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La triste vecchiaia dell'Europa, di Maurizio Sgroi

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 16:48
Il 2060 è dietro l’angolo viene da dire, leggendo l’ultimo report della Commissione europea dedicato alla questione previdenziale. E dietro l’angolo c’è un’Europa vecchia e triste, alle prese con un’orda di anziani che dovranno continuare a lavorare, in un modo o nell’altro, per poter vivere...

Il 2060 è dietro l’angolo viene da dire, leggendo l’ultimo report della Commissione europea dedicato alla questione previdenziale. E dietro l’angolo c’è un’Europa vecchia e triste, alle prese con un’orda di anziani che dovranno continuare a lavorare, in un modo o nell’altro, per poter vivere, con gli stati costretti a politiche fiscali sempre più oppressive per garantire ciò che evidentemente non è più possibile garantire: una pensione dignitosa alle crescenti popolazioni europee.

Questa evidente verità viene celata dalla Commissione dietro i soliti paludati tecnicismi: Tipo: collegare l’età pensionabile all’allungamento della durata della vita. Oppure: adeguare i coefficienti di adeguatezza delle pensioni. O magari: sostenere politiche di invecchiamento attivo. Che poi significa mini pensioni integrate da mini jobs, e magari da una mini rendita previdenziale privata. Senza che sia detto che tutte queste minicose giovino alla bisogna.

La verità che qualcuno dovrebbe dire e che nessuno pronuncerà mai è un’altra: la pensione, ossia la previdenza pubblica, si trova davanti al suo personale tornante della storia. Quella che fu la principale invenzione del welfare novecentesco, sublimazione del desiderio delle classi popolari e borghesi di concludere l’esistenza da rentier, è finita sul banco degli imputati e non è detto che il processo finirà bene. Le pensioni rischiano di continuare ad esistere di nome, ma non di fatto.

Anche perché, al di là delle questioni fiscali, sono quelle demografiche che preoccupano più di tutto. E poi quelle circostanziali. L’alto tasso di disoccupazione giovanile del nostro tempo – i giovani di oggi dovrebbero essere i pensionati del 2060 – rischia di essere l’ennesimo detonante di un situazione di per sé esplosiva.

Talché è giusto chiedersi: si salverà a previdenza pubblica? O il sogno nato nella Germania di Bismarck è destinato a finire?

Non aspettatevi un risposta. Chiedetevi piuttosto se non sia saggio, da oggi in poi, iniziare a guardare la vita senza la prospettiva di una pensione. Pensare al peggio, talvolta, aiuta a stare meglio.

La questione demografica dell’Europa è nota, ma vale la pena ricordarne solo i tratti salienti. Le proiezioni, credibili quanto le previsioni del tempo, stimano che la popolazione dell’Europa passerà dai 502 milioni del 2010 ai 517 milioni del 2060. I maggiori incrementi di popolazione sono attesi in Gran Bretagna, che dovrebbe diventare il paese più popoloso dell’Europa superando la Germania, la cui popolazione è prevista in calo, in Irlanda, nel Lussemburgo, a Cipro e in Belgio.

Ma il problema è che di fronte a valori assoluti moderatamente in crescita, c’è un drammatico cambiamento dei valori relativi nel 2060. Mentre la quota di popolazione da 0-14 anni è prevista costante, diminuirà quella nella fascia 15-67 anni, passando dal 67 al 56%. A fronte di ciò gli ultra65enni passeranno dal 18 al 30% della popolazione: uno su tre. Gli ultra80enni, poi, passeranno dal 5 al 12%.

Quest’esercito di anziani farà sballare definitivamente l’indice che monitora il rapporto fra vecchi e giovani (demographic old-age dependency ratio), ossia il rapporto fra gli ultra65enni e quelli fra 0-64. Nel 2060, infatti, si prevede che tale rapporto passerà dall’attuale 26% al 52,5%: il doppio. Ciò ha un significato molto pratico: vuol dire che anziché avere quattro persone in età di lavoro (considerando anche gli infanti) per ogni ultra65enne, com’era nel 2010, ne avremo solo due.

Se l’indice demografico lo traduciamo nell’indice economico corrispondente (effective economic old-age dependency ratio), quindi depurandolo dalla popolazione under 15 e considerando solo la popolazione effettivamente in età da lavoro, il risultato ovviamente peggiora. Dal 39% dell’Ue nel 2010, al 70% nel 2060. E considerate che questo dato è una media. In Italia è previsto si vada ben oltre l’80% fino a sfiorare il 90. In Romania si prevede che si supererà il 100%. Una situazione economicamente ridicola, per non dire tragica.

Nell’Eurozona va ancora peggio: dal 42% del 2010 al 72% nel 2060. In pratica ci saranno tre ultra65enni ogni quattro 15-64 enni. Se ci mettete dentro il rischio disoccupazione, che la Commissione non considera nel suo studio, capite bene perché la situazione sia drammatica.

Pensate al caso italiano. Pochi giorni fa l’Istat ha ricordato che la disoccupazione giovanile italiana ha superato il 40%. A fronte di ciò abbiamo una legislazione giudicate fra le più equilibrate (lato sostenibilità previdenziale) dell’eurozona.

Le tabelle della Commissione mostrano infatti che, a legislazione vigente, l’età pensionabile italiana nel 2060 sarà di 70 anni e 3 mesi, fra le più alte in Europa. Come dovrebbe fare l’oltre 40% di giovani disoccupati di oggi ad avere una pensione, una volta diventati ultra70enni, se non avranno versato contributi sufficienti?

Questo la Commissione non lo dice. Nel suo lungo studio si limita a suggerire soluzioni tecniche per rendere sostenibile il costo della previdenza per gli stati, che vi risparmio perché tanto le saprete già: sono sempre le solite e si basano sul principio di pagare pensioni sempre più magre per sempre meno tempo.

E’ più interessante riflettere sul dato sociale, visto che la tendenza di quello economico (pensioni di valore minore per un tempo minore) è ormai chiaramente delineata.

Abbiamo costruito società che perseguono dogmaticamente l’allungamento della vita anagrafica.

Adesso ci dicono però che, di conseguenza, bisogna aumentare quella lavorativa, con buona pace per i giovani disoccupati, sennò non gliela si fa. Gli stati non ce la fanno. Ossia lo stesso sistema che ha perseguito l’allungamento della vita.

Ci dicono per giunta che la fonte maggiore di rischio di queste previsioni è che non sappiamo quanto il miglioramento della qualità della vita inciderà in futuro sull’aumento dell’età anagrafica. Quindi in sostanza che potremmo vivere assai più di quanto pensiamo oggi.

Ci dicono in sostanza che vivremo a lungo, più di quanto pensiamo, ma che rischiamo di doverlo fare con pensioni ridotte all’osso e sperando di essere abbastanza in salute per lavorare ancora.

Sicché gli europei di domani saranno “condannati” a vivere una lunga vecchiaia di povertà, inseguiti peraltro dalla maldicenza crescente del resto della popolazione, che dovrebbe farsi carico di loro. Una specie d’inferno.

Questa è la triste vecchiaia che attende l’Europa.

 

fonte:  http://www.formiche.net/2014/01/21/la-triste-vecchiaia-delleuropa/, 21.01.2014

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