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L'accordo sulla nomina dei vescovi due anni dopo, di Emanuel Pietrobon

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 15/09/2020 18:36
A due anni dalla storica intesa le possibilità che il dialogo sino-vaticano si trasformi in un sodalizio rivoluzionario sono estremamente elevate…

Sono passati quasi due anni da quel 12 settembre, giorno in cui le diplomazie della Santa Sede e della Repubblica Popolare Cinese hanno raggiunto un’intesa preliminare di carattere storico che ha creato le premesse per la normalizzazione integrale dei rapporti bilaterali. L’accordo porta le firme di Antoine Camilleri, il sottosegretario per i rapporti della Santa Sede con gli Stati, e Wang Chao, viceministro degli affari esteri della RPC, e ha garantito al pontefice il diritto alla nomina dei vescovi, come accade nella maggior parte del mondo. Come prova di buona volontà, lo stesso giorno dell’annuncio, papa Francesco aveva rimesso la scomunica a sette vescovi ordinati da Pechino senza mandato pontificio, mentre in Cina era stato dato il beneplacito alla nascita della diocesi di Chengde.

A quasi due anni di distanza da quell’evento, i rapporti fra l’unico impero spirituale del pianeta e l’erede dell’impero celeste sono migliorati sensibilmente, al di là di ogni aspettativa e malgrado i tentativi di boicottaggio portati avanti dagli Stati Uniti e da una parte della chiesa cattolica. Vaticano e RPC hanno collaborato attivamente durante la pandemia, inviandosi reciprocamente tonnellate di aiuti umanitari, ed è anche per merito dell’egregio lavoro di intermediazione della diplomazia cattolica che l’impegno umanitario cinese in Italia è stato particolarmente elevato.

Le diplomazie dei due imperi stanno lavorando intensamente al rinnovo dell’accordo e, possibilmente, ad una sua estensione ad altri settori, ed è lecito attendersi un aggravamento della propaganda anti-bergogliana nelle settimane a venire teso a screditare l’immagine del pontificato. In tal senso, dei segni premonitori vi sono già. Ad esempio, di recente i grandi media anglofoni hanno iniziato puntare il dito contro il silenzio di Papa Francesco sulle presunte persecuzioni anti-islamiche nello Xinjiang e sulla repressione delle proteste di Hong Kong. L’obiettivo è quello di veicolare la (falsa) convinzione che il papato sia complice, o comunque connivente, dell’agenda antireligiosa di Pechino, spingendo i cattolici alla rivolta.

In realtà, se di persecuzione si parla, sono i cristiani – e non i musulmani – il gruppo religioso più colpito dalle politiche intolleranti di Pechino, vittime di una sistematica campagna di repressione basata sulla caccia ai fedeli delle chiese sotterranee, sulla discriminazione sul lavoro e sull’ostracizzazione sociale, sull’abbattimento di chiese e sulla riscrittura dei loro testi sacri, resi conformi alla visione materialistica del mondo e della storia propugnata dal Partito Comunista Cinese. 

Sono queste le ragioni che hanno spinto il Vaticano ad approfittare dell’occasione storica procurata dal preponderante aumento numerico dei cristiani all’interno della Cina, spingendo l’attuale pontefice a tentare la carta del sogno multipolare per allietare gli umori nel PCC. La croce e il dragone insieme contro l’unipolarismo liberale occidentalo-centrico, un’alleanza antistorica ma non per questo destinata ad un inevitabile fallimento. L’accordo sulla nomina dei vescovi del 22 settembre 2018 e, soprattutto, il fatto che sia durato come e quanto preventivato, sono la prova che una coesistenza pacifica per un comune fine strategico è possibile. 

Del resto, la RPC sta collaborando con la Russia, un rivale di lunga data, per la stessa ragione per cui sta dialogando con il Vaticano: accelerare la transizione multipolare per erodere il sistema di potere ruotante attorno gli Stati Uniti, nato nel 1945 e consolidatosi nel 1989 ma, oggi più che mai, esposto al rischio di subire un arretramento.

Si avvicina il secondo anniversario dell’intesa ed aumentano costantemente e gradualmente i tentativi di boicottare il rinnovo. L’ultimo sabotaggio è avvenuto a fine luglio, quando la grande stampa occidentale ha dato ampia eco ad una presunta campagna di attacchi cibernetici condotta da hacker al soldo di Pechino ai danni di computer e centri di raccolta dati appartenenti al Vaticano e ad entità cattoliche di tutto il mondo. Il tentativo è fallito: sia la Santa Sede che il PCC hanno negato il fatto e sulla vicenda è calato rapidamente il silenzio senza che i rapporti bilaterali venissero compromessi. Una prova di forza. 

Ad ogni modo, normalizzare completamente sarà complicato per un motivo molto semplice: il PCC prova un timore reverenziale per l’intero cristianesimo perché esso è dotato di un’intrinseca carica rivoluzionaria che nei secoli lo ha portato a rovesciare dinastie e a conquistare interi continenti. L’ultima terra caduta sotto i colpi della croce è stata proprio la galassia sovietica, il cuore pulsante della rivoluzione comunista.

L’Unione Sovietica non temeva eccessivamente il Vaticano e non credeva nel potere rivoluzionario della fede, due ragioni che spiegano in parte il successo di Giovanni Paolo II nello stimolare la caduta dell’impero comunista. La Cina, al contrario, ha imparato la lezione di storia e ha sviluppato una paranoia morbosa nei confronti del cristianesimo, del cattolicesimo in particolare, onde evitare di incorrere nello stesso tragico fato. È noto infatti che l’8 aprile 2005, in occasione dei funerali del papa polacco in piazza San Pietro, l’unica grande assente fu proprio la Cina. Giunsero delegazioni provenienti da oltre 70 paesi e rappresentanti delle principali religioni mondiali per dare l’ultimo saluto ad uno dei registi della fine della guerra fredda, ma il PCC pensò che partecipare avrebbe potuto scatenare emozioni forti ed imprevedibili tra i cristiani del paese, decidendo quindi di mantenere un profilo quanto più basso possibile. 

Oggi come allora nulla è cambiato: il potere della croce e lo spettro di Giovanni Paolo II continuano a spaventare il dragone. Anche per questo motivo, Xi Jinping sta temporeggiando nervosamente per quanto riguarda la concretizzazione di un evento di cui si vocifera da anni: un viaggio apostolico del sovrano di Roma in Cina. 

 

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/esteri/laccordo-sulla-nomina-dei-vescovi-due-anni-dopo/

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