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Quei 60mila morti in Siria e l'indifferenza dell'Occidente, di Monica Ricci Sargentini

creato da Denj — ultima modifica 21/07/2016 17:21
Possiamo veramente continuare ad ignorare la tragedia del popolo siriano? Non è forse giunto il momento di cambiare strategia? Voi cosa ne pensate?
Quei 60mila morti in Siria e l'indifferenza dell'Occidente, di Monica Ricci Sargentini

Aleppo, Siria

Ieri l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani ha fornito dei dati agghiaccianti sul conflitto siriano: 60mila morti dal 15 marzo 2011 ad oggi.  ”Una cifra ben più alta di quanto ci aspettassimo” ha spiegato l’Alto Commissario Navi Pillay.  Da luglio del 2012 ci sono state 5mila vittime al mese, più di 160 al giorno. Sotto le bombe muoiono uomini, donne e bambini senza alcuna distinzione. Anzi: le vittime sono soprattutto civili. Soltanto pochi giorni fa i jet lealisti hanno colpito senza pietà la folla in coda per il pane uccidendo 90 persone. Eppure queste notizie non ci sconvolgono più, siamo come assuefatti all’orrore.  Prova ne è il fatto che le cifre fornite dall’Onu non sono rimbalzate sui social network con la stessa foga che si registra per altri conflitti, in primis quello israelo-palestinese, né ci sono state reazioni indignate da parte dei vertici europei o americani.

Un’indifferenza che si perde nel vuoto delle belle parole. La scorsa estate a Londra avevo chiesto al ministro degli Esteri britannico William Hague cosa l’Europa intendesse fare per fermare quella che ormai era una vera e propria carneficina in Siria.  Il piano Annan era appena fallito e le carte della diplomazia sembravano ormai finite. Eppure Hague continuò a dire di avere fiducia in una trattativa chiaramente inesistente.  La comunità internazionale, insomma, ha scelto chiaramente di stare a guardare.  E questo nonostante le cifre dell’Onu siano ancora più drammatiche di quelle  fornite finora dall’Organizzazione nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), una piattaforma anti-regime basata a Londra, che calcolava circa 45mila vittime. Lo studio dell’Alto Commissariato ha incrociato informazioni provenienti da sette fonti diverse, permettendo di fissare a 59.648 il numero delle persone uccise nel periodo compreso tra il 15 marzo 2011 e il 30 novembre 2012. “Considerato che non c’è stata alcuna tregua dopo il 30 novembre, possiamo concludere che fino ad oggi sono rimaste uccise più di 60mila persone” conclude l’indagine.  I dati provano anche l’escalation: “nell’estate 2011 ci sono stati circa mille morti al mese, mentre da luglio del 2012 le vittime sono state circa 5mila al mese”.

Possiamo veramente continuare ad ignorare la tragedia del popolo siriano? Oltre alle bombe ci sono altri nemici:  il freddo e soprattutto la fame. Manca tutto: cibo, elettricità, acqua potabile, linee telefoniche, benzina, gasolio, gas da cucina. Le scuole funzionano a singhiozzo solo nella capitale. Per il resto arrivano sempre più testimonianze di edifici scolastici, municipalità e uffici statali presi d’assalto dalle masse di nuovi poveri. Infissi, banchi e tavoli sono utilizzati come legna da ardere. La popolazione delle città si riversa nei parchi pubblici per tagliare gli alberi. I senza casa sfiorerebbero i 4 milioni.
Come ci ha raccontato nei suoi articoli l’inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi. Questo è un inverno particolarmente freddo e piovoso nella regione. Gli abitanti delle zone urbane non sono equipaggiati per affrontarlo. Come sempre in tempi di crisi, le città soffrono più delle campagne. Le organizzazioni umanitarie internazionali e l’Onu denunciano una situazione insostenibile. Ad Aleppo e persino a Damasco gli ospedali cominciano a terminare anche i medicinali di prima necessità. L’immondizia non raccolta da mesi marcisce nelle strade e rischia di favorire le epidemie. È registrato massiccio il ritorno della leishmaniosi, una malattia parassitaria che può dimostrarsi letale sia per gli animali che per gli umani. L’infezione è causata dagli insetti che si nascondono nella sabbia. Prima della rivoluzione era tenuta a bada dalle disinfezioni governative. Ora non più. Si calcola che i prezzi degli alimentari da luglio siano almeno dodici volte più alti. Una bombola di gas da cucina è lievitata da circa tre euro a oltre 50. Un filone di pane — quando c’è — può costare sino a 50 volte di più.

Non è forse è giunto il momento di cambiare strategia? Voi cosa ne pensate? Se non ora quando?

 

fonte: lepersoneeladignita.corriere.it, 03.01.2013

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