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Le fratture internazionali. Ecco come si combatterà per l’acqua nel mondo senza grandi potenze, di Ian Bremmer

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 13/05/2020 09:46
Il disfacimento del vecchio ordine a guida americana complica la geopolitica dell’accesso alle risorse idriche. È la variabile della penuria o dell’eccesso che determinerà l’agenda politica globale…

Il nostro è il mondo del G-Zero: un mondo caratterizzato dal disfacimento del vecchio ordine mondiale a guida americana.

L’assenza di una gerarchia geopolitica chiara ha influito sull’approccio dei vari paesi al commercio (vedi: Stati Uniti contro Cina, il Partenariato Trans-Pacifico), alla tecnologia (vedi: leadership del 5G, battaglia per la supremazia dell’Intelligenza Artificiale) e alla sicurezza (vedi: Siria, tensioni NATO).

Il risultato è un mondo meno stabile, meno sicuro e meno prevedibile man mano che i rischi geopolitici aumentano costantemente.

Il pericolo imminente dello stress idrico non potrà che aggravare quei rischi. Nel 2050, la domanda globale di acqua sarà cresciuta del 55 per cento rispetto al 2000, mentre i cambiamenti climatici provocheranno un eccesso o una scarsità di acqua in ogni parte nel mondo.

In altre parole: un mattone fondamentale dell’infrastruttura umana sarà sempre più minacciato, e questo in un momento in cui non esistono strutture internazionali in grado di affrontare con efficacia il problema e tutte le complicazioni che emergeranno inevitabilmente.

Vivere nel mondo del G-Zero complica più che mai sia la geopolitica sia l’accesso all’acqua, in gran parte perché la geopolitica provocherà stress idrico, che a sua volta detterà l’agenda geopolitica. Vediamo come.

Iniziamo con due grandi esempi in cui la geopolitica sta già provocando stress idrico e continuerà a farlo nel prossimo futuro.

Anche se in termini di disponibilità di acqua pro capite l’Asia è il continente più arido del mondo, gli istinti geopolitici delle sue maggiori potenze ne stanno solo aggravando le sfide idriche.

La rivalità geostrategica tra India e Cina fa da sfondo alle decisioni di entrambi i paesi di costruire dighe, deviare o alterare in altro modo il corso dei fiumi e perfino ionizzare le nuvole sull’altopiano del Tibet per aumentare le precipitazioni.

Questi interventi stanno avendo un forte impatto sulla disponibilità e sulla qualità dell’acqua per centinaia di milioni di persone, mentre un migliore coordinamento tra i paesi del subcontinente indiano e la Cina avrebbe conseguenze idriche di gran lunga migliori per tutte le parti coinvolte.

Ma questo coordinamento è molto difficile da attuare nel mondo del G-Zero, dove i paesi si sentono sempre più costretti a cavarsela da soli. Anziché cooperazione, ciò genera competizione: e l’acqua sarà una delle risorse per le quali la competizione sarà più accanita, in Asia e altrove.

È in Africa che le conseguenze dello stress idrico si faranno sentire in modo più grave, ma per il continente non si tratta di una novità: basti pensare al Nilo.

Un trattato del 1929 (come pure uno successivo del 1959) ha concesso a Egitto e Sudan i diritti su quasi tutte le acque del fiume (l’Egitto trae dal fiume il 90 percento del proprio fabbisogno idrico).

L’Etiopia, che non ha preso parte all’accordo nonostante il Nilo Azzurro (che nasce e scorre in gran parte in territorio etiopico) contribuisca enormemente alla portata del fiume, ha proceduto alla costruzione di una grande diga per la generazione dell’energia elettrica necessaria a realizzare le proprie ambizioni interne e regionali.

Finora, i negoziati fra i tre paesi non hanno fruttato alcun accordo: il che non sorprende, viste la loro dipendenza dall’accesso al Nilo e la difficoltà di scendere a compromessi su una risorsa di importanza tanto cruciale.

Risulta quindi necessario l’intervento di altri soggetti politici, come gli Stati Uniti e/o l’Unione africana, che aiutino a mediare un accordo praticabile in grado di soddisfare tutti.

D’altro canto, lo stress idrico provoca e al tempo stesso amplifica i conflitti geopolitici. La crisi politica e umanitaria in Siria, la migrazione di massa verso nord dall’America meridionale e centrale e il flusso di rifugiati dal Nordafrica all’Europa sono fenomeni collegati in varia misura a livelli crescenti di stress idrico.

Non è difficile capire perché e in che modo le popolazioni colpite da stress idrico tendono a spostarsi, né che tali spostamenti tendono a causare conflitti dalle conseguenze geopolitiche significative. Tuttavia, tra stress idrico e geopolitica esistono due nessi meno ovvi, ma altrettanto importanti, su cui si tende a sorvolare.

Il primo deriva da un eccesso d’acqua, anziché da una sua penuria. Il progressivo scioglimento dei ghiacci ai poli a causa dei cambiamenti climatici sta facendo emergere interessi geopolitici in reciproca competizione.

Le rotte navali che si aprono, compresi i passaggi a nord-est e a nord-ovest in territorio artico, pongono nuove domande su chi abbia il diritto di controllarle e di beneficiare dei depositi di risorse naturali non ancora scoperti che giacciono al di sotto della superficie.

Storicamente, i cinque stati che si affacciano sull’Artico (Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti) si sono scontrati più volte a tale proposito. A intensificare la rivalità geopolitica vi sono poi altri due elementi: il cambiamento dell’idrosfera e il crescente interesse della Cina a procurarsi le commodity energetiche che ormai è sempre più facile estrarre e trasportare.

Il secondo modo in cui lo stress idrico detta l’agenda geopolitica è meno ovvio: ovvero, limitando la possibilità di riconciliazioni geopolitiche.

Si pensi, per esempio, al piano di pace in Medio Oriente proposto dall’amministrazione Trump: la grave carenza idrica che affligge Israele, i territori palestinesi, la Siria e la Giordania rende molto importante ottenere i risultati esposti nel piano, dal momento che per ridurre il conflitto punta a far raggiungere e mantenere ai nuovi territori una forma di autosufficienza.

Tuttavia, le gravi carenze idriche, causate dalla siccità che ha afflitto il Mediterraneo orientale per 15 degli ultimi 20 anni, comportano che ciascuno degli stati principali dovrà probabilmente affrontare un crescente stress idrico interno: eppure, questo fatto non è contemplato dal piano di pace.

In effetti, un piano di pace incentrato sulla garanzia delle risorse idriche (ovvero, se la proroga dei diritti e la ripartizione dei territori si basassero sui tipi di relazioni idriche transfrontaliere necessarie a consentire un uso sostenibile dell’acqua) apparirebbe molto diverso da quello presentato alla fine.

Ma non è stato possibile a causa delle realtà politiche odierne… il che è un grande problema quando lo stress idrico ostacola le realtà politiche future.

La politica idrica non è una novità; a essere nuova è la frattura dell’attuale politica internazionale.

Il mondo del prossimo futuro sarà quello del G-Zero, il che significa che il tema dell’acqua sarà più importante e controverso che mai. Il modo in cui i vari paesi si preparano a questa realtà sarà decisivo per determinare quali governi navigheranno nelle agitate acque geopolitiche del futuro con maggiore successo. 

https://www.linkiesta.it/2020/05/problema-geopolitica-acqua-mondo/

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