. Però in generale assisto ad una sua progressiva espansione all’interno delle comunità parrocchiali, sia in Veneto che in Lombardia: le due regioni in cui la Lega è storicamente più presente».

Qual è la concezione religiosa della Lega Nord?
«Il leghismo è portatore di una visione cristiana tradizionalista, di tipo lefebvriano e, direi, anticonciliare, che si rifà al modello di cattolicesimo di Pio V, il papa della Lega Santa che nel 1571 batté l’impero ottomano nella battaglia di Lepanto. Questo a mio avviso crea un problema molto serio per la Chiesa, perché ritengo, come sostengono il vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli, e un dossier pubblicato da «Missione Oggi», che le posizioni del cattolicesimo leghista siano assolutamente inconciliabili con il cattolicesimo del Vaticano II. La Chiesa oggi si trova di fronte ad un bivio: far prevalere i cosiddetti valori non negoziabili, quelli connessi al grande tema della vita, oppure i valori della solidarietà, dell’accoglienza, dell’attenzione all’ultimo, quelli legati alla carità cristiana. Far prevalere le tendenze che portano verso un accordo con la Lega, o no?
Io credo che si sia espresso molto bene monsignor Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea, ndr), il quale dice che la difesa della vita, l’attenzione alle tematiche bioetiche, non possono essere disgiunte dalla caritas. L’una non può stare senza l’altra. Prendendo solo uno dei due aspetti si tradisce il Vangelo. 
La Lega è disponibile a difendere le tematiche del primo ambito, ma non le seconde».

Nel suo libro questo risulta molto chiaro: da un lato la Lega attacca, anche violentemente, la Chiesa quando essa è a favore dell’unità solidale dell’Italia e per l’accoglienza degli ultimi, immigrati. Dall’altro fiancheggia la Chiesa, ne prende le parti quando si tratta di difendere le radici cristiane, la famiglia tradizionale, di rifiutare l’aborto e così via. 
«Certo. Su questo si rende evidente l’inconciliabilità della Lega con la Chiesa. La Lega non è assolutamente disponibile ad aprirsi alla caritas. Per essa è costitutivo il rifiuto del diverso e il richiamo all’identità dei popoli “padani”, anche se questi sono un’entità di difficile identificazione territoriale ed etnica. 
Non per niente la Lega rimpiange Lepanto, perché ha una visione crociata del rapporto con la realtà territoriale, con le diversità culturali, con gli islamici. Per la Lega “gli infedeli” sono da combattere. 
Da un punto di vista cristiano, invece, io non posso combattere l’infedele. Per fortuna questo l’abbiamo capito. Lo sancisce il Concilio, ma ce lo dice tutta la Parola di Dio: questo deve creare dei problemi con le posizioni leghiste».

C’è nella Lega una strategia precisa, una strumentalizzazione delle tematiche etiche, religiose, cristiane, a fini politici. Secondo lei c’è consapevolezza di questo nella Chiesa?
«In parte questa consapevolezza c’è. Faccio riferimento alle posizioni dei due grandi arcivescovi di Milano, che non a caso sono il primo e grande bersaglio - il cardinal Tettamanzi lo è tutt’ora - degli strali della Lega.
Sia Martini, sia Tettamanzi, hanno mostrato con lucida chiarezza e grandissima coerenza cristiana, l’inconciliabilità delle posizioni leghiste con l’essenza dell’annuncio cristiano, che è un annuncio di accoglienza. Dello straniero, del diverso. Questa non è nient’altro che la parola di Dio, il messaggio biblico: “Ricordati che tu sei stato straniero”. L’esodo ci appartiene come credenti.
Secondo me, invece, un’altra parte di Chiesa, compresi alcuni esponenti della gerarchia, vede con attenzione, anche se forse non con condivisione, le posizioni leghiste, perché funzionali a una difesa dei valori cristiani “più tradizionali”, e di quelli legati alle grandi questioni della bioetica.
Il segno di contraddizione passa da qui: noi possiamo sostenere la difesa intransigente dei valori della vita fino ad allearci con chi costituisce l’antitesi del messaggio cristiano dell’accoglienza? 
Secondo me la grande sfida che la Chiesa ha presente oggi è: qual è il rapporto che deve avere con la realtà storica, temporale, quindi anche politica?  Come declinare i suoi valori dal punto di vista politico?
Su questo punto credo che vada fatta una grande opera: io vorrei il coraggio evangelico del confronto con la parola di Dio. Che cosa ci dice essa a questo proposito? È più importante una legge che, nel versante delicatissimo del “fine vita”, corrisponda all’interpretazione che la Chiesa dà di esso, o il fatto che il messaggio dirompente del Vangelo arrivi alle coscienze, lasciando che esse animate, vivificate dalla parola di Dio, si muovano con la libertà che spetta ai figli di Dio e che tutta la Bibbia riconosce loro?
Fino a che punto la testimonianza, il messaggio cristiano può e deve identificarsi con la legislazione dello stato, di uno stato che è pluralista?
La Chiesa che crede nell’utilizzo della legge, dell’istituzione, per far passare il proprio messaggio può arrivare ad un accordo con la Lega. Ma il messaggio che passa attraverso le leggi è il messaggio cristiano? 
Io sinceramente temo di no.
Queste sono sfide grandissime oggi. Mi piacerebbe che i nostri vescovi, i nostri preti e noi laici ci confrontassimo su queste tematiche che sono quelle dell’annuncio del Vangelo».

Potrebbe, in poche battute, indicarci qual è la sostanza del suo libro? 
«Ho voluto dimostrare che c’è un cammino storico, documentato a partire dalla fine degli anni Ottanta fino al dicembre del 2010, in cui la Lega non ha mai mutato le proprie posizioni, i suoi principi non negoziabili: come quello dell’affermazione di una realtà territoriale, chiamata a volte Padania, a volte Nord, da separare dal resto del paese e costituire come stato indipendente riconosciuto a livello internazionale, come dice l’articolo 1 dello statuto della Lega. E ho voluto mettere in luce come la Chiesa, nelle sue varie articolazioni, si è proposta nei confronti di questa sfida dirompente che rischia di squassare l’assetto istituzionale, politico, sociale, culturale, religioso, del nostro paese. 
La Chiesa ha modificato il suo percorso, la Lega no. C’è una prima fase in cui la Chiesa si è opposta radicalmente e in toto alla Lega, seguita da una lenta evoluzione in cui, alla sua opposizione sempre intransigente e chiara sulle questioni dell’unità nazionale e dell’accoglienza dello straniero, si è affiancato un atteggiamento di attenzione, non dico consonante, e neanche simpatetico, se non in alcune frange della Chiesa, ma favorevole nei confronti della Lega, vista come baluardo della tradizione cattolica, e in particolare come forza politica utilizzabile nella battaglia sulle questioni bioetiche».

Verso la conclusione del libro scrive: «In gioco è la fedeltà al concilio». 
«Se la Lega diventasse sul serio un interlocutore della Chiesa, questo avverrebbe a scapito del concilio: la Lega è infatti una forza esplicitamente anticonciliare. 
Oggi l’essere cristiano è radicalmente messo in discussione. Il Concilio è l’annuncio della parola di Dio nel ventesimo e nel ventunesimo secolo: oggi non si può pensare all’annuncio di una fede cristiana, cattolica, che prescinda dal concilio. 
La Lega mette in discussione proprio questo. Essa è a favore di un cattolicesimo tradizionalista, identitario. Concepisce il cattolicesimo come mera componente dell’identità territoriale che vuole costruire, il Nord, la Padania, con un carattere di forte esclusione del diverso, l’immigrato, l’uomo, la donna che proviene dal terzo mondo, l’islamico in particolare».

È impressionante la mole di dichiarazioni da parte di esponenti leghisti volte ad affermare il ruolo della Lega di autentica custode della tradizione cristiana, in contrapposizione ad una Chiesa invece spesso incolpata di tradire quella stessa tradizione. 
«La Lega è un partito totalizzante. Su questo io non ho dubbi. 
Ciò significa che si propone come soggetto che dà vita, in se stessa, a tutte le possibili espressioni del territorio, quindi la cultura - nella sua accezione identitaria, ricercata a volte in aspetti piuttosto grossolani - , ma anche la religione in quanto parte di un’identità etnica tutta da inventare. In questo senso quindi la Lega non è affatto pluralista né laica, e punta ad assorbire in sé anche l’espressione religiosa cattolica. 
Quando la Lega si dice “cattolica”, lo fa in questo senso. Non per niente lo fa in chiave anticonciliare, perché il concilio è il trionfo della visione laica, pluralista, del rispetto delle altre confessioni religiose e dei non credenti». 

Lei come vede il futuro del movimento leghista?
«La Lega in questo ultimo anno a livello istituzionale sta dimostrando una moderazione che non è propria della sua storia. Bisognerebbe capire che cosa questo significhi: se siamo in presenza di un’evoluzione moderata, cioè di una Lega che pur rimanendo una forza politica territoriale accetta di far parte di uno stato costituzionale, accettando la Costituzione italiana ed i principi che sono presenti in essa, compresi quelli della laicità e del pluralismo, o se, per l’ennesima volta, siamo in presenza di una scelta tattica. Oggi la Lega vive un momento politicamente molto debole, dovuto alla crisi del modello berlusconiano, e fà proprio un moderatismo tattico per attraversare il guado di questa difficile fase politica in cui deve comunque portare a casa dei risultati, come le norme sul federalismo. 
Io mi auguro fortemente che sia in corso un’evoluzione del primo tipo, cioè la trasformazione della Lega, pur lenta e difficile, in una forza territoriale moderata, un po’ sull’esempio della democrazia cristiana bavarese: forza regionale, ma costituzionale e democratica. Però c’è ancora molto cammino da fare. Qualche segnale - io sono sempre ottimista - che possa farci pensare ad una evoluzione democratica della Lega non nego che ci sia. Ma viviamo una fase complessa, di transizione molto difficile, drammatica, del nostro paese».

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