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Le altre madri, storie di donne costrette a emigrare, di Annalisa Camilli

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 10/12/2019 10:21
Le storie delle sopravvissute portano il segno di tutte le sopraffazioni subite, ma anche una capacità sorprendente di riparare le ferite...

 

Barkissa ha otto anni e viaggia da sola. Il suo nome in bambarà significa “benedetta”. Parla qualche parola di inglese, ma si esprime soprattutto nella lingua parlata nel villaggio in cui è nata, in Burkina Faso, ma anche da altre tre milioni di persone in diversi paesi dell’Africa occidentale. È una ragazzina robusta: alta, gambe slanciate, il volto paffuto incorniciato dai ricci. Quando il 22 novembrei soccorritori la sollevano dal gommone di plastica bianco per portarla a bordo di una lancia di salvataggio al largo della Libia indossa una camicetta di jeans senza maniche e un cappellino di lana grigio. 

Un contrasto che si nota: una camicia senza maniche e un cappellino di lana. Non sembra spaventata anche se è in mare insieme a più di novanta persone da due giorni, si guarda intorno spaesata, ma sorride. Solo qualche ora dopo, mentre è seduta per terra nel rifugio per donne e bambini allestito da Medici senza frontiere (Msf) e Sos Méditerranée a bordo della nave Ocean Viking, gli operatori si accorgono che Barkissa è da sola. Nelle poche parole di inglese che riesce a pronunciare spiega che sua madre è rimasta a Tripoli con una figlia appena nata. 

Il padre invece è in Europa, ma non sa dire dove. Così Barkissa è stata affidata a un lontano parente, originario del Burkina Faso, e si è ritrovata su un gommone di plastica di fattura cinese, lanciato nel buio spaventoso del Mediterraneo a novembre. I soccorritori l’hanno trovata, a 40 miglia da Zawiya, all’alba, insieme ad altre 96 persone. Una volta arrivata sulla nave, si guarda intorno curiosa e sceglie un angolo del rifugio destinato alle donne per costruirsi un giaciglio con una coperta di pile. Socializza subito con un’altra bambina poco più piccola di lei, Zheinab. È della Costa d’Avorio e viaggia con sua madre e sua sorella Lamina. Zheinab è esile, ma molto vivace. Le due cominciano a giocare insieme e diventano inseparabili nei lunghi giorni sulla nave, indossano gli stessi vestiti e si prendono cura di tutti i bambini più piccoli all’interno del rifugio. 

A Barkissa non piace il cibo che è distribuito sulla nave, perché non è piccante. L’unica cosa che gradisce è una specie di spezzatino liofilizzato a cui va aggiunta dell’acqua bollente. Lo mangia a colazione con voracità. Le manca sua madre, le manca sua sorella – mi dice – ma non ne vuole parlare. Eppure non si sente triste. Si mette sulle spalle Lamina o Gift, due bambine molto piccole, e la porta in giro sul ponte, sotto gli occhi attenti ma non apprensivi delle altre donne. Gli adulti scherzano con la bimba che viaggia da sola, la curano anche se con una certa discrezione. Non è strano che la madre l’abbia affidata a un conoscente, mi spiegano le altre donne. L’ha voluta mandare in Europa per darle una possibilità. Sulla nave ci sono 66 minori non accompagnati, Barkissa è la più piccola. 

L’inferno sono gli altri
Il rapporto con i figli di alcune delle donne che ho incontrato sulla Ocean Viking si nutre di una solida fiducia nei loro figli, nelle altre donne e in generale nella comunità, un sentimento solo in certi momenti attraversato da dubbi, tristezze e paure. Me lo spiega Kelly, una donna della Costa d’Avorio, incinta all’ottavo mese di due gemelli. Ha lasciato nel suo paese altri tre figli, è stata abbandonata dal compagno, è arrivata in Libia per lavorare, è stata incarcerata due volte, ha subìto violenze sessuali, ma poi è partita per l’Europa nell’unica occasione che ha avuto di scappare a bordo di un gommone. Porta addosso tutti i segni della violenza e delle difficoltà, ma allo stesso tempo crede che sia possibile un futuro differente, soprattutto quando pensa ai suoi figli. La sua motivazione diventa una forma di difesa e una spinta a reagire. 

“Io sono stata adottata, sono cresciuta in Costa d’Avorio, ma non sono ivoriana al cento per cento, sono liberiana. Per questo sono scappata dalla Costa d’Avorio, mi sentivo in pericolo”. Kelly ripercorre la storia del suo paese, attraversato da un conflitto civile che ha lasciato sul campo migliaia di vittime a partire dal 2011. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), sono sempre di più le donne in fuga dalla Costa d’Avorio: molte di loro sono vittime di tratta. Nel 2015 le donne ivoriane erano l’8 per cento del totale dei migranti ivoriani in fuga da quel paese, mentre nel 2019 sono state più di 800 quelle arrivate in Italia, il 46 per cento del totale dei migranti ivoriani approdati sulle coste italiane. 


A bordo della nave Ocean Viking, novembre 2019. (Annalisa Camilli)

Secondo l’Oim, le ragioni che spiegano la loro partenza non sono esclusivamente di natura economica, ma sono riconducibili soprattutto alla violenza di genere che subiscono nel loro paese di origine: mutilazioni genitali, matrimoni forzati, violenza domestica. Secondo le Nazioni Unite, nelle crisi umanitarie il 70 per cento delle donne ha subìto violenze di genere. Questa esperienza diffusa della violenza ha delle conseguenze inevitabili nel rapporto con i figli e con il senso di morte da cui queste donne provano a sfuggire. 

“Non ho mai conosciuto la mia vera madre perché è morta quando ero piccola. Per tutta la vita ho cercato di sfuggire alla morte, perché i miei figli non andassero incontro alla mia stessa sorte. Sono scappata dalla Costa d’Avorio per non essere uccisa, ho attraversato il Mediterraneo per non morire nelle carceri libiche”, racconta mentre è distesa a terra stremata. La sua è la storia di una donna in fuga dal pericolo di morire, come il personaggio di una tragedia greca. Il suo timore è quello di non infliggere ai figli il suo stesso destino. 

Le storie delle sopravvissute portano il segno di tutte le sopraffazioni subite, ma anche una capacità sorprendente di riparare le ferite

Sulla parete del rifugio per donne, qualcuno ha scritto con un pennarello in francese su un foglio una frase di Jean-Paul Sartre: “L’enfer c’est les autres” (L’inferno sono gli altri). Ma la frase del filosofo francese è allo stesso tempo confermata e smentita dalle parole che sono pronunciate all’interno del container dove per qualche giorno sono ospitate le donne soccorse lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Le storie delle sopravvissute portano il segno di tutte le separazioni che si lasciano alle spalle, le sopraffazioni subite, ma anche una capacità sorprendente di riparare le ferite e di affidarsi alla cura delle altre donne. I figli sono accuditi da tutte. 

“Succedono troppe cose in Libia, se esci di casa rischi di finire in prigione senza nessun motivo oltre a quello di essere straniera. Io sono stata incarcerata due volte, due volte sono scappata. Ma poi è successo il miracolo, ho avuto la possibilità di imbarcarmi su un gommone insieme con gli altri, rischiavo di morire nel Mediterraneo, ma sono stata soccorsa. Ora spero solo di trovare un po’ di pace, soprattutto per i miei figli”. Aisha ha una storia simile, ha 21 anni, è originaria anche lei della Costa d’Avorio, viaggia con sua figlia Carina e con sua sorella. Ha lasciato un figlio in Costa d’Avorio con sua madre. Carina ha meno di un anno, è nata dopo uno stupro. Aisha ha gli occhi allungati, neri e profondi, cerchiati dalle occhiaie. È una donna di una bellezza elegante e austera, ma quando scherza con sua sorella recupera una dimensione quasi infantile. 


A bordo della nave Ocean Viking, novembre 2019. (Annalisa Camilli)

Carina cerca di attaccarsi al seno di sua madre, ma Aisha è stanca e l’allontana. È sua sorella Diomande allora che prende la bambina per un braccio, per allontanarla dall’insofferenza della madre. “Sono stata in prigione a Misurata, ho pagato i carcerieri per scappare”, dice Aisha. Racconta che durante la traversata sua figlia Carina faceva i capricci e quando si è avvicinata una motovedetta libica durante la notte le ha dovuto tenere una mano sulla bocca per non farsi scoprire. “Una motovedetta libica si è avvicinata di notte al nostro gommone”, conferma Rita, una ragazza nigeriana di 18 anni. “Ma abbiamo fatto di tutto per non farci vedere, io ero già stata fermata e rimandata indietro diverse volte, non volevamo essere riportati in Libia”. Durante la traversata, Carina che era la più piccola sul gommone, è stata soprannominata “hope”(speranza). “Finché sentiamo le grida di Carina c’è speranza, pensavamo mentre eravamo alla deriva”, racconta Rita che viaggia insieme al suo fidanzato Hassan, 19 anni, della Guinea. 

Sara, 26 anni, è partita dalla Costa d’Avorio con suo marito tre anni fa: “Non avevamo libertà, per questo abbiamo lasciato il nostro paese”. È arrivata prima a Niamey, in Niger, poi in Algeria. Non avevano intenzione di raggiungere l’Europa, ma avrebbero semplicemente voluto trovare un lavoro in un altro paese africano. “In Algeria però ci hanno incarcerato e ci hanno venduto ai trafficanti libici, siamo stati portati in Libia, a Sabha. Così ci siamo ritrovati in quel paese, dentro una prigione in cui siamo stati torturati, finché non abbiamo pagato un riscatto”, racconta. Usciti di prigione, hanno vissuto e lavorato in Libia per un periodo. “La polizia, tutte le autorità in Libia, sono complici dei trafficanti, avevamo paura di essere messi in prigione di nuovo, vivevamo nella paura”, afferma Sara.

“Nelle prigioni libiche le donne subiscono violenze di ogni tipo”, continua la donna che scoppia in un pianto inconsolabile. Alla fine Sara, suo marito e sua figlia Malika sono finiti di nuovo in prigione in Libia, nel carcere di Tarik al Sikka a Tripoli. Allora il marito di Sara ha pagato una tangente ai carcerieri per far uscire almeno la sua compagna con la bambina. “Abbiamo lasciato mio marito in prigione, non abbiamo nessuno con cui ricongiungerci in Europa, ma quello che speriamo è che lui esca di prigione e arrivi in Europa”, conclude la ragazza. Il suo rapporto con Malika, la figlia, è una specie di simbiosi. La bambina è molto allegra, gioca con tutti, ma non si allontana da uno spazio di prossimità con la madre. “Ho perso mio padre quando ero molto piccola, sono cresciuta con mia madre e ho sempre voluto dei figli. Ma non avrei mai pensato di ritrovarmi in viaggio con mia figlia in una situazione del genere”, conclude Sara. 

Molti in Europa si chiedono se non sia irresponsabile portare dei bambini in un viaggio tanto pericoloso come la traversata del Mediterraneo. Le donne che incontro sulla nave dicono tutte le stesse parole: “Meglio morire che rimanere in Libia”. 

Mentre la Ocean Viking fa rotta verso Messina, sulla radio di bordo sono intercettati i messaggi tra un aereo di Frontex e due motovedette della guardia costiera italiana. C’è stato un naufragio a un miglio da Lampedusa, 149 persone sono state soccorse, mentre sono stati recuperati venti corpi senza vita, tra loro quello di alcune donne. Barkissa e Zheinab scendono dalla passerella della nave con passo leggero il 24 novembre a Messina, senza voltarsi indietro, mentre nelle stesse ore altri bambini recuperati dal mare sono portati nell’hotspot di Lampedusa. Alcuni scopriranno solo qualche ora più tardi di aver perso la loro madre nel naufragio. 

Annalisa Camilli è stata a bordo della Ocean Viking dal 9 al 24 novembre 2019: la nave ha soccorso 215 persone ed è attraccata a Messina dopo l’attivazione del meccanismo di ricollocamento europeo previsto dall’accordo di Malta, stipulato a fine settembre da cinque stati europei.

 

fonte: https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2019/12/10/donne-migranti-libia

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