Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti, scelti da noi / Le conseguenze della guerra, di Barbara Spinelli

Le conseguenze della guerra, di Barbara Spinelli

creato da webmaster ultima modifica 17/09/2015 17:35
Eppure l'Europa avrebbe cose anche pratiche da dire, sulle guerre infinite che i governi d'Israele conducono da decenni, sicuri nell'immediato di difendersi ma alla lunga distruggendosi...

 

Quando i conservatori israeliani se la prendono con ragionamenti troppo pacifisti, o con chi in patria critica la politica dell'occupazione, subito tirano in ballo l'Europa: "Questo è un tipico ragionamento ashkenazita; non ha alcun rapporto con il Medio Oriente!", dice ad esempio Moshe Yaalon, già capo dell'esercito, oggi vice premier, rispondendo al giornalista Ari Shavit in un libro appena edito da Haaretz (Does this mean war?). L'ebreo ashkenazita ha radici in Germania e in Europa centrale, parla yiddish.

E lo stereotipo non è diverso da quello usato ai tempi di Bush figlio: l'America è Marte e virile, il nostro continente è Venere e fugge la spada. L'ashkenazi tornò come altri ebrei in Terra Promessa, ma ha i riflessi della vecchia Europa. Lo storico Tom Segev racconta come erano trattati gli ebrei tedeschi, agli esordi. Li chiamavano yekke: erano ritenuti troppo remissivi, cervellotici, e poco pratici. L'Europa è icona negativa, e lo si può capire: ha idee sulla pace, ma in Medio Oriente è di regola una non-presenza, una non-potenza. Lo scettro decisivo sempre fu affidato all'America.

Tale è, per Yaalon, il vizio di chi biasima Netanyahu e gli rimprovera, in questi giorni, la guerra a Gaza e la tenace mancanza di iniziativa politica sulla questione palestinese. Lo stereotipo dell'ashkenazita mente, perché ci sono ashkenaziti di destra e sinistra. Era ashkenazita Golda Meir. Sono ashkenaziti David Grossman, Uri Avnery, Amira Hass, pacifisti, e espansionisti come Natan Sharansky. Ma lo stereotipo dice qualcosa su noi europei, che vale la pena meditare. Nel continente dove gli ebrei furono liquidati siamo prodighi di commemorazioni contrite, avari di senso di responsabilità per quello che accade in Israele. Predicando soltanto, siamo invisi e inascoltati.

Eppure l'Europa avrebbe cose anche pratiche da dire, sulle guerre infinite che i governi d'Israele conducono da decenni, sicuri nell'immediato di difendersi ma alla lunga distruggendosi. Ne ha l'esperienza, e per questo le ha a un certo punto terminate, unendo prima i beni strategici tedeschi e francesi (carbone, acciaio) poi creando un'unione di Stati a sovranità condivisa.

Le risorse mediorientali sono quelle acquifere in Cisgiordania, gestite dall'occupante e assegnate per l'83% a Israele e colonie. Tanto più l'Europa può contare, oggi che l'America di Obama è stanca di mediazioni fallite. È stato quasi un colpo di fucile, l'articolo che Thomas Friedman, sostenitore d'Israele, ha scritto il 10 novembre sul New York Times: provate la pace da soli, ha detto, poiché "non siamo più l'America dei vostri nonni". Non potremo più attivarci per voi: "Il mio Presidente è occupato-My President is busy". Anche gli ebrei Usa stanno allontanandosi da Israele.

È forse il motivo per cui pochi credono che l'offensiva si protrarrà, ripetendo il disastro che fu l'Operazione Piombo Fuso nel 2008-2009. Ma guerra resta, cioè surrogato della politica, e solo all'inizio la vulnerabilità di Israele scema. Troppo densamente popolata è Gaza, perché un attacco risparmi i civili e non semini odio. Troppo opachi sono gli obiettivi. Per alcuni il bersaglio è l'Iran, che ha dato a Hamas missili per raggiungere Tel Aviv e che ha spinto per la moltiplicazione di lanci di razzi su Israele. Per altri la guerra è invece propaganda: favorirà Netanyahu alle elezioni del 22 gennaio 2013.

Altro è il male di cui soffre Israele, e che lo sfibra, e che gli impedisce di immaginare uno Stato palestinese nascente. Un male evidente, anche se ci s'incaponisce a negarlo. Sono ormai 45 anni - dalla guerra dei sei giorni - che la potenza nucleare israeliana occupa illegalmente territori non suoi, e anche quest'incaponimento ricorda i vecchi nazionismi europei. Nel 2006 i coloni sono stati evacuati da Gaza, ma i palestinesi vi esercitano una sovranità finta (una sovranità morbida, disse Bush padre, come nella Germania postbellica). Il controllo dei cieli, del mare, delle porte d'ingresso e d'uscita, resta israeliano (a esclusione del Rafah Crossing, custodito con l'Egitto e, fino alla vittoria di Hamas, con l'Unione europea). Manca ogni continuità territoriale fra Cisgiordania (la parte più grande della Palestina, 5.860 km²; 2,16 milioni di abitanti) e Gaza (360 km²; 1,6 milioni). I palestinesi possono almeno sperare nella West Bank? Nulla di più incerto, se solo si contempla la mappa degli insediamenti in aumento incessante (350.000 israeliani, circa 200 colonie). Nessun cervello che ragioni può figurarsi uno Stato palestinese operativo, stracolmo di enclave israeliane.

Se poi l'occhio dalle mappe si sposta sul terreno, vedrà sciagure ancora maggiori: il muro che protegge le terre annesse attorno a Gerusalemme, le postazioni bellicose in Cisgiordania, le strade di scorrimento rapido riservate agli israeliani, non ai palestinesi che si muovono ben più lenti su vie più lunghe e tortuose. Un'architettura dell'occupazione che trasforma le colonie in dispositivi di controllo (in panoptikon), spiega l'architetto Eyal Weizman. È urgente guardare in faccia queste verità, scrive Friedman, prima che la democrazia israeliana ne muoia. Forse è anche giunto il tempo di pensare l'impensabile, e chiedersi: può un arabo israeliano (1.5 milioni, più del 20% della popolazione) riconoscersi alla lunga in un inno nazionale (Hatikvah) che canta la Terra Promessa ridata agli ebrei, o nella stella di Davide sulla bandiera? Potrà dire senza tema: sono cittadino dello Stato d'Israele, non di quello ebraico?

Questo significa che anche per Israele è tempo di risveglio. Di una sconfitta del nazionalismo, prima che essa sia letale. Separando patria e religione nazionale, la pace è supremo atto laico. Risvegliarsi vuol dire riconoscere i guasti democratici nati dall'occupazione. Le menti più acute di Israele li indicano da anni. Ari Shavit evoca i patti convenienti con Bush figlio, gli evangelicali Usa, il Tea Party: "Patrocinato dalla destra radicale Usa, Israele può condurre una politica radicale e di destra senza pagare alcun prezzo". Può sprezzare le proprie minoranze, tollerare i vandalismi dei coloni contro palestinesi e attivisti pacifisti. David Grossman ha scritto una lettera aperta a Netanyahu: l'accusa è di perdere ogni occasione per far politica anziché guerre (Repubblica, 6 novembre 2012). L'ultima occasione persa è l'intervista di Mahmoud Abbas alla tv israeliana, l'1 novembre: il capo dell'Autorità palestinese si dice disposto a tornare come turista a Safad (la città dov'è nato a nord di Israele). "Nelle sue parole - così Grossman - era discernibile la più esplicita rinuncia al diritto del ritorno che un leader arabo possa esprimere in un momento come questo, prima dei negoziati". Abbas s'è corretto, il 4 novembre: la volontà di chiedere all'Onu il riconoscimento dell'indipendenza aveva irritato Netanyahu, e Obama di conseguenza ha sconsigliato Abbas. Quattro giorni dopo, iniziava a Gaza l'operazione "Pilastro della Difesa".

L'abitudine alla guerra indurisce chi la contrae, sciupa la democrazia. In Israele, allarga il fossato tra arabi e ebrei, religiosi e laici. Vincono gli integralisti, secondo lo scrittore Sefi Rachlevsky che delinea così il volto della prossima legislatura: una coalizione fra Netanyahu, i nazionalisti di Yisrael Beiteinu, e ben quattro partiti che vogliono - come l'Islam politico - il primato della legge ebraica (halakha) sulle leggi dello Stato. In tal caso non si tornerebbe solo alle guerre nazionaliste europee, ma alle più antiche guerre di religione. Stupefacente imitazione, per un paese dove l'Europa è sì cattivo esempio. (21 novembre 2012)

Fonte : "la Repubblica", 21 novembre 2012

Azioni sul documento
  • Stampa
archiviato sotto:
Prossimi eventi
Educare a custodirsi come Missione 19/10/2019 17:00 - 21:30 — Castellana Grotte
Ritiro spirituale sul potere 20/10/2019 10:00 - 18:00 — Massafra (Ta)
III Forum di Etica Civile, Verso un patto tra generazioni: un presente giusto per tutti 16/11/2019 - 17/11/2019 — Firenze
Prossimi eventi…
Pubblicando, i testi di Cercasi un fine

Potere e partecipazione. Un'esperienza locale di amministrazione condivisa, di S. Di Liso, D. Lomazzo

Sesto libro della collana di Cercasi un fine

 


La salute nella e oltre la leggeLa salute nella e oltre la legge. Sfide odierne, di F. Anelli e G. Ferrara

 

Quinto libro della collana di Cercasi un fine


Attrezzarsi per la città

Attrezzarsi per la città. Laboratori di formAZIONE socio-politica, di M. Natale

Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

Meditando in video
Papa Francesco ha inviato domenica 23 aprile 2017 un video messaggio dedicato a don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, alla manifestazione “Tempo di Libri”, a Milano, dove nel pomeriggio è stata presentata l’edizione completa di “Tutte le Opere” del sacerdote, con alcuni inediti, curata dallo storico Alberto Melloni per la collana dei Meridiani Mondadori...
Videomessaggio del Santo Padre per Don Milani
Politica in weekend - 2 e 3 luglio 2016
Guida alla riforma costituzionale
Di più…
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

e ancora...

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

Cercasiunfine_115_Pagina_01.jpg

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 115
(2019 - Anno XIV)

quadratino rosso Tema: Ambiente

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


  Il 116 è sulla COPPIA (cosa vuol dire oggi essere "coppia"? Quali i ruoli nella coppia? Cos è la fedeltà nella coppia?) in preparazione.

 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa ci fa diventare razzisti? C'è il razzismo nella Chiesa?),  testi da inviare entro il 15 ottobre 2019.

 listing Il 118 è sull'ECONOMIA CIVILE (Cosa è l'economia civile? I Pro e i Contro di questo modello? Dove è applicato e come?)  testi da inviare entro il 15 novembre 2019.

 listing Il 119 è sul DIALOGO INTERRELIGIOSO  (Quanto abbiamo paura delle altre religioni? Le religioni dialogano tra di loro? Qual'è la finalità del dialogo? Cos'è il fondamentalismo religioso?)  testi da inviare entro il 31 gennaio 2020.


Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.