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Le leggende metropolitane sulla traduzione, di Stefano Dalla Casa

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 29/09/2018 10:41
Dall’origine della parola “canguro” ai fallimenti del marketing, ecco alcune delle leggende legate alla traduzione, in occasione della giornata mondiale che la celebra…

Il 30 settembre i cattolici (e i fedeli di altre chiese d’Occidente) festeggiano San Girolamo, ma oggi esiste anche una ricorrenza laica che lo celebra. È la Giornata internazionale della traduzione, istituita dall’Onu nel 2017 per ricordare l’importanza del lavoro dei traduttori e altri professionisti del linguaggio che “giocano un importante ruolo nell’avvicinare tra loro le nazioni, facilitare il dialogo, la comprensione e la cooperazione, contribuendo allo sviluppo e rinforzando la pace mondiale e la sicurezza.”

E San Girolamo, infatti, è il patrono dei traduttori. Incaricato di rivedere la traduzione in latino della Bibbia, tra il IV e il V secolo decise che per il Vecchio Testamento era necessaria una nuova traduzione, direttamente dall’ebraico. Prima del suo lavoro, le uniche versioni in latino del Vecchio Testamento erano derivate da traduzioni in greco, non dall’originale. Non tutti gradirono questa scelta, ma un millennio dopo la Bibbia ufficiale adottata dal Concilio di Trento era in gran parte costituita dalla Vulgata prodotta da San Girolamo, riconosciuto anche tra i Dottori della Chiesa.

Solo i traduttori sanno quanto è difficile il loro lavoro, dove le scelte non sono mai univoche. Non è sufficiente conoscere le lingue, ma è necessario padroneggiare anche i riferimenti culturali dei popoli che entrano in contatto con la traduzione. A causa di queste (affascinanti) complicazioni, esistono diverse leggende metropolitane legate all’attività.

Alcune di queste sono analizzate nel libro Word Myths: Debunking Linguistic Urban Legends di David Wilton.

L’origine della parola canguro
Uno dei meccanismi con cui una lingua acquisisce nuovi vocaboli è prendendoli da un’altra. Così l’inglese ha acquisito la parola kangaroo, cioè canguro. Una divertente leggenda però racconta che kangaroo, nella lingua degli aborigeni australiani, non indicherebbe affatto il famoso marsupiale saltellante. Le cose sarebbero andate in questo modo: un esploratore inglese avrebbe chiesto agli aborigeni il nome dell’animale, e loro avrebbero risposto kangaroo, che in realtà voleva dire semplicemente “non ho capito”.

Wilton spiega che esistono diverse leggende simili, e The Straight Dope infatti ricorda che anche Yucatan e Nome (una città dell’Alaska) sarebbero nati così. Nel caso del canguro una possibile spiegazione per la popolarità della leggenda è che, per alcuni aborigeni australiani, la parola kangaroo non significa nulla. Non esiste, infatti, una lingua comune tra gli abitanti originari dell’Australia, come è normale che sia. Il nome registrato dal Capitano Cook nel 1770 deriva da gangurru che, secondo The Cambridge History of the English Language, è una parola con cui i Guugu Yimithirr indicano un esemplare maschio del wallaroo comune (Macropus giganteus). I Guugu Yimithirr vivono vicino alla foce del fiume Endeavour, che prende il nome dalla nave con cui il capitano Cook vi attraccò nel 1770. I wallaroo non sono canguri e in particolare sono di dimensioni inferiori, ma i maschi sono un po’ più grossi delle femmine: data la generale somiglianza non è difficile immaginare che il nome specifico aborigeno sia stato poi usato dagli inglesi per le quattro specie di canguri.

Kennedy e il bombolone
Le Nazioni Unite hanno pensato a una Giornata internazionale della traduzione anche per il suo ruolo che può avere in diplomazia. Spesso i politici si sforzano di imparare brevi messaggi in una lingua a loro in gran parte sconosciuta per rafforzare le relazioni internazionali. In questo sono naturalmente assistiti da interpreti e altri professionisti che cercano di rendere l’esibizione, se non impeccabile, almeno comprensibile. Ma non sempre succede. A questo proposito circola una famosa leggenda secondo cui John Fitzgerald Kennedy, parlando nel 1963 davanti al muro di Berlino, avrebbe toppato clamorosamente.

Kennedy disse nel suo discorso “Ich bin ein Berliner”, intendendo “io sono un berlinese”. Ma berliner in tedesco indica anche il nome del krapfen: Kennedy, usando l’articolo indeterminativo “ein” avrebbe trasformato il suo messaggio in “io sono un bombolone”. Per evitarlo avrebbe dovuto pronunciare “Ich bin ein Berliner”. O questo almeno è quello che dice la leggenda. In realtà, spiega Wilton nel libro, nessuno del pubblico può aver minimamente equivocato il messaggio di JFK. Il traduttore di Kennedy, Robert Lochner, era cresciuto a Berlino, e il presidente provò in anteprima il discordo con il sindaco. L’articolo indeterminativo era fondamentale per chi stava ricevendo il messaggio: Kennedy stava dicendo di essere berlinese metaforicamente, se avesse omesso l’articolo il significato sarebbe stato letterale, come se stesse dicendo di essere nato e cresciuto lì, non di essere dalla loro parte. Infine i bomboloni a Berlino non sono chiamati berliner, ma pfannkuchen: un po’ come per canguri, paese che vai nome che trovi.

Gli epic fail del marketing
Una categoria di leggende legate alla traduzione riguarda la difficoltà dei pubblicitari di adattare il nome di un prodotto (e/o gli slogan che lo accompagnano) per una cultura e lingua molto diversa. Abbiamo già raccontato le presunte disavventure del marketing in Cina per la Coca-Cola e la Pepsi. Il nome della prima bibita, traslitterato in mandarino, sarebbe diventato una frase incomprensibile come “mordi il girino di cera”; per la Pepsi invece lo slogan “Come alive!” sarebbe diventato “riporta in vita i tuoi antenati”. Ma esiste almeno un altro caso, e stavolta non riguarda né una bibita né la Cina, ma un’automobile: la Chevy Nova. Si dice che quando la General Motors introdusse questo modello in Messico (o a Porto Rico, o in un altro paese americano di lingua spagnola), le vendite non furono soddisfacenti. Si scoprì in seguito che Nova era interpretato dai parlanti spagnolo come “No va”, nel senso che “non funziona”. Fu cambiato il nome del modello in Caribe, e le vendite decollarono.

In Word Myths Wilton spiega perché  anche questa storia è troppo bella per essere vera. Come nel caso delle bibite, è difficile che una corporation possa commettere un simile errore durante il lungo processo di lancio del prodotto. E infatti Nova è un nome del tutto adatto a un paese di lingua spagnola, visto che (come in inglese e italiano) indica l’esplosione di un tipo di stella. E quando nel 1972 cominciò la commercializzazione in America latina, in Messico si vendeva già una benzina chiamata così! Nova e No va, inoltre, non possono essere fraintesi, perché si scrivono e si pronunciano con accenti diversi. E la Caribe? Esisteva davvero un’auto chiamata così in Messico, ma era la Volkswagen Golf MK1, non una Chevy.

Unicorni e coreani
Tra la Corea del Nord e il resto del mondo pare sia iniziato un periodo di distensione. Eppure sembra ieri quando i media del pianeta facevano a gara a riportare l’ennesima stramberia/atrocità del regime. Molte di queste storie assurde non hanno base nei fatti, e anche la traduzione a volte è responsabile della loro diffusione. In genere le nostre fonti sulla Corea del Nord sono i comunicati in inglese dell’agenzia di stampa dello Stato o i giornali della Corea del Sud, sempre in inglese. Oltre a non essere esattamente super partes, ben pochi saprebbero consultare le stesse fonti in coreano, o si preoccupano di farlo. Così, per un errore di traduzione, nel 2012 tutti i giornali del pianeta ridevano degli archeologi nordcoreani che avevano annunciato il ritrovamento della tana dell’unicorno. Se ne parlava in un comunicato stampa in inglese del Kcna, l’agenzia di stampa del regime. La versione in coreano, però, non parlava affatto di unicorni, ma di Kringul, il nome di un’antica città che letteralmente si tradurrebbe tana del kirin, dove il kirin è un animale mitologico coreano. Come ha spiegato Sofia Lincos su Query : “Per intenderci, è come se un archeologo statunitense affermasse di aver scoperto i resti dei primi insediamenti di Phoenix, in Arizona, e qualche giornale lo interpretasse distrattamente come il ritrovamento della leggendaria fenice”.

Di fronte all’incredibile comunicato, ci si è quindi affrettati a riportarlo, facendo credere al mondo che gli scienziati in Nord Corea volessero convincerci dell’esistenza degli unicorni. La spiegazione più semplice e plausibile, in questo caso un errore di traduzione che sarebbe perfetto per una nuova edizione di Word Myths, emerse giorni dopo, come al solito con molta meno pubblicità. Oggi c’è da chiedersi in quanti, esposti ai primi articoli, conservino questo ricordo sulla Corea del Nord, che va quindi ad aggiungersi ad altre leggende come il Caro leader supercampione di golf o il taglio di capelli obbligatorio a immagine del dittatore.

https://www.wired.it/play/cultura/2018/09/29/giornata-mondiale-traduzione-leggende/

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