Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti, scelti da noi / Le parole dell'Europa: migrazioni, di Fabio Parola, Elena Corradi e Mattero Villa

Le parole dell'Europa: migrazioni, di Fabio Parola, Elena Corradi e Mattero Villa

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 16/05/2019 09:07
Di fronte all’emergenza, Istituzioni europee e Stati membri non sono riusciti a dare risposte condivise. Oggi, alla mancata solidarietà interna fa da contraltare il tentativo di “esternalizzare” la gestione del fenomeno ai Paesi terzi…

Nel 2018 le migrazioni si confermano al primo posto tra le sfide che, secondo l’opinione pubblica dei Paesi membri, l’Unione europea deve affrontare. Il 40% dei cittadini intervistati ha infatti posto la questione migratoria davanti al terrorismo (secondo classificato con il 20%).

La grande attenzione che l’opinione pubblica riserva alle migrazioni avviene tuttavia in un momento di svolta: nel 2018 le migrazioni irregolari verso l’Ue sono tornate ai livelli del 2013, l’anno che ha preceduto l’aumento dei flussi verso l’Italia (2014 - metà 2017) e la crisi greca (agosto 2015 - marzo 2016). Se nel 2015, all’apice della crisi, quasi 1,5 milioni di migranti irregolari avevano fatto il loro ingresso in Unione europea, nel 2018 gli ingressi irregolari sono stati soltanto 150.000 (ovvero il 90% in meno, ed equivalenti allo 0,03% della popolazione Ue28).

Le preoccupazioni relative alle migrazioni vanno inevitabilmente legate anche al netto rallentamento dell’Eurozona la cui crescita è scesa dal 2,4% del 2017 all’ 1,3% previsto per il 2019. Ma le preoccupazioni di carattere economico, che tra il 2010 e il 2014 erano sempre in testa alle classifiche, secondo i dati Eurobarometro risultano oggi più contenute. Allora perché l’opinione pubblica teme ancora così tanto le migrazioni?

Oltre agli evidenti problemi di percezione di un fenomeno che ha amplissima diffusione sui media, in particolare quando si tratta di arrivi via mare, i sondaggi sono probabilmente influenzati anche dalle conseguenze reali del periodo di alti sbarchi in Europa. Se infatti questi ultimi si sono notevolmente ridotti, le sfide a livello politico e sociale che ne sono derivate sono ancora molto presenti.

In particolare, quattro criticità continuano a infervorare il dibattito pubblico sul tema dell'immigrazione. In primo luogo, alcuni sistemi di accoglienza nazionali (in particolare quelli di Spagna e Grecia) restano sovraffollati per via degli arrivi degli anni passati, mentre in diversi Stati membri (Germania, Italia, Grecia, Francia, Malta) le commissioni d’asilo, che hanno il compito di decidere sulle domande di protezione internazionale, devono ancora valutare un notevole arretrato di richieste. In secondo luogo, i rimpatri dei migranti cui viene negata la protezione internazionale restano pochi e solo il 35% circa delle persone che ricevono un ordine di espulsione viene effettivamente rimpatriato, anche a causa del ridotto numero di accordi con i Paesi d’origine. Esiste poi un problema legato alle politiche di integrazione dei singoli Stati membri, che sono spesso confuse e carenti e aggravano così la percezione di crisi. Infine, gli Stati membri restano in disaccordo su come gestire gli sbarchi e i “movimenti secondari”, ovvero lo spostamento autonomo dei richiedenti asilo in violazione delle norme Dublino.

Malgrado i tentativi fatti nel corso di questi ultimi anni, tuttavia, gli Stati dell’Unione europea non sono stati in grado di trovare risposte efficaci e condivise per una gestione dei flussi migratori, regolari e irregolari, ispirata anche a quei criteri di solidarietà inscritti nei Trattati. Le politiche migratorie in Europa vengono gestite in parte ancora a livello nazionale, anche perché in materia le competenze dell’Unione europea sono molto limitate.

Ciò è accaduto nonostante l’emergenza migratoria del 2013-2015 avesse spinto prima alcuni Stati membri, e poi l’Ue nel suo complesso, a cercare di dare risposte comuni. Il primo tentativo fu, a fine 2014, l’avvio dell’operazione Triton, condotta da Frontex, l’Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne. Triton sostituiva l’operazione italiana di salvataggio in mare Mare Nostrum. La sostituzione non trasferì semplicemente le responsabilità dall’Italia all’intera Ue, ma portò anche a un cambiamento dell’obiettivo dell’operazione: il mandato di Triton non era più quello di condurre operazioni di salvataggio, ma di salvaguardare le frontiere esterne dell’Unione. E mentre la linea di pattugliamento di Mare Nostrum si spingeva ben oltre le acque territoriali italiani, fino alla zona di ricerca e soccorso libica, da Triton in poi la linea è stata arretrata all’interno di 30 miglia dalla costa italiana (oggi ulteriormente ridotte a 24 dalla missione Themis, che da febbraio 2018 ha sostituito Triton).

Il secondo tentativo è stato quello di alleggerire le eccessive pressioni su alcuni Stati membri generate dai flussi irregolari via mare. Secondo il Regolamento di Dublino, infatti, i migranti giunti sul suolo europeo sono quasi sempre tenuti a presentare la loro domanda d’asilo nel primo Paese membro dove arrivano (negli anni scorsi soprattutto in Grecia e Italia). Nel 2015, la Commissione europea propose dunque due piani di ricollocamenti di emergenza, che gli Stati membri approvarono a luglio e a settembre 2015. Questi piani prevedevano che i Paesi membri Ue non esposti direttamente agli arrivi via mare ricevessero dei richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia nel corso di due anni. Il numero di richiedenti asilo da ricollocare era calcolato in base a delle quote prestabilite sulla base di parametri oggettivi (per esempio PIL e popolazione). Tuttavia, nella pratica la solidarietà europea è venuta rapidamente a mancare: sin da subito Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca dichiararono che non avrebbero applicato i piani di ricollocamento. E, nel corso dei mesi e degli anni successivi, anche la solidarietà dei Paesi dell’Europa occidentale è andata scemando. Alla fine, dall’Italia sono stati ricollocati verso altri Paesi Ue meno di 13.000 richiedenti asilo contro i 35.000 premessi, e qualcosa di simile è accaduto in Grecia (22.000 ricollocamenti contro i 60.000 degli impegni iniziali).

Come dimostra la vicenda dei ricollocamenti, sulla questione migranti l’Europa non è semplicemente spaccata tra est e ovest. Basti pensare a chi ha sospeso l’area Schengen di libera circolazione. Da fine 2015, sei Paesi europei hanno infatti deciso di ripristinare i controlli alle loro frontiere nazionali, in deroga alle regole che stabiliscono che chiunque entri in un Paese Schengen dovrebbe essere libero di circolare all’interno dell’area con scarse limitazioni. Questi sei Paesi, che continuano a sospendere le regole Schengen malgrado le richieste della Commissione europea, non sono i cosiddetti “Paesi di Visegrád” (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ma Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Norvegia e Austria.

Il grande “esperimento europeo” per una gestione coordinata e solidale delle crisi migratorie si è dunque infranto contro la realtà politica di un continente che ha adottato un atteggiamento progressivamente più chiuso nei confronti dell’immigrazione.

Se una politica comune è stata trovata, si è trattato della scelta di “esternalizzare” il problema migratorio ai Paesi che non fanno parte dell’Unione europea. Esternalizzazione che ha seguito due linee d’azione parallele. La prima è stata quella di tentare di risolvere le cause profonde delle migrazioni, individuate dai leader europei in particolare nel sottosviluppo. Per questo già nel 2015 l’Ue ha lanciato il Fondo fiduciario per l’Africa, dotandolo di poco più di 4 miliardi. Anche in questo caso, paradossalmente, la solidarietà nazionale è stata molto bassa, tanto che mentre inizialmente si prevedeva un contributo paritario al Fondo tra Commissione europea e Stati membri, allo stato attuale le risorse sono state ricavate per circa il 90% dal bilancio comunitario.

La seconda linea di azione è stata la scelta di chiedere ai Paesi terzi di fare di più nel contrasto delle migrazioni irregolari. Una parte delle risorse del Fondo fiduciario è infatti stata destinata non a progetti per lo sviluppo delle regioni di origine dei migranti, ma per fare capacity building e addestramento delle forze di sicurezza dei Paesi lungo la rotta. Ciò è avvenuto soprattutto in Niger e in Libia. In questo contesto, i programmi di addestramento della Guardia costiera libica sono particolarmente controversi perché la Libia è definita dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati come un “paese non sicuro” in cui ricondurre i migranti, per i quali tra l’altro la legge libica stabilisce il trattenimento indefinito nei centri di detenzione del Paese.

La posizione dell'Italia

È nell’interesse italiano puntare a una maggiore azione europea nel campo delle migrazioni, anche ora che il periodo di alti flussi via mare sembra essere alle nostre spalle. Questo perché è ancora necessario reperire capacità e risorse per integrare al meglio chi è già in Italia e che, se giunto in maniera irregolare dal mare, tenderà in media a fare più fatica a integrarsi rispetto a un migrante arrivato in maniera regolare. In secondo luogo, è necessario passare da una logica puramente emergenziale a una di medio-lungo periodo dato che le pressioni migratorie resteranno elevate, in particolare quelle provenienti dall’Africa. Le migrazioni verso l’Europa non sono infatti influenzate solo da fenomeni di breve periodo, come i conflitti e la porosità di alcuni confini statali, ma anche da fattori strutturali come i differenziali di reddito tra Paesi e la crescita demografica. E analisi e proiezioni indicano che questi fattori strutturali resteranno rilevanti anche nei prossimi decenni.

Per quanto riguarda le nostre richieste verso l’Europa, è innanzitutto interesse dell’Italia continuare a lavorare per ottenere una riforma del Regolamento di Dublino. Bisogna però dotarsi di grande pragmatismo per evitare che eventuali riforme risultino addirittura peggiorative per il nostro Paese, come accaduto nel corso dei negoziati tra governi europei negli ultimi due anni.

Inoltre l’Italia dovrebbe continuare legittimamente a chiedere sostegno finanziario all’Europa, sulla base del principio che sono tutti i Paesi membri a beneficiare delle politiche migratorie implementate da un Paese di primo arrivo. In effetti, gli aiuti europei hanno coperto solo una minima parte delle spese italiane (meno del 2% dei costi incorsi dallo Stato italiano nel 2017). La proposta di bilancio Ue 2021-2027, pubblicata a giugno dell’anno scorso, è un primo segnale che va nella giusta direzione. Prevede infatti un aumento di 2,6 volte dei fondi destinati alle migrazioni. Tuttavia, questo aumento riguarda soprattutto i finanziamenti per il controllo dei confini e le politiche di sicurezza, e meno invece i capitoli di spesa riguardanti l’accoglienza e l’integrazione dei migranti già presenti sul territorio.

Resta poi essenziale per l’Italia aumentare il numero di rimpatri. A livello europeo sono stati negoziati e siglati alcuni accordi di rimpatrio con Paesi terzi, ma solo uno di questi (Capo Verde) è con un Paese africano, che è per giunta un arcipelago abitato da solo mezzo milione di abitanti. Ciò perché gli accordi di rimpatrio sono estremamente difficili da stipulare e applicare già a livello bilaterale tra Governi nazionali, e questa difficoltà aumenta ulteriormente se vengono siglati a livello sovranazionale. Il motivo è che gli accordi di rimpatrio europei vanno a “garanzia” di rimpatri da 28 Stati membri diversi; ma nel caso in cui un Paese terzo consentisse molti rimpatri da uno Stato membro e nessuno da un altro, la Commissione europea non avrebbe una sufficiente leva politica per costringere il Paese terzo a cooperare. Le politiche di rimpatrio rimangono dunque in gran parte nelle mani dei singoli Paesi. In questo contesto, tuttavia, l’Italia può chiedere all’Europa un aiuto significativo dal punto di vista tecnico-amministrativo e logistico, fino alla possibilità, già prevista, di lasciare che sia la stessa Guardia costiera e di frontiera Ue (l’ex Frontex) ad effettuare i rimpatri.

Infine, è nell’interesse italiano insistere perché le Migration Partnership, gli accordi tra Europa e Paesi di origine e transito dei migranti in Africa subsahariana, non diventino un ricordo del passato. Queste possono avere un ruolo per stimolare la cooperazione internazionale e condurre a una migliore gestione condivisa delle migrazioni irregolari. Non si deve però immaginare che le Partnership possano fermare completamente i flussi – in particolare in assenza di un’espansione delle vie legali di accesso ai Paesi europei da parte di cittadini di Paesi africani. È poi necessario essere consapevoli che occorre riformarle in profondità, sostituendo agli attuali meccanismi a “condizionalità negativa” (meno risorse in assenza di collaborazione) una più efficace “condizionalità positiva” (più risorse in presenza di collaborazione). In questo senso, l’Italia dovrebbe comunque lavorare perché l’Europa destini ulteriori fondi al Fondo fiduciario per l’Africa, i cui circa 4 miliardi di dotazione sono stati già impegnati quasi del tutto.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/le-parole-delleuropa-migrazioni-23056

Azioni sul documento
  • Stampa
archiviato sotto: , ,
Pubblicando, i testi di Cercasi un fine

Potere e partecipazione. Un'esperienza locale di amministrazione condivisa, di S. Di Liso, D. Lomazzo

Sesto libro della collana di Cercasi un fine

 


La salute nella e oltre la leggeLa salute nella e oltre la legge. Sfide odierne, di F. Anelli e G. Ferrara

 

Quinto libro della collana di Cercasi un fine


Attrezzarsi per la città

Attrezzarsi per la città. Laboratori di formAZIONE socio-politica, di M. Natale

Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

Meditando in video
Papa Francesco ha inviato domenica 23 aprile 2017 un video messaggio dedicato a don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, alla manifestazione “Tempo di Libri”, a Milano, dove nel pomeriggio è stata presentata l’edizione completa di “Tutte le Opere” del sacerdote, con alcuni inediti, curata dallo storico Alberto Melloni per la collana dei Meridiani Mondadori...
Videomessaggio del Santo Padre per Don Milani
Politica in weekend - 2 e 3 luglio 2016
Guida alla riforma costituzionale
Di più…
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

e ancora...

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

Copertina114

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 114
(2019 - Anno XIV)

quadratino rosso Tema: L'Europa

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


  Il 116 è sulla COPPIA (cosa vuol dire oggi essere "coppia"? Quali i ruoli nella coppia? Cos è la fedeltà nella coppia?) testi da inviare entro il 30 aprile 2019.

 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa di fa diventare razzisti? C' il razzismo nella Chiesa?)  testi da inviare entro il 30 agosto 2019.


Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.