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Le regole del potere, di Carlo Bonini

creato da D. — ultima modifica 29/09/2015 12:12
La nomina di Gianni De Gennaro ai vertici di Finmeccanica si configura come un "risarcimento" che una politica fragile deve assicurare a chi, a torto o a ragione, teme...

 

Che ci fa uno “sbirro” alla guida di un colosso pubblico da 70 mila dipendenti e 3 miliardi e rotti di euro di perdite negli ultimi due esercizi di bilancio? E perché poi proprio “quello” sbirro, il Fouché italiano? Le domande che hanno salutato la nomina di Gianni De Gennaro a presidente di Finmeccanica suonano tutt’altro che oziose. Anche al netto delle deleghe che gli sono state attribuite (sicurezza, internal audit, rapporti istituzionali) e che pure ne definiscono il perimetro di controllo e intervento. E, a ben vedere, sono le stesse domande che, nel mese di “vuoto” successivo alla sua uscita da Palazzo Chigi, l’interessato agitava, con studiata guasconeria, per spegnere la curiosità di chi gli chiedeva notizie di quella candidatura che, nel quadrilatero dei Palazzi del Potere, pure era diventato un segreto di Pulcinella.

Un’antica regola del Potere impone di non scoprire mai le proprie ambizioni, in modo che l’eventuale sconfitta non appaia tale e la vittoria risulti una sorpresa. Gianni De Gennaro, 65 anni il prossimo 14 agosto, ne ha fatto un modo d’essere, prima ancora che una religione. Nel giugno del 2007, lasciando dopo sette anni la guida della Polizia, riuscì ad accreditare il rumor che, da appassionato di cavalli quale è, lo voleva futura guida dell’Unire (Unione nazionale per l’Incremento delle razze equine). Sappiamo come è andata. Commissario straordinario per l’emergenza dei rifiuti a Napoli (gennaio-maggio 2008), Direttore del Dipartimento per l’Informazione e la Sicurezza, il vertice della nostra Intelligence civile e militare (maggio 2008maggio 2012), Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti (maggio 2012-aprile 2013).

Anche quest’ultima partita di Finmeccanica non ha fatto eccezione. Avesse potuto decidere, sarebbe rimasto a Palazzo Chigi nel dopo Monti (progetto politico in cui ha creduto e su cui, forse per la prima volta nella sua vita, aveva aderito senza dissimulazioni) per continuare nel lavoro di sottosegretario con delega a quegli apparati in cui è cresciuto per 35 anni. Un lavoro - non ne aveva fatto mistero - che gli piaceva. E molto. Non potendolo fare, ha scommesso su un “risarcimento” che una Politica fragile sente di dover assicurare a chi, a torto o a ragione, teme. E che è arrivato.

Gli amici liquidano l’approdo di De Gennaro in Finmeccanica, confinandolo alla psicologia dell’uomo. A un pronunciato horror vacui di fronte alla prospettiva di una vita ritirata (pure invocata in privato come un esorcismo) e fuori dalle stanze dei bottoni. Magari in compagnia della sensazione opprimente di un telefono che non squilla più. E di cui, in fondo, sarebbe testimone quell’antico soprannome - “ lo Squalo” - che, insieme alla ferocia del predatore a sangue freddo fotografa la sua condanna al perenne movimento. La verità è che, battezzato precocemente e alternativamente “risorsa” e “riserva” della Repubblica, De Gennaro è l’uomo di apparato che, in ossequio all’antica massima andreottiana (il potere logora chi non lo ha), prima e meglio di chiunque altro - da capo della Polizia prima, da direttore dell’Intelligence e da uomo di governo, poi - ha compreso la fragilità profonda della classe politica e dirigente del Paese nella sua infinita transizione. Soprattutto, ha afferrato il segreto della sua immarcescibilità, dei suoi criteri di selezione tarati sulla cooptazione e innervati da un’idea del potere come ricatto permanente, minaccia, scambio.

Non è un caso che chi, negli apparati ha provato a mettersi di traverso a De Gennaro, ne sia stato annichilito. Né è un caso che, nel tempo, l’uomo sia stato portato in palmo di mano dalla sinistra del Paese (senza essere mai stato in alcun modo uomo di sinistra) che lo ha immaginato diga alla dismisura berlusconiana e, insieme, proprio da quella stessa destra berlusconiana che non ha mai smesso di blandirlo, ricambiata da un appeasement abilmente mantenuto sul filo della “lealtà istituzionale”. L’una e l’altra, per altro, convinte di aver conquistato l’uomo alla propria causa nei giorni del G8 di Genova, quando De Gennaro, nel momento di sua massima debolezza, fu politicamente risparmiato da un abbraccio parlamentare bipartisan che, cinicamente, ha contribuito a ritardare la verità su quei giorni per 10 anni, rinunciando alle proprie prerogative e lasciando che la faccenda diventasse solo “questione giudiziaria”.

Se è dunque vero che la storia di Gianni De Gennaro è lo specchio o comunque il reciproco della debolezza della Politica di cui è stato “civil servant”, se è questa debolezza che ne spiega la sua quarantennale parabola, la sua nomina in Finmeccanica assume allora una logica meno eccentrica di quanto possa apparire. A suo modo cinica, ma pur sempre logica. Una celebre battuta dell’avvocato Agnelli sosteneva che lo stalliere debba conoscere i ladri di cavalli. Ebbene, se esiste un luogo dove l’intreccio tra Politica, apparati, interessi strategici e appetiti personali ha trovato la sua massima espressione è proprio nei 7 piani di vetro e acciaio di piazza Montegrappa, a Roma. In quel palazzo, sede della holding, la mano pubblica e i manager che ha espresso - le gestioni Guarguaglini, prima, Orsi, poi - non ha mai smesso di muoversi nel solco e nella filosofia delle Partecipazioni Statali. Come le inchieste giudiziarie di Bari (il caso Tarantini), Napoli (le commesse internazionali e le consulenze di Lavitola), Roma (le tangenti Enav e il caso Selex) e Busto Arsizio (le tangenti sugli elicotteri Agusta) hanno documentato, Finmeccanica è stata in questi anni la tasca della Politica, la sua stanza di compensazione, in una logica industriale dove la bussola dei conti, dell’efficienza e della crescita non collimava con l’agenda delle maggioranze di governo e dei suoi voraci clientes.

A Gianni De Gennaro non verrà ragionevolmente chiesto di esprimersi sull’opportunità di dismissione del comparto Ansaldo, sui numeri degli esuberi. Perché non è un manager, né lo diventerà. Ma di ripulire questa stalla, aggredendone quei nodi (la sicurezza e l’internal audit) che hanno contribuito a renderla quel che è diventata. E che ne hanno deturpato l’immagine internazionale. Da ex capo della nostra Intelligence, porta in dote un sistema di relazioni internazionali collaudato, innanzitutto con gli Stati Uniti, cui per altro lo legano ricordi e amicizie di un’altra vita, la prima. Quando Giovanni Falcone raccoglieva il pentimento di Tommaso Buscetta e all’Fbi sedeva Louis Freeh. Proprio quegli Stati Uniti in cui Finmeccanica ha consumato quel bagno di sangue chiamato “Drs” la cui acquisizione è pesata per 1 miliardo alla voce perdite del bilancio 2012 e dove si annuncia, ora, la complicata partita che deciderà delle sorti degli F35, su cui per altro Palazzo Chigi, azionista di maggioranza, dimostra di continuare ad avere idee ancora confuse.

Finmeccanica ha divorato uomini ambiziosissimi e, in modo diverso, spregiudicati. Ma con in comune un vincolo di sudditanza alla Politica di cui De Gennaro non pare appesantito proprio per quello specialissimo rapporto con il Palazzo costruito in 35 anni. Per quella consuetudine con il Potere che lo ha consegnato a una dimensione pubblica che nessun uomo degli apparati ha mai avuto nella storia repubblicana. Da presidente di Finmeccanica, la percezione che la montagna di segreti su cui è seduto sia destinata a lievitare ancora un po’ si arricchirà di nuove suggestioni. Che, conoscendo l’uomo, verranno lasciate correre. Perché, in fondo, anche quella è una regola del Potere.

 

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online, 9 luglio 2013

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