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Le parole dell’Europa: infrastrutture, di Fabio Parola, Alessandro Gili e Giulia Sciorati

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 04/05/2019 10:54
In un’Europa che vuole diventare uno spazio in cui merci e persone circolano sempre più velocemente e sempre più liberamente, la rete di infrastrutture fisiche e digitali che ne collega i vari Paesi assume un’importanza fondamentale…

Le infrastrutture - strade, ponti, ferrovie, reti di telecomunicazione e digitali - non sono un elemento statico del nostro paesaggio, una semplice piattaforma su cui si muovono merci, dati e persone. Sono anche un motore di crescita economica, che attira investimenti, aumenta la produttività e favorisce la crescita sul lungo periodo. Le infrastrutture sono uno strumento fondamentale attraverso cui i territori possono incrementare la loro connettività, favorendo l’incremento degli scambi, una maggiore velocità informativa e un miglior uso delle risorse. Le infrastrutture, in sintesi, permettono di organizzare persone e risorse in senso funzionale, scavalcando i confini disegnati dalla geografia politica.

Ogni Paese ha un approccio diverso agli investimenti infrastrutturali. I Paesi avanzati si preoccupano di mantenere e aggiornare le infrastrutture esistenti. I Paesi emergenti, invece, necessitano di nuove infrastrutture per garantire i servizi essenziali a una popolazione in crescita e migliorare le proprie prospettive di sviluppo. A livello mondiale però, il gap infrastrutturale è ingente: nel 2019, l’investimento totale in infrastrutture è stimato in 2,7 trilioni di dollari, a fronte di un fabbisogno pari a 3,1 trilioni per mantenere l’attuale livello di crescita economica. Seguendo questa tendenza, il gap è destinato ad ampliarsi, raggiungendo un possibile valore complessivo di 15 trilioni di dollari nel 2040. Per ridurre il deficit, i governi cercano sempre più spesso di coinvolgere finanziatori privati, in particolare attraverso le Public-Private Partnerships (PPPs).

Nell’Unione europea (UE), nel contesto della realizzazione di un mercato comune realmente coeso ed integrato, le infrastrutture occupano una posizione privilegiata. Il Trattato di Roma aveva previsto una politica comune dei trasporti, e da circa trent’anni l’Unione si è dotata di un piano per realizzare un proprio sistema infrastrutturale, le Trans-European Networks (TEN). Gli obiettivi dell’UE rispetto alle infrastrutture sono vari: completare i collegamenti non ancora esistenti, soprattutto a livello transfrontaliero; ridurre le differenze nella qualità delle infrastrutture tra i diversi Stati membri; armonizzare norme e requisiti operativi nazionali; ridurre le emissioni di gas serra nel settore dei trasporti del 60 per cento entro il 2050. Per raggiungere tali obiettivi, la priorità dei prossimi anni è completare la cosiddetta rete centrale (core) TEN-T, cioè quella costituita dai corridoi stradali e ferroviari che connettono le principali aree urbane europee con porti e aeroporti. L’azione dell’UE in ambito infrastrutturale si allarga poi al settore dell’energia (dove l’Europa punta a maggiore efficientamento energetico, riduzione delle emissioni e sicurezza negli approvvigionamenti)  e della connettività digitale (con l’estensione della banda larga a servizi pubblici, nodi logistici e imprese). Per finanziare gli investimenti infrastrutturali in Europa intervengono diversi fondi: il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo di coesione, la Connecting Europe Facility (CEF), InvestEU (già Fondo europeo per gli investimenti strategici, EFSI), la Banca europea degli investimenti (BEI) e fondi privati. Nel prossimo budget dell’UE, per il periodo 2021-2027, lo stanziamento proposto dalla Commissione per il CEF supera i 42 miliardi di euro, in aumento del 40% rispetto al precedente bilancio 2014-2020.

Gli investimenti dell’UE in ambito infrastrutturale si allargano a comprendere anche i Paesi coinvolti nella politica europea di allargamento e di vicinato. Se l’obiettivo dichiarato è quello di avvicinare tali Paesi al mercato europeo, la strategia ha però anche ricadute geopolitiche e punta ad allargare la sfera di influenza europea, contrastando gli interessi politici ed economici di altri attori internazionali. Sempre di più, infatti, le infrastrutture stanno assumendo anche una funzione geopolitica, diventando uno strumento di proiezione della forza economica e politica delle maggiori potenze globali. Negli ultimi anni, la Cina è stato l’attore che si è mosso maggiormente in questo senso: gli investimenti infrastrutturali cinesi in Europa, Asia e Africa hanno influenzato in modo significativo le relazioni internazionali, evidenziando asimmetrie che, in alcuni casi, si sono trasformate in veri e propri rapporti di dipendenza.

L’iniziativa principe della Cina in ambito infrastrutturale è però senza dubbio la Belt and Road Initiative (BRI). La BRI punta a  velocizzare e rendere meno costoso il trasporto di persone e merci in un’area geografica che si estende dalla Cina all’Europa, coinvolgendo il 64% della popolazione mondiale e il 30% del PIL globale. L’Europa è un tassello chiave di questa nuova Via della Seta, dal momento che ben tre dei sei corridoi della BRI terminano nel Vecchio Continente, due dei quali in Paesi membri dell’UE (Germania e Paesi Bassi).

Oltre all’investimento in infrastrutture fisiche, la Cina si sta anche muovendo con decisione nel campo della connettività digitale puntando in particolare sulla tecnologia wireless 5G, che permette di migliorare velocità e volume di trasferimento dei dati rispetto alle tecnologie 4G e al 4G LTE. La Cina sta gradualmente acquisendo la leadership mondiale nello sviluppo del 5G attraverso l’azione di aziende quali Huawei e ZTE, che si sono proposte come costruttrici delle infrastrutture necessarie al funzionamento delle reti 5G nei singoli Paesi dell’UE. A tale proposito, le infrastrutture della BRI sono una piattaforma che permette di velocizzare la commercializzazione delle tecnologie 5G lungo il loro corso. Questa doppia strategia sta già dimostrando le proprie potenzialità, tanto che Huawei al terzo trimestre del 2018 è arrivata a detenere il 28% del mercato globale delle apparecchiature per le telecomunicazioni, contro il 24% del 2015.

Non sono mancati, tuttavia, dubbi e criticità. Talvolta, infatti, i progetti infrastrutturali cinesi nell’ambito della BRI hanno finito per trasformarsi in “trappole del debito” per i partner, la cui incapacità di ripagare i prestiti li ha costretti a cedere a Pechino quote di controllo o concessioni. In altri casi, la Cina ha ottenuto di poter entrare direttamente come socio di maggioranza nella gestione di snodi logistici cruciali, com’è stato per il porto del Pireo di Atene, il cui 51% del capitale è stato acquistato nel 2016 dalla China Ocean Shipping Company. Inoltre, molti dei principali corridoi BRI attraversano aree ecologicamente sensibili, rischiando di metterne a rischio l’ecosistema e le risorse da cui dipendono le popolazioni limitrofe. In Europa, ad esempio, la realizzazione della via marittima attraverso l’Adriatico potrebbe avere un forte impatto sulla sua biodiversità e sull’economia delle aree costiere.

Anche i movimenti cinesi in ambito digitale hanno suscitato preoccupazioni. Alcuni Paesi - come ad esempio gli Stati Uniti - hanno già messo al bando le tecnologie 5G fornite da Huawei e ZTE, per timore che possano permettere alle autorità della Repubblica Popolare Cinese di spiare i dati trasmessi. I Paesi europei, invece, hanno adottato approcci diversi: alcuni, come la Germania, hanno già adottato tecnologia 5G cinese; altri, come la Francia, stanno studiando soluzioni di controllo per prevenire un uso malevolo della tecnologia. Nonostante l’UE non si sia ancora espressa chiaramente sul tema, sembra essere emersa tra gli Stati membri la volontà di adottare una posizione comune in sede europea sulla questione. Una prima mossa in questa direzione è stata fatta dal Parlamento europeo, che lo scorso marzo ha chiesto alla Commissione di proporre una strategia per gestire in modo coordinato e coerente le possibili criticità di sicurezza attorno al 5G. È proprio sulla nuova tecnologia wireless che si sono concentrati anche alcuni passaggi della dichiarazione congiunta pubblicata dopo il Summit UE-Cina del 9 aprile: le due parti si sono impegnate a continuare il dialogo e rafforzare la cooperazione attraverso la China-EU Cyber Taskforce, un gruppo di lavoro creato nel 2012 che, nonostante abbia prodotto pochi risultati concreti, si ritiene possa favorire l’avvicinamento tra la Cina e i Paesi europei.

L’Italia è un nodo fondamentale della rete infrastrutturale europea. La penisola, infatti, è attraversata da quattro dei nove corridoi della rete TEN-T: il Corridoio Mediterraneo, che  collega il sud-ovest della Spagna al confine tra Ungheria e Ucraina, correndo attraverso il Nord Italia sulla direttrice Torino-Milano-Venezia-Trieste; il Corridoio Reno-Alpi che unisce Genova ai principali porti del Belgio e dei Paesi Bassi; il Corridoio Baltico-Adriatico che parte dalla Polonia e raggiunge il Nord Adriatico, con i porti di Trieste, Venezia e Ravenna; il Corridoio Scandinavo-Mediterraneo che corre dalla Scandinavia alla Sicilia e a Malta, passando per il valico del Brennero.

Nonostante la posizione strategica, però, il ritardo dell’Italia negli investimenti infrastrutturali è significativo: per il 2019 è stimato a 10 miliardi di dollari, con una prospettiva di deficit cumulato di 373 miliardi nel 2040, il maggiore a livello europeo. Tale gap potrebbe avere pesanti conseguenze sulla competitività del Paese nel lungo periodo.

L’Italia si trova in una posizione chiave anche rispetto ai progetti infrastrutturali che la Cina sta portando avanti in Europa. La BRI, infatti, vede una delle sue vie marittime sboccare naturalmente nelle acque italiane. La Cina, peraltro, è già oggi presente in Liguria, con un’ampia partecipazione nel container terminal di Vado Ligure, e ha manifestato il proprio interesse per i porti di Genova-Savona e Trieste. La centralità italiana è stata inoltre sottolineata dalla firma del discusso Memorandum of Understanding (MoU) sulla BRI tra Italia e Cina, durante la prima visita del presidente Xi Jinping in Italia a fine marzo 2019. Tra gli scopi dichiarati del governo italiano per la firma del MoU, c’è la volontà di aprirsi a nuovi investimenti infrastrutturali cinesi per complementare gli sforzi del Paese verso una maggiore connettività in Europa e nel mondo. Inoltre, come primo Stato fondatore dell’UE a sottoscrivere un’intesa BRI e alla luce di una sempre più vicina Brexit, l’Italia si trova in una congiuntura particolarmente favorevole per assumere il ruolo più assertivo nel mediare le relazioni tra Cina e UE. Per farlo, però, sarà necessaria un’attenta azione diplomatica: la firma dell’accordo, infatti, ha suscitato malumori e perplessità in diverse capitali europee soprattutto alla luce del fatto che, nell’ultimo EU-China Strategic Outlook pubblicato a marzo, la Cina viene definita dall’UE un “competitore strategico” e un “rivale sistemico”.

 

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/le-parole-delleuropa-infrastrutture-22910

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