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La Via della Seta non potrà realizzarsi senza la fiducia del Vaticano, di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 26/03/2019 09:24
Chi in Vaticano ha fatto filtrare l’indiscrezione dei sondaggi cinesi per un possibile “pit-stop” presidenziale a San Pietro potrebbe aver apprezzato che questo poi non ci sia stato…

E forse quella notizia ha favorito quanti nell'apparato cinese non condividevano l’idea e l’hanno affondata, magari dopo la divulgazione dell’indiscrezione.  La battuta, efficace e sgradevole, per la quale dopo giornate di relax, shopping e turismo, il Presidente cinese Xi arrivando a Parigi ha cominciato il tour politico in questo suo viaggio europeo, ha una sua efficacia. E non soltanto per la qualità, e quantità, degli interlocutori parigini. Il fatto vero è che l’impressione che a Roma si sia persa un’occasione appare fondata, o più che fondata.

Se ci fosse stato Andreotti si sarebbe potuto pensare a una battuta, formulata da autorità italiane nella fase preliminare, quando la sosta di Xi a Roma è stata studiata. Una battuta del genere: “Se il Presidente e segretario generale davvero intende parlare di Via della Seta durante il suo viaggio romano, prima che a Piazza del Quirinale passi a Piazza San Pietro”.

Il progetto della Via della Seta ha mille implicazioni, mille risvolti, ma soprattutto per essere affrontato come tale ha bisogno di un’anima, della sua anima. E in questi tempi in cui l’Oriente sembra conquistare il mondo e l’Occidente perdere fiducia in sé stesso, quasi in preda a una crisi di nervi più che di sistema, quest’anima va trovata insieme, e pochi più dei signori del Vaticano sembrano capaci di guardare così lontano da poter aiutare a vedere così vicino. 

Il suggerimento “andreottiano” sarebbe stato importante sebbene, come sempre, da giocarsi sul crinale più delicato. I fatti sono sembrati tali da dirci, o farci pensare, che tanto nel Partito Comunista Cinese quanto nella curia romana ci fossero nemici della visita di Xi dentro la città leonina. Chi in Vaticano ha fatto filtrare l’indiscrezione dei sondaggi cinesi per un possibile “pit-stop” presidenziale a San Pietro potrebbe infatti aver apprezzato che questo poi non ci sia stato. 

Forse infatti quella notizia ha favorito quanti nell’apparato cinese non condividevano l’idea e l’hanno affondata, magari dopo la divulgazione dell’indiscrezione. Che gli opposti convergano non sarebbe certo una novità. Chi avversa il disgelo con la Cina in Vaticano avrà le sue ragioni, radicate in una visione occidentale e allergica ai metodi di Pechino. Chi nel partito non gradisce aperture non vuole, da parte sua, cambiare metodo, in nulla e per nulla. E che il segretario di oggi, come l’imperatore di ieri, sia espressione di un potere assoluto, che comprende anche quello religioso, è noto.

È proprio questo che rende paurosa la Via della seta come la pensa Pechino, questa concezione del potere integrale, quello che ha indotto un oscuro funzionario cinese a redarguire una giornalista italiana addirittura al Quirinale: “La devi smettere di scrivere male della Cina”, le avrebbe detto. Solo un’idea diversa del potere potrebbe cambiare la Via, più che la seta.

E l’accordo provvisorio tra Cina e Vaticano ha prodotto lo strappo più evidente nella storia del Potere a Pechino: “Il figlio del cielo”, cioè l’imperatore oggi segretario generale, ha riconosciuto il vescovo di Roma capo della Chiesa in Cina. È stato un ritiro, un principio di ritiro, epocale. Andare a rendere visita a quel vescovo avrebbe reso la scelta ancor più politica, anzi, più culturale.

Purtroppo il suggerimento andreottiano non c’è stato, la visita romana ha trovato un senso solo nelle parole del Presidente Mattarella, ma di come “vivere insieme” lungo la vita della seta nessun altro ha parlato. I diritti sono apparsi un richiamo, o un convitato di pietra, tanto scomodo da togliere dagli argomenti in discussione quello dell’anima, quella di cui il progetto ha disperatamente bisogno.

L’esperienza africana, terza gamba di un progetto che già vede molte modalità cinesi esprimersi seguendo sistemi non tutti negativi ma sovente allarmanti, ci dice che Papa Francesco se avesse consegnato in dono a Xi una copia in cinese della “Dichiarazione sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmata insieme all’imam al Tayyeb recentemente, avrebbe fatto ai fautori della Via della seta il più grande regalo che potevano attendersi da un viaggio in Europa.

Aver considerato invece questo incontro in funzione di 2 o di ipotetici 20 miliardi di utile è stato un errore, o forse un limite. Perché è difficile non convenire con il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, che a riguardo ha scritto su Vatican Insider: “Quel che è certo è che la Via della seta, per il suo respiro e le sue ambizioni, non potrà realizzarsi senza questa crescente fiducia tra Pechino e Roma intesa come la sede di Pietro, data la natura globale del cristianesimo”.

https://formiche.net/2019/03/via-della-seta-vaticano-spadaro/

Incontro con Xi, c’è il «sì» del Papa Ma i cinesi adesso frenano, di Massimo Franco

Resistenze nel partito comunista al colloquio che sarebbe storico: l’occasione però sembra sfumata. Non è da escludere un viaggio di Francesco in Cina… 

Quasi si sfioreranno, ma probabilmente senza incontrarsi. Almeno per Xi Jinping, i tempi non sono ancora maturi per vedere Papa Francesco. La visita a Roma del presidente della Repubblica popolare cinese poteva essere un’occasione preziosa. Ma la speranza di un colloquio storico, coda ragionevole dell’Accordo provvisorio siglato tra Santa Sede e Cina il 22 settembre 2018, resta in sospeso, dopo essere stata alimentata per una manciata di giorni. Circa due settimane fa, informalmente, un messo del governo di Pechino ha bussato alle porte di un interlocutore vaticano bene addentro alle trattative tra i due Stati. Voleva sondare la disponibilità papale a un incontro durante la permanenza di Xi a Roma tra il 21 e il 23 marzo.

La risposta è stata positiva: Francesco, spiegano fonti vaticane, sarebbe stato disposto a vederlo perfino fuori dalle Sacre Mura. La sua diplomazia ha richiamato la lettera consegnata a nome del Papa nel settembre del 2014 a persone vicine a Xi, a Pechino, da due deputati argentini. Allora, un sito di Buenos Aires spiegò che l’avevano ricevuta dal pontefice in un incontro a Casa Santa Marta, presenti il segretario di Stato, cardinale Piero Parolin, e monsignor Dominique Mamberti, all’epoca «ministro degli esteri». In quella missiva personale, si confermava la volontà di avere relazioni più strette con il regime cinese.

Quattro anni dopo, è stata siglata la prima, misteriosa intesa storica. E siamo all’oggi. Il sondaggio informale partito dagli stessi cinesi sarebbe avvenuto a fine febbraio. Ma qualche giorno fa gli emissari di Xi avrebbero fatto sapere che l’incontro a Roma era difficile da organizzare. «L’agenda è troppo fitta di impegni», si sono giustificati. Ma la spiegazione non ha convinto la Santa Sede. La richiesta di una disponibilità di Francesco, e poi il «no» sono stati interpretati come un riflesso delle diverse posizioni all’interno del Partito comunista cinese (Pcc): sebbene non sia chiaro se possano esserci ripensamenti in extremis.

Tra le motivazioni formali, c’è quella secondo la quale Xi tende a non vedere esponenti di Stati con i quali la Cina non ha relazioni diplomatiche, ed è il caso della Santa Sede. È stato osservato che un colloquio tra capo della Chiesa cattolica e della Cina avrebbe oscurato gli appuntamenti col governo italiano per firmare il memorandum sulla Nuova Via della Seta. Ma forse prevale la resistenza, negli apparati del Pcc, a legittimare al massimo livello un accordo provvisorio della durata di due anni e dal contenuto segreto per volontà di Pechino. Con un paradosso vistoso.

Spesso, le visite di Stato a Roma sono un pretesto per incontrare i pontefici. Stavolta avverrebbe il contrario: Xi vedrebbe tutti i vertici istituzionali, tranne il Papa. Ma aleggia un ulteriore sospetto: che l’incontro tra Francesco e Xi venga evitato anche per non irritare gli Stati Uniti, in guerra commerciale con la Cina, e preoccupati dalle aperture del Vaticano alla prima potenza asiatica. La Segreteria di Stato ha risposto a chi chiedeva informazioni: non sono arrivate richieste di incontri dal governo di Pechino. Non ci saranno esponenti vaticani nemmeno alla cena di Stato al Quirinale in onore di Xi: una prassi ormai pluriennale non prevede la loro presenza.

Dunque, nonostante la vicinanza anche fisica, l’occasione sembra sfumata. E significativamente, ad annunciare che il Papa non avrebbe visto Xi Jinping sono state, il 13 marzo, fonti del governo di Taiwan, terrorizzato dall’avvicinamento tra Roma papale e Pechino. Il fatto che Francesco avesse reso noto di non avere in programma appuntamenti tra 21 e 23 marzo, era stato interpretato come ulteriore segno di attenzione. Da mesi la cerchia papale si affanna a moltiplicare i messaggi distensivi. E un incontro manderebbe un segnale forte alla chiesa cattolica cinese, alle prese con una tormentata transizione tra vescovi «patriottici», autorizzati dal regime, e «clandestini», tollerati o tuttora perseguitati.

Ma secondo il Vaticano, la prospettiva di un viaggio di Francesco in Cina non è da escludersi. Il Global Times, tabloid in lingua inglese dell’organo ufficiale del Pcc, il Quotidiano del Popolo, sta per pubblicare un’intervista al cardinale Parolin: indizio interessante. E si guarda alle prossime, potenziali occasioni di incontro: a cominciare dalla visita di Francesco in Giappone, a novembre. Potrebbe fare tappa a Pechino, si suggerisce: magari solo per visitare il cimitero di Tenggong Zhalan dove è sepolto il missionario gesuita Matteo Ricci, in un parco che ha ospitato a lungo la scuola-quadri del partito comunista. Sempre che di qui al 23 marzo si apra uno spiraglio romano, a oggi ritenuto improbabile.

https://www.corriere.it/esteri/19_marzo_14/incontro-xi-c-si-papa-ma-cinesi-adesso-frenano-2d66290a-4699-11e9-b69d-e01a5b02f504.shtml

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