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La tragedia umanitaria in Bosnia ci riguarda tutti, di Luigi Mastrodonato

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 11/01/2021 17:06
A Lipa, nella Bosnia ed Erzegovina, migliaia di migranti sgomberati da un campo che ha preso fuoco non hanno rifugio e l'inverno balcanico raggiunge anche i -20. Ancora una volta l'Europa e le autorità locali si rimpallano le responsabilità…

L’Europa ha imparato a conoscere una catastrofe umanitaria in Bosnia che in realtà va avanti da anni, ma su cui solo ora si sono accesi i riflettori. Migliaia di migranti si ritrovano a vivere in mezzo alla neve e a temperature che arrivano fino a 20 gradi sotto zero, in alcuni casi a piedi scalzi o con vestiti completamente inadatti alla situazione meteorologica. Le loro case sono nella migliore delle ipotesi piccole tende squarciate montate in mezzo al fango e al ghiaccio, nella peggiore coperte stese per terra nei boschi al confine con la Croazia. Una situazione che non è nuova, ma che è diventata di attualità dopo l’incendio che il 23 dicembre ha distrutto il campo profughi di Lipa e ha lasciato migliaia di migranti senza un punto di riferimento.

In realtà la situazione a Lipa era già precaria. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni aveva preso la decisione di chiudere il campo per il pessimo stato in cui era tenuto dai suoi gestori. L’incendio ha velocizzato il processo di sgombero, ma il problema è che agli ospiti non è stata trovata alcuna soluzione di alloggio alternativa. Nel pieno del gelido inverno balcanico, quindi, migliaia di migranti si sono ritrovati per strada, o peggio in mezzo alle foreste locali, andando a rimpolpare la già ampia platea di profughi che si trovavano in questa situazione. Quella che è in corso in Bosnia è una pesantissima tragedia umanitaria, che va avanti da anni e di cui ora si sta semplicemente scrivendo un nuovo, ancor più tragico, capitolo.

Nessuno si è preso la responsabilità della situazione. L’Unione europea punta il dito contro le autorità bosniache, accusate di aver ricevuto molti finanziamenti in questi anni per predisporre soluzioni di accoglienza ma di non aver fatto nulla anche a causa delle proteste delle comunità locali. Sarajevo invece sottolinea l’impossibilità di sobbarcarsi sulle proprie spalle tutto il peso della corposa rotta balcanica. È il solito rimpallo di responsabilità a cui abbiamo ormai fatto il callo quando si tratta di politiche per la gestione dei flussi migratori e dell’accoglienza in Europa e, ovviamente, la verità sta nel mezzo. Se è vero infatti che la Bosnia sta gestendo in modo disumano la tragedia in corso, è innegabile che una parte delle cause del problema vada cercata più in alto, cioè a Bruxelles.

L’Unione Europea non può pensare che sversare soldi fuori dai suoi confini possa essere il modo con cui chiudere la pratica migratoria e sentirsi con la coscienza a posto. Il problema sta a monte, cioè nel modo in cui a queste persone viene negata ogni libertà di movimento, facendole scontrare contro un muro che, anche se non si vede, appare insormontabile. La situazione disastrosa in Bosnia è dettata sì dal fatto che le autorità locali non sono state in grado di mettere in piedi politiche di accoglienza dignitose, ma anche dai respingimenti spesso violenti effettuati dalla Croazia, che a differenza di Sarajevo fa parte dell’Ue.

Mentre la rotta balcanica continua a essere viva e a rafforzarsi, i migranti rimbalzano contro il muro dell’Unione europea e si ritrovano così intrappolati in quella zona grigia fatta di disumanità e violazioni dei diritti umani che è la Bosnia, ma che potrebbe essere anche la Libia. Il fatto che oggi si stia parlando tanto della situazione balcanica non cancella infatti il medesimo problema che sistematicamente si verifica in altri punti di accesso dell’Europa, su tutti il Mediterraneo. Come Bruxelles finanzia la Libia perché faccia il suo nella gestione della rotta migratoria, così fa con Sarajevo, ma il risultato è sempre lo stesso: i profughi si ritrovano in condizioni disumane.

Il problema, quello vero, è che ancora una volta manca una politica coraggiosa e condivisa a livello di Unione europea per affrontare la sfida umanitaria. Finché i respingimenti saranno la norma, la situazione continuerà a peggiorare e nessun finanziamento potrà mai cancellare tutto questo. Piuttosto, quella culla di democrazia che si professa essere l’Unione Europea deve garantire la libertà di movimento agli invisibili intrappolati nel gelo balcanico attraverso corridoi umanitari, offrendo loro soluzioni di accoglienza condivise e senza scaricare tutto sui paesi alla sua frontiera. Di fronte alle foto e ai video tremendi che ci arrivano dall’inverno balcanico, ma anche davanti alle continue tragedie che rimbalzano tra il mar Mediterraneo e i campi di prigionia libici, non si può continuare a voltare lo sguardo dall’altra parte.

https://www.wired.it/attualita/politica/2021/01/11/immigrati-bosnia-erzigova-lipa-campo-freddo/

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