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L'acquisizione di life skill e job skill nella flessibilità lavorativa, di Lidia Calabrò

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 18:52
I contesti lavorativi della società post-industriale in cui ci troviamo a vivere e con cui collaboriamo portano a continui cambiamenti del contesto produttivo che prevede l’acquisizione di life skills, abilità e competenze che si acquisiscono attraverso le esperienze lavorative e durante il corso della vita, e di job skills, le competenze tecniche specifiche di ciascun lavoro che vanno continuamente aggiornate ...

INTRODUZIONE

I contesti lavorativi della società post-industriale in cui ci troviamo a vivere e con cui collaboriamo portano a continui cambiamenti del contesto produttivo che prevede l’acquisizione di life skills, abilità e competenze che si acquisiscono attraverso le esperienze lavorative e durante il corso della vita, e di job skills, le competenze tecniche specifiche di ciascun lavoro che vanno continuamente aggiornate (Reyneri, 2005).

La mia esperienza personale si inserisce proprio in questo contesto. Sono laureata a Torino in lingue dal febbraio 2004 e già dalla tesi di laurea avevo deciso di insegnare italiano agli stranieri, pur sapendo che non sarebbe stata una cosa facile. La mia esperienza lavorativa inizia, però, esattamente un anno dopo, per puro caso, come formatrice professionale di lingua inglese e cultura (italiano, educazione alla cittadinanza, basi del diritto del lavoro e orientamento) in una scuola vicino casa. Durante questa prima attività ho iniziato anche a svolgere i primissimi incarichi come insegnante di italiano a stranieri immigrati in corsi attivati nel mio comune di residenza con i fondi europei e comunali. Convinta del fatto che la mia strada fosse insegnare italiano agli stranieri, nell’a.a. 2009/2010 ho conseguito il Master in Didattica della Lingua Italiana come Lingua non Materna presso l’Università per Stranieri di Perugia. Nel luglio del 2010, appena terminato il Master, ho lasciato il lavoro da formatrice (2 anni e mezzo con contratto co.co.co. e 2 anni con contratto a t.d.) e mi sono trasferita a Bangkok per insegnare italiano alla Chulalongkorn University, consapevole che avrei rinunciato ad un contratto a tempo indeterminato e che sapevo ciò che lasciavo ma non quello che avrei trovato successivamente, forte del grande desiderio di aprirmi una strada in ambito universitario. Finito l’anno di lavoro in Thailandia, sono ritornata in Italia e ho subito iniziato a lavorare all’Università per Stranieri di Perugia per 4 mesi con contratto a t.d. e nel dicembre 2011 mi sono trasferita a Roma, perché chiamata ad insegnare inglese e spagnolo alla Link Campus University con contratto di prestazione d’opera per 6 mesi circa. Nel frattempo ho iniziato a collaborare con due Università Statali di Roma, La Sapienza e Roma Tre con contratti co.co.co. per corsi di lingua italiana a studenti europei del progetto Erasmus e brasiliani del progetto Ciencia Sêm Fronteiras.

In questi pochi ma intensi anni, come evidenzierò successivamente, non ho mai smesso di formarmi con altri corsi di specializzazione e di aggiornamento e l’attuale frequenza alla Licenza in Scienze Sociali come possibilità per ampliare il mio bagaglio di conoscenze formali in modo da rendere più completa la mia formazione didattica e come possibilità per aprire la mia professionalità ad altri ambiti lavorativi. Uno dei motivi principali di quest’ultima scelta è dovuta alla mancanza di riconoscimento della figura professionale dell’insegnante di italiano L2 e di rendere la mia professionalità ed esperienza più spendibile sul mercato del lavoro pienamente consapevole delle difficoltà e della crisi in cui si trova l’Italia e che potrei invecchiare senza una collocazione fissa.

 

LIFE SKILL E JOB SKILL: ASPETTI POSITIVI E ASPETTI NEGATIVI

Secondo quanto affermato in Reyneri (2005), le competenze umane e relazionali che un lavoratore acquisisce in modo non formale sono di tre tipi: cognitivo, relazionale e affettivo.

Per quanto riguarda le competenze cognitive, aspetti importanti sono il saper trovare soluzioni, il prendere decisioni e l’assumere responsabilità. Queste sono state le prime abilità che ho dovuto acquisire in quanto a poco più di 24 anni mi sono trovata catapultata in un mondo a me completamente estraneo: classi di adolescenti maschi con nessuna voglia di studiare  e di obbedire alle regole. Non è stato facile non far vedere le insicurezze caratteriali e decisionali, anzi, per non far vedere di essere insicura e titubante, per non far prevalere il disordine e la confusione in classe, ho tirato fuori una parte del carattere deciso che mi ha sempre caratterizzata, ma che faceva fatica a venire fuori nelle relazioni con gli altri. Il contesto classe mi ha aiutata ad assumere un ruolo chiaro e definito.

Alle competenze cognitive si sono intrecciate quelle relazionali, che personalmente ritengo fondamentali in contesto lavorativo (e non solo). Abilità relazionali sono il saper operare all’interno di regole non scritte cercando di capire come le relazioni funzionano intorno a te, il saper lavorare in gruppo, il saper comunicare e ascoltare, il saper stabilire e mantenere relazioni interpersonali. Le diverse esperienze lavorative mi hanno insegnato a sviluppare tali abilità man mano che mi aprivo al confronto con i colleghi. La prima esperienza da formatrice mi ha insegnato l’importanza della collaborazione tra colleghi sia per lavorare bene tra di noi sia per lavorare bene con i ragazzi. Ho imparato ad ascoltare le riflessioni e le opinioni dei colleghi, ho preso spunto dalle loro modalità didattiche, identificandomi nell’attività prestata e nella missione formativa, ho imparato a fidarmi e a chiedere il sostegno spesso morale dei colleghi per continuare a svolgere con coraggio il mio lavoro. Allo stesso tempo ho imparato a relazionarmi con i ragazzi che mi chiedevano di potersi fidare di me, ho smussato alcune rigidità caratteriali e soprattutto ho sviluppato una sensibilità nei confronti delle difficoltà che gli studenti incontravano nelle fasi di apprendimento, principalmente perché non volevo che la loro esperienza scolastica fosse traumatica come lo era stata la mia. In tutto questo, anche l’attività con lo psicologo in classe mi ha permesso di vedere la relazione con i ragazzi sotto un’altra lente. Questa esperienza è stata fondamentale perché io potessi, successivamente, affinare tale competenza in un contesto straniero, dove le abilità relazionali semplici si devono scontrare con il confronto interculturale, soprattutto laddove la distanza tra la cultura della L1 (lingua uno – l’italiano) è molto distante da quella della L2 (lingua due – thailandese). L’incontro-scontro favorisce lo sviluppo della capacità d’ascolto che si rivela fondamentale in contesto lavorativo, per evitare di giudicare e di far prevalere la propria opinione su quella degli altri.

L’acquisizione delle competenze affettive ha richiesto molto più tempo in quanto, se da un lato lavorare nella formazione professionale mi ha aiutata a gestire le mie emozioni nelle relazioni con gli studenti in modo da comprendere che io non potevo risolvere tutti i problemi a cui andavano incontro i ragazzi (problemi familiari, con la giustizia e i servizi sociali), dall’altro è stato necessario allontanarmi dal mio contesto di vita naturale (la famiglia, il paese di origine, gli amici e le attività di sempre) per confrontarmi con me stessa e con le mia capacità personali e professionali per acquisire una consapevole autostima. Di fatto ci sono voluti dieci lunghi anni di lavoro, tra alti e bassi, perché ciò potesse avvenire. Non potendo contare sulle capacità e sicurezze altrui, ho dovuto imparare a “prendere le misure su me stessa”. Ogni esperienza ha aggiunto un piccolo tassello all’acquisizione dell’autostima.

Ripercorrendo mentalmente questi anni, non vedo aspetti negativi relativi alle life skill, cioè il saper essere, in quanto tutto ciò che ho acquisito è stato il frutto di esperienze diverse che mi hanno permesso di mettermi in gioco cercando sempre di migliorarmi.

Diverso è, invece, il caso delle job skills ovvero del saper fare. Negli hanno ho imparato a fare l’insegnante e forse non basta una vita. Se da un lato c’è una predisposizione naturale all’insegnamento, dall’altro è stato necessario investire sulla mia formazione professionale attraverso l’apprendimento formale di corsi di specializzazione, master, tirocini e corsi di aggiornamento sia in presenza sia online o in modalità blended. In particolare, posso affermare che l’esperienza pratica di tirocinio mi ha permesso di perfezionare alcune tecniche didattiche, di osservare e riflettere insieme ai colleghi sugli aspetti positivi e negativi del mio modo di operare in classe. A questo punto, però, mi preme sottolineare che le job skill si perfezionano realmente, e non solo formalmente, se si ha la volontà di confrontarsi, di ascoltare e di rimettersi in gioco. Da un punto di vista puramente tecnico, mi sentirei di abbinare l’acquisizione delle job skill a quella dell’autostima. Osare e scommettere sulle proprie capacità e abilità aumenta la dose di autostima quando si nota che il lavoro ha portato a risultati molto buoni, a volte anche migliori di quanto previsto.

Se da un lato il Life Long Learning permette di essere sempre aggiornato con i nuovi approcci e metodi didattici, con le nuove tecnologie e le modalità didattiche per un buon utilizzo delle stesse, dall’altro richiede un elevato costo non sempre accessibile in quanto si tratta di auto-formazione. I contratti di collaborazione non prevedono che la formazione sia a carico dell’azienda o dell’ente che commissiona la prestazione, però la formazione continua è necessaria perché garantisce affidabilità e competenza professionale, punteggio ai fini delle selezioni pubbliche e dimostra che la persona è veramente motivata e intenzionata ad ottenere quel posto, seppur precario, e a svolgere al meglio la sua attività.

Tutto questo, però, ha ricadute negative sulla persona: 1) aumento dello stress poiché si è sottoposti a lavorare in periodi brevi (1-3 mesi) per più committenti e a ritmi sostenuti; 2) aumenta la percezione dell’intensità del lavoro; 3) ci si sente sempre più instabili da un punto di vista lavorativo man mano che l’età anagrafica aumenta; 4) se non si ha acquisito abbastanza sicurezza in se stessi, si corre il rischio di vedere i propri colleghi che concorrono alle medesime selezioni come dei nemici da sconfiggere per poter essere sempre più in alto in graduatoria, trascurando l’aspetto relazionale e quindi danneggiando il capitale sociale/umano; 5) si rischia di perdere la collaboratività tra colleghi, 6) il progetto di vita slitta sempre di più perché non si vede la prospettiva di una stabilità che possa permettere di dare il via a scelte decisive quali l’acquisto di una casa, il matrimonio e i figli.

 

CONCLUSIONE

Alla luce di quanto affermato sempre da Reyneri (2005), la flessibilità lavorativa e la condizione di precariato presentano caratteristiche positive riguardo le esperienze lavorative del capitale umano con particolare riferimento all’acquisizione delle competenze relazionali, umane e tecnico-specialistiche, ma allo stesso tempo hanno un impatto negativo sulla percezione dello stress, dell’intensità del lavoro e sulla progettualità di vita. Sempre come afferma l’autore chi, superata la soglia dei 34/35 anni, continua a lavorare con tipologie di contratti atipici, lo fa perché si ritiene soddisfatto del proprio lavoro e dei risultati ottenuti, convinto che un altro lavoro non lo renda felice, contrariamente a chi è disposto a cambiare lavoro con uno che non lo soddisfi, pur di trovare una stabilità lavorativa ed economica. Personalmente, posso affermare di essere contenta e soddisfatta del lavoro che svolgo e, anche se a 34 anni mi ritrovo in una situazione di grande precarietà e incertezza, sono fiera del percorso seguito fino ad ora. Avrei potuto scegliere la via più semplice rimanendo nella formazione professionale rinunciando a quanto più mi dà gioia per avere in cambio uno stipendio fisso. Non mi sono accontentata di dare e fare poco. Sapevo che avrei potuto fare e dare molto di più e così, nonostante la gavetta infinita, il rischio di “intrappolamento”, l’incertezza del futuro e l’amarezza per il mancato riconoscimento della figura professionale, posso dire che quanto ho imparato grazie a esperienze lavorative e formative diverse non l’avrei imparato se fossi rimasta da subito nello stesso posto.

 

BIBLIOGRAFIA

Reyneri, E. (2005). Sociologia del mercato del lavoro II. Le forme dell’occupazione. Bologna: Il Mulino.

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