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L'attentato in Nuova Zelanda tra violenza e propaganda, di Francesco Marone e Marco Olimpio

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 16/03/2019 09:12
L’attacco di Christchurch segna, in maniera inequivocabile, la drammaticità conflittuale del dibattito globale sui temi urgenti che “spaventano” e l’incertezza diffusa che promuovono e certifica il conflitto ibrido…

I gravi attacchi realizzati in Nuova Zelanda sono diventati subito una notizia di rilevanza planetaria, per quanto molti dettagli della vicenda non siano ancora chiari. La polizia neozelandese ha tratto in arresto un ventottenne australiano, Brenton Tarrant, ritenuto responsabile di un’azione terroristica contro due moschee di Christchurch, terza città del paese. Il bilancio delle vittime sarebbe di 49 morti e oltre 20 feriti: di gran lunga l’attacco terroristico più grave nella storia della Nuova Zelanda. Tra l’altro, nel paese la stessa minaccia jihadista, che attira solitamente più attenzione, è decisamente meno rilevante della vicina Australia.

Nel pomeriggio di venerdì 15 marzo l’attentatore avrebbe prima colpito la moschea Al Noor, nel centro di Christchurch, e poi si sarebbe diretto in auto verso una seconda moschea nei sobborghi della città. L’uomo ha utilizzato diverse armi lunghe, tra cui fucili a pompa e fucili semiautomatici, e la polizia avrebbe rinvenuto degli ordigni rudimentali all’interno del suo veicolo.

Sulle armi e i caricatori sono invece stati riportati i nomi di altri attentatori di estrema destra, tra cui il norvegese Anders B. Breivik e l’italiano Luca Traini, ma anche di personaggi storici come il Doge di Venezia Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana che sconfisse l’Impero ottomano nella Battaglia di Lepanto del 1571, e personaggi o battaglie rispetto ai quali i musulmani figurano come nemici. Inoltre, l’uomo ha filmato in diretta l’azione: probabilmente il primo caso di vera e propria strage in Occidente trasmessa “live”. Mentre inizialmente fonti giornalistiche avevano ipotizzato l’azione di un commando, l’attacco, condotto con metodi di ispirazione militare, sembrerebbe avere un solo responsabile; presenterebbe quindi una modalità di esecuzione che è ricorrente negli attacchi di estrema destra: l’autore avrebbe pianificato (in questo caso, con grande anticipo e con meticolosità) ed eseguito l’attacco da solo e autonomamente, senza far parte e senza ricevere ordini da un gruppo armato.

Esistono diverse indicazioni di una crescita dell’estremismo violento di estrema destra negli ultimi anni. Per esempio, secondo l’ultimo rapporto annuale dell’FBI sui crimini di odio (pubblicato a novembre 2018), nel 2017 negli Stati Uniti questo tipo di crimini è cresciuto del 17%, con un incremento per il terzo anno consecutivo. Analogamente, un rapporto dell’Anti Defamation League (ADL, un’organizzazione non governativa statunitense impegnata nel contrasto dell’antisemitismo e di tutte le forme di odio), tra il 2009 e il 2018, il 73,3% degli omicidi legati all’estremismo interno negli Stati Uniti erano riconducibili a radicalizzati di estrema destra, il 23,4% a salafiti-jihadisti e il 3,2% a estremisti di sinistra.

Il fenomeno ha coinvolto anche l’Europa. Tra i casi più eclatanti nel Vecchio Continente vi è ovviamente quello di Breivik, responsabile il 22 luglio 2011 di attacchi con ordigni esplosivi e armi da fuoco che provocarono 77 morti e 319 feriti. Altro atto di violenza di rilievo è stato l’omicidio della parlamentare britannica Jo Cox il 16 giugno 2016 da parte di Thomas Mair, cinquantaduenne con problemi psichiatrici, legato a gruppi neo-nazisti. Come accennato, l’Italia non si è rivelata immune da questa minaccia, come dimostrato dalla sparatoria di Luca Traini il 3 febbraio 2018 a Macerata.

Uno degli aspetti più rilevanti legato agli attacchi di Christchruch riguarda la pubblicazione di un vero e proprio manifesto ideologico. Infatti, per giustificare le proprie azioni, l’attentatore australiano ha pubblicato un lungo documento di stampo xenofobo, chiamato “The Great Replacement”, ovvero “La Grande Sostituzione”, con un riferimento alla presunta invasione dei paesi occidentali da parte degli immigrati. Il manifesto, che diversi esperti hanno giudicato simile a quello pubblicato dallo stesso Breivik (“2083: Una dichiarazione europea di indipendenza”, oltre 1500 pagine), getta luce su alcuni elementi del processo di radicalizzazione dell’attentatore. Nel documento l’autore si definisce un etno ed eco-nazionalista, profondamente preoccupato dal crollo dei tassi di fertilità in Occidente e da quella che lui percepisce essere un’invasione da parte di persone “non-europee”. In questa prospettiva, l’autore indica un viaggio in Europa come tappa rilevante della radicalizzazione; durante un soggiorno in Francia venne sorpreso dalla quantità di “invasori” presenti. Nel documento il terrorista australiano non esita a incitare l’uccisione di Angela Merkel, di Recep T. Erdoğan e di Sadiq Khan, identificati come i tre nemici principali.

Il documento contiene numerosi riferimenti ad altri stragisti xenofobi e razzisti come il pluriomicida della Grande Moschea di Quebec City in Canada, Alexandre Bisonnette (6 morti, il 29 gennaio 2017), e l’autore della strage nella chiesa di Charleston negli Stati Uniti, Dylan Roof (9 morti, il 17 giugno 2015). L’attentatore sostiene di non fare parte di alcun gruppo o organizzazione, ma di aver interagito con diversi gruppi nazionalisti. Inoltre dichiara di aver contattato il gruppo di Anders Breivik, il Gruppo dei Cavalieri Templari, per ricevere la loro grazia. Inoltre, l’autore avrebbe dichiarato le proprie intenzioni di compiere un attacco su un forum chiamato 8chan, dove era in contatto con altri individui che condividevano le sue idee estremiste.

Il documento segnala la volontà di giustificare ideologicamente la propria violenza e di indentificarsi in una causa “superiore”, che, lungi dal chiudersi in un angusto nazionalismo, si estende nello spazio e nel tempo, ampliandosi ben oltre i confini della Nuova Zelanda e abbracciando secoli di storia. Non sorprende che il messaggio presenti una visione rigidamente manichea della realtà, includendo passaggi di natura cospiratoria e tratteggia l’autore della violenza come vittima di dinamiche ingiuste, cui occorre reagire, appunto, con l’uso della violenza, senza limitazioni (comprendendo, per esempio, i bambini come bersagli legittimi).

Per la grande maggioranza dei terroristi, la presentazione, se non la vera e propria spettacolarizzazione degli attacchi è da sempre un elemento fondamentale della propria strategia. L’attività di propaganda, accompagnata dalla copertura mediatica degli attacchi, serve da amplificatore per la diffusione del messaggio estremistico. Importante può essere, appunto, anche la pubblicazione di veri e propri manifesti, che consentano di presentare la propria ideologia e possono essere studiati, riprodotti ed emulati.

Le nuove tecnologie hanno facilitato e reso sempre più sofisticata la macchina di propaganda dei gruppi e dei militanti estremisti. Se in passato, per esempio, i terroristi ceceni diffondevano videocassette di attacchi contro soldati russi, o Al Qaeda in Iraq produceva video compilations di bassa qualità di attacchi bomba contro i soldati americani, il cosiddetto Stato Islamico (IS) ha innovato profondamente la comunicazione e la propaganda del terrore. I canali ufficiali di questo gruppo, specialmente all’apice della sua traiettoria, pubblicavano regolarmente video di azioni di combattimento, attacchi suicidi e decapitazioni, utilizzando anche riprese da droni o da telecamere Gopro montate sui fucili o sulle teste degli jihadisti, consentendo di mostrare anche combattimenti ravvicinati e esecuzioni di soldati nemici. A titolo di esempio, si può ricordare il video della decapitazione di 29 etiopi cristiani da parte del braccio libico dell’IS nel 2015, nel quale un portavoce minacciava le nazioni “crociate”.

Un rischio significativo presentato dalla pubblicazione del manifesto, dal video della strage e dalla notevole attenzione mediatica che ha riscosso l’attacco è l’incoraggiamento di possibili emulatori. L’attentatore ha dichiarato che questa era proprio una delle motivazioni dietro all’attacco; lui stesso ha letto e tratto ispirazione dai manifesti di altri terroristi come Breivik e Roof. 

Il fenomeno del terrorismo jihadista degli ultimi anni ha mostrato, ancora una volta, quanto possa essere pericoloso il fenomeno dell’emulazione di azioni terroristiche. Lo Stato Islamico ne ha fatto persino un proprio tratto caratteristico, esortando continuamente i suoi seguaci e simpatizzanti ad adottare le tattiche suggerite per compiere attentati eclatanti che il gruppo armato avrebbe poi potuto rivendicare.

Come dimostrato dalla presenza di diversi paesi, il fenomeno ha una dimensione transnazionale internazionale, favorita dall’impiego di internet, attraverso forum, social media e chat rooms, in maniera non strutturata. Nel caso dell’attacco in Nuova Zelanda, l’azione è stata annunciata su 8chan, trasmessa in diretta su Facebook, ri-postata su Youtube e commentata su Reddit e Twitter; il manifesto è stato postato e condiviso online. L’utilizzo del web e in particolare dei social nework si conferma quindi una questione centrale.

Concreto è anche il rischio che, come auspicato dal terrorista, si possano verificare azioni di rappresaglia per il fatto accaduto, che incrementino le divisioni e le tensioni nella società; simpatizzanti jihadisti stanno già diffondendo online messaggi di vendetta.

Infine, occorre tener presente anche l’eventualità che violenza jihadista e violenza di estrema destra si alimentino e rafforzino a vicenda, arrivando anche ad adottare, paradossalmente, metodi simili nell’uso della violenza e nella diffusione dei propri messaggi propagandistici.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lattentato-nuova-zelanda-tra-violenza-e-propaganda-22576

 

The Great Replacement: l’attentato in Nuova Zelanda e il “nuovo” estremismo transnazionale che non ti aspetti, di Marco Lombardi e Barbara Lucini

49 persone sono state uccise in in seguito a due attacchi a due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda commessi da Brenton Tarrant australiano di 28 anni. Nella drammaticità dell’evento quello che più interessa è il manifesto pubblicato sul profilo Twitter dell’attentatore che elenca in modo dettagliato le ragioni di tale gesto. L’intero attentato è segnato da una attenzione comunicativa che si esprime prima nella trasmissione live dell’attentato e poi nelle 74 pagine di rivendicazione.

Il live dell’attacco è soprattutto una lunga soggettiva di oltre 16 minuti, spesso con camera sul casco, musica di sottofondo in genere vecchie canzoni di soldati appiedati in marcia (tipo 1777 UK the British Granadiers march), in cui documenta l’azione e il successivo massacro dei feriti. La ripresa è quella del videogame con bocca dell’arma che spara inquadrata e target sullo sfondo: una ricerca di drammaticità comunicativa dichiarata nella rivendicazione con l’obiettivo di promuovere conflitto e cercare imitatori.

L’analisi del documento di rivendicazione intitolato The Great Replacement riporta l’attenzione su alcuni elementi importanti, che mancano nella più generale comunicazione mediatica e che sono vittime di paradigmi interpretativi e di lettura oramai superati. La struttura è complessa e consiste di due parti principali organizzate da un punto di vista della comunicazione strategica come una conferenza stampa dove a domande poste vi sono pronte risposte.

In generale, il documento si fonda sull’individuazione di un nemico che si sente in dovere di combattere per salvarela sua gente” e garantire un futuro a persone che l’attentatore considera simili in termini etnici e culturali. Il linguaggio non è mai estremista e utilizza termini più alti o tecnici solo in rari passaggi.

Cosa emerge di essenziale dall’analisi di questo documento?

  1. il processo di radicalizzazione o per meglio dire di “immersione” che Brenton dice di avere vissuto negli ultimi due anni. Il profilo che emerge è quello di una persona che ha attraversato momenti polarizzanti differenti passando dall’essere un giovane comunista ad un anarchico poi un libertario ed infine un eco – fascista. Più volte viene sottolineata la propia normalità e l’ordinarietà di uomo qualunque, che però informa di essere stato esposto ad attacchi terroristici nel corso della sua vita che hanno cambiato la sua visione della società;
  2. la motivazione che l’ha spinto all’azione sembra essere stata la morte alla ragazzina Ebba Akerlund vittima di un attentato terroristico nei pressi di Stoccolma nel 2017, ma questa, come si vedrà dalla molteplicità di questioni affrontate, non è l’unica motivazione a tale gesto. Può essere – esattamente come il tanto voluto collegamento con Traini– una strategia per facilitare la mediatizzazione dell’evento;
  3. la trasversalità dei temi toccati, dall’antimperialismo ai diritti dei lavoratori, dalla eredità culturale all’ambientalismo – tematica questa oggi più che mai essenziale data anche la giornata di protesta in favore di politiche pubbliche più attente al cambiamento climatico – propone una agenda diffusa e condivisa globalmente ;
  4. i collegamenti transnazionali sono molteplici: spaziano da una French connection importante, che si ricollega a un viaggio in Francia segnato dalla consapevolezza delle condizioni di vita del popolo francese “invaso” dall’immigrazione di massa, da cui il consolidamento delle proprie convinzioni radicali; contemplano un collegamento con i Knight Templar gruppo di estrema destra inglese. Tutta la scrittura del documento risulta pervasa da rimandi radicati in una cultura europea e nazionalista, in cui l’immigrazione viene considerata come una forza occupante non arginata;
  5. la centralità della teoria del complotto per la sostituzione etnica, tipica in questi anni di un grande revisionismo da parte francese ed in particolar modo di alcuni gruppi francesi di estrema destra, rimane presente e trasversale in tutto il documento. Infatti, sebbene l’attentato abbia avuto come target group persone musulmane e nel testo vi siano rimandi agli immigrati musulmani è molto difficile sostenere che questa sia l’unica linea interpretativa di questo documento.

L’Autore pone infatti all’attenzione di questo profondo cambiamento sociale, vissuto e percepito, altri temi che nulla hanno a che fare con xenofobia ed islamofobia per esempio:

  1. l’enfasi sulla necessità di controllare il tempo sembra essere un’altra leva di preoccupazione e di motivazione del gesto che si esprime nella urgenza dovuta a diverse ragioni quali: la riduzione dei tassi di fertilità europei legati alla mancanza di persone di origine europea a causa dell’immigrazione di massa; la più ampia crisi generata dall’immigrazione di massa che impedisce un processo continuo di sviluppo e civilizzazione. Ma questa preoccupazione emerge anche quando Brenton sottolinea un’agenda dettagliata circa il suo periodo di “radicalizzazione” e il momento di decidere l’azione; quando concentra l’attenzione sui bambini bianchi e il loro futuro; o quando considera il lascito del suo gesto ed è convinto che non durerà nel tempo e verrà dimenticato;
  2. l’individualismo nichilista ed edonista tipico di buona parte delle società occidentali che riporta a riflessioni con idee di stampo marxista e leninista;
  3. l’auspicio di un attivismo della NATO contro i turchi, che nel contesto dell’Unione europea secondo l’Autore devono essere trattati come nemici;
  4. la promozione della divisione sociale e del conflitto diffuso in USA per quanto riguarda il dibattito pubblico relativo alla regolamentazione sull’utilizzo e la detenzione di armi;
  5. il concentrare l’attenzione su un processo quanto mai attuale ovvero quello della balcanizzazione dell’Europea e dei rapporti fra questi Paesi e gli Stati Uniti.

La strategia comunicativa sottostante tale documento di rivendicazione se letta attraverso una nuova e necessaria lente interpretativa potrebbe appartenere a una molteplicità di profili. L’Autore stesso infatti non solo cita differenti fasi ideologiche della sua vita, ma anche una appartenenza simultanea sia all’estremismo di destra sia all’estremismo di sinistra; con una nota biografica interessante quando sostiene di odiare in particolar modo i convertiti sostenendo che sono coloro che per primi tradiscono le loro origini mettendosi a disposizione di un ideale fallimentare.

Tutta la narrativa e la retorica utilizzata risentono di incroci culturali che variano da una linea più protestante a quella etno – nazionalista per abbracciare anche delle sfumature di ideologie orientali. L’attacco di Christchurch è, dunque, complesso nelle narrative contenute nelle 74 pagine di rivendicazione e non può essere liquidato senza cercare la risposta a tanti interrogativi.

In particolare non può essere ricondotto alla semplicistica reazione agli attentati del terrorismo islamista. Indubbiamente esiste ormai un effetto di “doppia radicalizzazione” perseguito da Daesh allo scopo di fare propaganda sia per reclutare nei suoi ranghi sia per motivare i nemici, i kuffar, a mantenere caldo il conflitto. Ma l’attacco di Brenton non può essere ricondotto solo a queste cause: i temi della rivendicazione, l’articolazione delle narrative, la struttura del discorso evidenziano l’appartenenza a un milieu culturale diffuso che differisce, per fortuna e generalmente, negli esiti della scelta violenta e terroristica.

L’attacco di Christchurch segna, in maniera inequivocabile, la drammaticità conflittuale del dibattito globale sui temi urgenti che “spaventano” e l’incertezza diffusa che promuovono e certifica il conflitto ibrido che si diffonde in vari strati, dove il terrorismo sta diventando una categoria significativa per i risultati ma troppo generica per comprenderla rispetto alle sue ragioni.

Da qui la necessità di acquisire alcuni principi essenziali per le analisi che seguiranno:

  • quanto accaduto è la risposta pervasiva e diffusa ad una serie di molteplici contesti socio- culturali, anche molto diversi fra loro;
  • queste nuove forme di estremismo ibrido saranno il futuro di azioni estreme e polarizzate dettate da uno svariato numero di motivazioni e di altrettante innumerevoli sfumature e influenze culturali.

 

Ecco quindi la necessità di superare il paradigma dottrina – ideologia per abbraccia una visione olistica di un fenomeno estremista complesso e del quale la vera natura risiede non solo nella fluidità delle posizioni estreme, ma anche e soprattutto nella loro fragilità in termini di confini reali e virtuali, così come nella ormai accertata mancanza di zone ben delimitate sia sul piano culturale sia su quello delle narrative.

Senza questo necessario cambio di lettura e di interpretazione, si rischia di rimanere legati ad assiomi superati che rendono il terrorismo un mero fenomeno mediatico e che renderanno qualsiasi strumento sia operativo sia di policy inutile.

http://www.itstime.it/w/the-great-replacement-lattentato-in-nuova-zelanda-e-il-nuovo-estremismo-transnazionale-che-non-ti-aspetti-by-marco-lombardi-e-barbara-lucini/

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