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Le trasformazioni indispensabili per affrontare l’era dell’instabilità, di Vincenzo De Sensi

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 19/12/2020 09:46
Le crisi si superano così: con dedizione e sacrificio; riscoprendo l’ebbrezza di sapersi protagonisti di soluzioni possibili, artigiani di uno o più tasselli di un mosaico globalizzato che esige umanizzazione, sognatori di realtà che sono tra il già e il non ancora e che attendono la nostra risposta generosa…

La parola crisi ha ormai invaso il nostro lessico comune, tracimato nei contenuti anche più sofisticati dei nostri ragionamenti e confronti pubblici e privati, martellato le nostre intelligenze in un crescendo rossiniano. Certo ne abbiamo ben donde, lo riconosco. In Italia e in Europa dalla crisi dei subprime in poi è un susseguirsi di interventi normativi, di pensamenti economici e politici, di ricerca di nuovi equilibri e prospettive possibili. Ma ricadendo sempre in una nuova crisi e in un nuovo affanno. 

E allora non è forse che i tempi che viviamo ci dicono altro, ovvero che in fondo la crisi – intesa come tensione verso qualcosa di nuovo e più stabile – non è altro che una condizione endemica dello sviluppo e della vita ordinaria comunitaria e personale? Non è forse che la vita, in alcuni momenti, ci fa sentire più pressanti le sue esigenze di attenzione e rispetto alle quali siamo chiamati a dare risposte sempre nuove ? Non è forse che ci eravamo sin troppo abituati a un’idea di sviluppo storico di “magnifiche sorti e progressive” senza fare i conti con i nostri limiti creaturali e senza fare buona esperienza degli insegnamenti del nostro Leopardi sull’idea di sviluppo e progresso? Ebbene, il lettore avrà inteso che si tratta di domande retoriche che sottendono da parte di chi scrive una risposta affermativa.

Se dunque queste possono essere assunte a premesse di un ragionamento sulla crisi e sull’innovazione, occorre allora riflettere intorno alla sfida che la storia ci pone innanzi, cercando in primo luogo di trasmettere alle giovani generazioni non solo i pur necessari aiuti economici del Recovery Fund, ma soprattutto esempi concreti di dedizione e sacrificio.

Si tratta di parole alle quali al contrario non siamo abituati, eppure ogni crisi, tutte le crisi si superano così: con dedizione e sacrificio; riscoprendo l’ebbrezza di sapersi protagonisti di soluzioni possibili, artigiani di uno o più tasselli di un mosaico globalizzato che esige umanizzazione, sognatori di realtà che sono tra il già e il non ancora e che attendono la nostra risposta generosa.

Occorre dunque trasmettere questo alle nuove generazioni, guardando con estrema attenzione alla loro formazione, alla loro cultura, alla loro sensibilità ed al loro equilibrio personale. Guardando così alla crisi dovremmo dunque intendere ciò che va eliminato e ciò che va invece promosso.

Di certo, ci verrebbe da dire, va eliminato un modello di sviluppo basato solo sul consumo. Sì, questo ci sembra del tutto condivisibile. Ma il punto è un altro; è che l’abitudine al consumo ci ha portato oltre, ovvero a radicare l’idea che la realtà non è quella che ci si pone innanzi, ma quella che abbiamo in testa, quella che vorremmo individualmente creare. Su questo punto la lezione della crisi attuale è tra le più sonore, proprio perché la realtà ci si ripresenta nella sua oggettività che non possiamo trascurare o manipolare. Quindi dovremmo eliminare questo grave difetto cognitivo nato da una sorta di rimbambimento consumistico collettivo.

Il secondo aspetto da eliminare è il trasformare i problemi da affrontare in luoghi comuni, del tipo: il Sud non avrà mai sviluppo, la (mia) Calabria è un disastro a cielo aperto, la scuola non funziona, in Italia non c’è meritocrazia. Può essere che il luogo comune sottenda una certa verità, solo che se partiamo da esso (luogo comune) allora anche le soluzioni saranno tautologiche, del tipo: dobbiamo sconfiggere la mafia, la scuola deve fornire ideali, al Sud c’è il sole e dobbiamo valorizzarlo. Non c’è niente di più drammatico in un contesto di crisi di essere tautologici, di dire non ovvietà ma, peggio, pronunciare affermazioni che di per sé nessuno potrebbe contestare e che quindi non suscitano un vero dibattito.

E allora il punto è come arrivare a certi obiettivi, e soprattutto quali obiettivi proporre. E qui possiamo cogliere quello che va promosso. Ci sembra che siano almeno tre gli ambiti strategici su cui agire prontamente e con consapevolezza.

Il primo è il lavoro. È cruciale riuscire a cogliere in anticipo le professioni del futuro, quelle di cui l’economia avrà bisogno nei prossimi anni per adeguare i percorsi formativi già esistenti e crearne di nuovi. Se ad esempio guardo al contesto in cui do formazione e in cui lavoro, già da anni si percepisce che in certi settori dell’assistenza legale il mercato non chiede più soltanto la professione di avvocato o di giurista di impresa, ma chiede l’erogazione di un servizio. Servizio che è sempre più di carattere finanziario e che con il tempo si sta legando allo sviluppo del Fintech. Sarà allora necessario adeguare i percorsi, in questo caso universitari, per rispondere a questa crescente esigenza.

Il secondo è quello della crescita demografica. La denatalità è una crisi nella crisi. Le famiglie non puntano sul futuro dando al mondo figli per paura, per precarietà, per mancanza di servizi e di adeguate politiche fiscali. Da quanto tempo si parla del quoziente familiare? Eppure è nel pieno interesse della nostra Repubblica introdurlo: se una famiglia si apre alla vita, così contribuendo al bene di tutti, perché allora non aiutarla a livello fiscale? Sarebbe una moderna ed efficiente visione della imposizione fiscale volta a creare sviluppo e benessere sociale, promuovendo una società meno individualista e ripiegata su sé stessa.

Il terzo è avviare un nuovo grande percorso di collaborazione tra pubblico e privato nello sviluppo economico. Occorre pensare a forme concrete di attuazione del principio di sussidiarietà che porta in sé una concezione di rispetto della libertà personale e di iniziativa economica da guardare sempre con favore, incentivandola con l’aiuto dello Stato nelle aree cosiddette depresse o a bassa crescita economica e sociale. Questo obiettivo però esige estrema trasparenza e senso di responsabilità sociale e politica per contenere per quanto possibile forme di abuso e corruzione. Però, il fatto che possano esserci negatività non può esimerci dal prendere in seria considerazione questa opzione di sviluppo; occorre piuttosto prepararla giuridicamente e moralmente sapendo di contribuire al benessere sociale.

Facciamo dunque saltare la monetina per cambiare verso. È il flipside thinking: cogliere la sfida di pensare all’altro lato della medaglia, contribuendo a far sì che sia il lato positivo.

https://www.ilsole24ore.com/art/le-trasformazioni-indispensabili-affrontare-l-era-dell-instabilita-ADR9US8

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